di A.diJ
Carissimi amici e lettori,il 3 ottobre la Chiesa Festeggia una grande Santa: "Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo"
«Veni de Libano, sponsa mea, veni de Libano, veni: vulnerasti cor meum in uno oculorum tuorum» (Ct 4,8-9). Con queste solenni parole della liturgia tradizionale la Chiesa saluta la sua vergine prediletta, evocando quell'amore ferito che risplendette in un'epoca nefasta. C'era un tempo in cui la Francia, un tempo fiera del titolo glorioso di Figlia primogenita della Chiesa, pareva vergognarsi della propria identità cattolica per prostrarsi dinnanzi agli idoli del secolo. Siamo sul finire dell'Ottocento, un crinale storico dominato dalle tenebre del razionalismo e dell'apostasia di Stato. Parigi si erge a capitale mondiale del positivismo imperante, dei lumi a gas che pretendono di sostituire la luce di Cristo e dei bordelli filosofici della cultura ufficiale, dove cattedratici superbi insegnano che Dio è morto e che l'uomo non è che una scimmia perfezionata dal caso.
La nefanda Terza Repubblica, nata dalle ceneri della Comune e guidata dalle logge massoniche, ha scatenato una guerra aperta contro l'Altare: i Crocifissi vengono sacrilegamente strappati dalle aule scolastiche, le gloriose congregazioni religiose sono espulse dal suolo natio e non poche chiese vengono profanate o ridotte a scuderie. A Lisieux, così come sui Pirenei a Lourdes, la vera fede resiste, trincerata nelle campagne riarse e nel cuore di madri eroiche che ancora sussurrano il Santo Rosario tra le mura domestiche. Eppure, il mondo ufficiale è interamente massonico, anticlericale, gonfio di superbia luciferina.
La nefanda Terza Repubblica, nata dalle ceneri della Comune e guidata dalle logge massoniche, ha scatenato una guerra aperta contro l'Altare: i Crocifissi vengono sacrilegamente strappati dalle aule scolastiche, le gloriose congregazioni religiose sono espulse dal suolo natio e non poche chiese vengono profanate o ridotte a scuderie. A Lisieux, così come sui Pirenei a Lourdes, la vera fede resiste, trincerata nelle campagne riarse e nel cuore di madri eroiche che ancora sussurrano il Santo Rosario tra le mura domestiche. Eppure, il mondo ufficiale è interamente massonico, anticlericale, gonfio di superbia luciferina.
È precisamente in questo mondo capovolto, in questo anno del Signore 1873 che esala i fumi di zolfo della Rivoluzione travestiti da progresso, che l'Onnipotente prepara la sua più grande e formidabile vendetta d'amore: la nascita di Teresa Martin.
Iddio non sceglie per lei un palazzo nobiliare né i salotti della borghesia illuminata. La fa nascere nel seno benedetto di una famiglia di santi artigiani: Louis Martin, orologiaio dallo sguardo limpido, e Zélie Guérin, laboriosa merlettaia. In questa dimora cristiana la vita scorre scandita dai ritmi della Grazia: il lavoro quotidiano, la partecipazione alla Santa Messa delle cinque del mattino, la preghiera e il Rosario serale recitato in ginocchio. Era, in terra normanna, la testimonianza vivente di quella Francia profonda che la Repubblica giacobina voleva sterminare; non a caso, entrambi i genitori ascenderanno un giorno alla gloria degli altari. Teresa è l'ultima di nove figli, quattro dei quali precocemente strappati alla vita terrena. Le cinque figlie superstiti abbracceranno tutte la via dei consigli evangelici, consacrandosi interamente nei monasteri. Questo è il sigillo soprannaturale di una famiglia che il mondo moderno, nella sua cecità spirituale, bollerebbe come "fondamentalista", ma che gli Angeli contemplano come una vera e santa Chiesa domestica.
A soli quattro anni la piccola Teresa perde la madre: è questo il primo, doloroso chiodo della sua croce. La fanciulla si ritrova immersa in una ipersensibilità invalidante, tormentata da scrupoli morali e incline al pianto per ogni inezia. All'età di dieci anni viene colpita da una misteriosa infermità che confonde la scienza medica dell'epoca: tremori convulsi, deliri e allucinazioni spaventose ne straziano il corpo minuto. Ma laddove fallisce la terra, interviene il Cielo. Il 13 maggio 1883, la statua della Vergine Maria – la Madonna del Sorriso posizionata nella sua cameretta nella dimora dei Les Buissonnets – si anima e le rivolge un sorriso di ineffabile dolcezza. In quel preciso istante, Teresa è miracolosamente guarita. Da questo prodigio si palesa il disegno divino: l'esistenza di questa bambina non risponderà mai alle leggi limitate della sola natura, ma sarà costantemente governata dal soprannaturale.
A quattordici anni giunge la sua seconda conversione, la cosiddetta "grazia di Natale". La notte della Natività del 1886, al rientro dalla Messa di mezzanotte, il padre la rimprovera paternamente per un'inezia legata alle calze di Natale. In passato, un simile episodio avrebbe scatenato fiumi di lacrime; in quel momento, invece, Teresa avverte una forza misteriosa e divina invaderle il cuore. Non piange, si domina, sale le scale col sorriso. Nel suo diario autobiografico, Storia di un'anima (Manoscritto A), fisserà per sempre quel momento radioso: «In quella notte benedetta [...] Gesù, il dolce piccolo Bambino di un'ora, cambiò la notte della mia anima in torrenti di luce... In un istante Gesù, accontentandosi della mia buona volontà, compì l'opera che io non avevo potuto fare in dieci anni. Mi fece uscire dall'infanzia». Da quel momento cessa di vivere per se stessa; nel suo petto arde un unico desiderio, giudicato folle e inammissibile dalla società dell'epoca: entrare nel severo ordine del Carmelo all'età di quindici anni.
Il Carmelo di Lisieux non è il ritiro romantico descritto dalle cartoline devozionali del cattolicesimo sentimentale. È un vero carcere d'amore, dove la regola primigenia di Santa Teresa d'Avila viene applicata in tutta la sua rigidità: freddo glaciale d'inverno nelle celle prive di riscaldamento, caldo soffocante d'estate sotto i tetti della Normandia, digiuni prolungati, appena due ore di ricreazione e per il resto silenzio assoluto, preghiera incessante e duro lavoro manuale. Il tutto racchiuso dalle mura di una clausura perpetua. Di fronte a questo proposito, il mondo erige i suoi ostacoli: il Superiore del Carmelo oppone un netto rifiuto, il Vescovo di Bayeux decreta il divieto per la giovane età. Teresa, allora, compie un atto d'audacia che sfida ogni convenzione e protocollo: decide di appellarsi direttamente al Vicario di Cristo.
A quattordici anni, durante un pellegrinaggio a Roma intrapreso col padre, ottiene di essere ammessa all'udienza di Papa Leone XIII. Nonostante il divieto tassativo di parlare imposto dai monsignori della corte pontificia, la fanciulla si getta audacemente ai piedi del vegliardo Pontefice, ne afferra le ginocchia e supplica: «Santissimo Padre, in onore del vostro giubileo, permettetemi di entrare al Carmelo a quindici anni!». Le guardie svizzere sono costrette a portarla via di peso, ma il Successore di Pietro, visibilmente commosso da tanta fede, le risponde con solenne gravità: «Entrerete, se il Buon Dio lo vorrà».
La volontà divina si compie il 9 aprile 1888: a quindici anni e tre mesi le porte della clausura si chiudono dietro di lei. Assume il nome religioso che racchiude l'intero suo programma teologico: Suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Cosa compie per nove lunghi anni in quel monastero nascosto agli occhi degli uomini, mentre fuori dalle mura claustrali la Parigi massonica innalza la Torre Eiffel come nuovo e titanico idolo di ferro del progresso umano? Suor Teresa compie la rivoluzione più grande e gloriosa della storia ecclesiastica, ma una rivoluzione al contrario.
La sua epoca è il tempo dei grandi santi d'azione, dei missionari che penetrano nelle foreste africane a colpi di machete, dei fondatori di ordini religiosi dai vasti programmi sociali. Lei non farà nulla di tutto questo. Non uscirà mai dal perimetro del chiostro, non compirà miracoli strepitosi sotto gli occhi del pubblico e non redigerà ponderosi trattati di teologia scolastica. Spazzerà quotidianamente le scale di pietra, laverà le scodelle delle consorelle, incluse quelle anziane che la feriscono con costanti umiliazioni, sopporterà il gelo invernale che le spacca la pelle delle mani e patirà una terribile tubercolosi che le consumerà i polmoni per diciotto mesi, senza che dalle sue labbra esca mai un solo lamento.
In quella cella spoglia scopre la sua "piccola via", la dottrina dell'infanzia spirituale. Il mondo del suo tempo – specchio esatto di quello odierno – pretendeva che per essere grandi occorresse compiere opere colossali e contare sulle forze umane. Teresa riscopre la verità del Vangelo: occorre farsi piccoli, spogliarsi di ogni orgoglio. Nel celebre Manoscritto B di Storia di un'anima, la Santa confessa l'ardore dei suoi desideri sconfinati: «Capii che la Chiesa ha un Cuore, e che questo Cuore arde d'Amore. Capii che solo l'Amore fa agire le membra della Chiesa [...]. Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa... Nel Cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l'Amore!». La sua non è la mistica delle estasi spettacolari o dei voli mistici: è la teologia dell'ascensore spirituale, descritta magnificamente nel Manoscritto C: «Io vorrei trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la ripida scala della perfezione. [...] L'ascensore che deve innalzarmi fino al Cielo sono le vostre braccia, o Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo diventi sempre più».
È la mistica della confidenza cieca e dell'abbandono totale, radicalmente radicata in un'ardente e purissima devozione al Sacro Cuore di Gesù. A differenza della spiritualità giansenista che ancora intossicava parte della Francia profonda, dipingendo un Dio rigidamente computista e severo, Teresa attinge al Cuore trafitto del Salvatore trovandovi unicamente Misericordia. Per lei, il Sacro Cuore non è il tribunale dei giusti, ma il rifugio dei piccoli. In una splendida poesia (Poesia 23) scriverà: «Ho bisogno di un Cuore che arda di tenerezza, che resti il mio sostegno senza alcun ritorno, che ami tutto in me, persino la mia debolezza... Non ho potuto trovare alcuna creatura che mi amasse a tal punto e che non morisse mai. Ho bisogno di un Dio che prenda la mia natura, che diventi mio fratello e che possa soffrire!». Teresa contempla il Cuore di Cristo non come un'astrazione sentimentale, ma come l'oceano di fuoco in cui bruciare ogni imperfezione umana attraverso l'offerta all'Amore Misericordioso. Mentre la Francia positivista pretende di misurare e quantificare ogni cosa attraverso la scienza materiale, Teresa si abbandona alla Divina Provvidenza come un neonato che si addormenta sul petto del padre, certo che non sarà abbandonato.
Negli ultimi mesi della sua transizione terrena, il demonio le scatena contro l'assalto più devastante: la notte della fede. Il Cielo le appare sbarrato da una cortina di nebbia fitta, i pensieri del materialismo ateo le assediano la mente, sussurrandole che dopo la morte vi sia solo il nulla. Lontana dal disperare, Teresa offre questo martirio interiore proprio per i materialisti del suo tempo, per gli atei che governano la Repubblica, caricandosi del loro vuoto spirituale per ottenerne la salvezza eterna. Come si legge nel Manoscritto C: «Gesù mi ha fatto sentire che ci sono davvero delle anime che non hanno la fede [...]. Gli chiedo perdono per i miei fratelli, accetto di mangiare il pane del dolore per tutto il tempo che vorrà e non desidero affatto alzarmi da questa tavola piena di cenere alla quale mangiano i poveri peccatori». Muore il 30 settembre 1897, a soli ventiquattro anni, soffocata dalla malattia; fissando lo sguardo sul Crocifisso, esala l'ultimo respiro mormorando le parole supreme: «Mio Dio, vi amo!».
Il Sommo Pontefice Pio XI comprese immediatamente la portata profetica di questa figura: beatificata nel 1923 e solennemente canonizzata il 17 maggio 1925, fu proclamata Patrona Universale delle Missioni pur non avendo mai varcato i confini della Francia, e successivamente Dottore della Chiesa senza aver mai frequentato una cattedra accademica. «Speciosa facta es et suavis in deliciis tuis, sancta Dei Genitrix»,Sei diventata bella e soave nelle tue delizie, santa Madre di Dio– risuona nel graduale antico – ricordandoci come la bellezza della sua santità sia stata la risposta millimetrica di Dio alle derive orgogliose della modernità.
Iddio non sceglie per lei un palazzo nobiliare né i salotti della borghesia illuminata. La fa nascere nel seno benedetto di una famiglia di santi artigiani: Louis Martin, orologiaio dallo sguardo limpido, e Zélie Guérin, laboriosa merlettaia. In questa dimora cristiana la vita scorre scandita dai ritmi della Grazia: il lavoro quotidiano, la partecipazione alla Santa Messa delle cinque del mattino, la preghiera e il Rosario serale recitato in ginocchio. Era, in terra normanna, la testimonianza vivente di quella Francia profonda che la Repubblica giacobina voleva sterminare; non a caso, entrambi i genitori ascenderanno un giorno alla gloria degli altari. Teresa è l'ultima di nove figli, quattro dei quali precocemente strappati alla vita terrena. Le cinque figlie superstiti abbracceranno tutte la via dei consigli evangelici, consacrandosi interamente nei monasteri. Questo è il sigillo soprannaturale di una famiglia che il mondo moderno, nella sua cecità spirituale, bollerebbe come "fondamentalista", ma che gli Angeli contemplano come una vera e santa Chiesa domestica.
A soli quattro anni la piccola Teresa perde la madre: è questo il primo, doloroso chiodo della sua croce. La fanciulla si ritrova immersa in una ipersensibilità invalidante, tormentata da scrupoli morali e incline al pianto per ogni inezia. All'età di dieci anni viene colpita da una misteriosa infermità che confonde la scienza medica dell'epoca: tremori convulsi, deliri e allucinazioni spaventose ne straziano il corpo minuto. Ma laddove fallisce la terra, interviene il Cielo. Il 13 maggio 1883, la statua della Vergine Maria – la Madonna del Sorriso posizionata nella sua cameretta nella dimora dei Les Buissonnets – si anima e le rivolge un sorriso di ineffabile dolcezza. In quel preciso istante, Teresa è miracolosamente guarita. Da questo prodigio si palesa il disegno divino: l'esistenza di questa bambina non risponderà mai alle leggi limitate della sola natura, ma sarà costantemente governata dal soprannaturale.
A quattordici anni giunge la sua seconda conversione, la cosiddetta "grazia di Natale". La notte della Natività del 1886, al rientro dalla Messa di mezzanotte, il padre la rimprovera paternamente per un'inezia legata alle calze di Natale. In passato, un simile episodio avrebbe scatenato fiumi di lacrime; in quel momento, invece, Teresa avverte una forza misteriosa e divina invaderle il cuore. Non piange, si domina, sale le scale col sorriso. Nel suo diario autobiografico, Storia di un'anima (Manoscritto A), fisserà per sempre quel momento radioso: «In quella notte benedetta [...] Gesù, il dolce piccolo Bambino di un'ora, cambiò la notte della mia anima in torrenti di luce... In un istante Gesù, accontentandosi della mia buona volontà, compì l'opera che io non avevo potuto fare in dieci anni. Mi fece uscire dall'infanzia». Da quel momento cessa di vivere per se stessa; nel suo petto arde un unico desiderio, giudicato folle e inammissibile dalla società dell'epoca: entrare nel severo ordine del Carmelo all'età di quindici anni.
Il Carmelo di Lisieux non è il ritiro romantico descritto dalle cartoline devozionali del cattolicesimo sentimentale. È un vero carcere d'amore, dove la regola primigenia di Santa Teresa d'Avila viene applicata in tutta la sua rigidità: freddo glaciale d'inverno nelle celle prive di riscaldamento, caldo soffocante d'estate sotto i tetti della Normandia, digiuni prolungati, appena due ore di ricreazione e per il resto silenzio assoluto, preghiera incessante e duro lavoro manuale. Il tutto racchiuso dalle mura di una clausura perpetua. Di fronte a questo proposito, il mondo erige i suoi ostacoli: il Superiore del Carmelo oppone un netto rifiuto, il Vescovo di Bayeux decreta il divieto per la giovane età. Teresa, allora, compie un atto d'audacia che sfida ogni convenzione e protocollo: decide di appellarsi direttamente al Vicario di Cristo.
A quattordici anni, durante un pellegrinaggio a Roma intrapreso col padre, ottiene di essere ammessa all'udienza di Papa Leone XIII. Nonostante il divieto tassativo di parlare imposto dai monsignori della corte pontificia, la fanciulla si getta audacemente ai piedi del vegliardo Pontefice, ne afferra le ginocchia e supplica: «Santissimo Padre, in onore del vostro giubileo, permettetemi di entrare al Carmelo a quindici anni!». Le guardie svizzere sono costrette a portarla via di peso, ma il Successore di Pietro, visibilmente commosso da tanta fede, le risponde con solenne gravità: «Entrerete, se il Buon Dio lo vorrà».
La volontà divina si compie il 9 aprile 1888: a quindici anni e tre mesi le porte della clausura si chiudono dietro di lei. Assume il nome religioso che racchiude l'intero suo programma teologico: Suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Cosa compie per nove lunghi anni in quel monastero nascosto agli occhi degli uomini, mentre fuori dalle mura claustrali la Parigi massonica innalza la Torre Eiffel come nuovo e titanico idolo di ferro del progresso umano? Suor Teresa compie la rivoluzione più grande e gloriosa della storia ecclesiastica, ma una rivoluzione al contrario.
La sua epoca è il tempo dei grandi santi d'azione, dei missionari che penetrano nelle foreste africane a colpi di machete, dei fondatori di ordini religiosi dai vasti programmi sociali. Lei non farà nulla di tutto questo. Non uscirà mai dal perimetro del chiostro, non compirà miracoli strepitosi sotto gli occhi del pubblico e non redigerà ponderosi trattati di teologia scolastica. Spazzerà quotidianamente le scale di pietra, laverà le scodelle delle consorelle, incluse quelle anziane che la feriscono con costanti umiliazioni, sopporterà il gelo invernale che le spacca la pelle delle mani e patirà una terribile tubercolosi che le consumerà i polmoni per diciotto mesi, senza che dalle sue labbra esca mai un solo lamento.
In quella cella spoglia scopre la sua "piccola via", la dottrina dell'infanzia spirituale. Il mondo del suo tempo – specchio esatto di quello odierno – pretendeva che per essere grandi occorresse compiere opere colossali e contare sulle forze umane. Teresa riscopre la verità del Vangelo: occorre farsi piccoli, spogliarsi di ogni orgoglio. Nel celebre Manoscritto B di Storia di un'anima, la Santa confessa l'ardore dei suoi desideri sconfinati: «Capii che la Chiesa ha un Cuore, e che questo Cuore arde d'Amore. Capii che solo l'Amore fa agire le membra della Chiesa [...]. Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa... Nel Cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l'Amore!». La sua non è la mistica delle estasi spettacolari o dei voli mistici: è la teologia dell'ascensore spirituale, descritta magnificamente nel Manoscritto C: «Io vorrei trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la ripida scala della perfezione. [...] L'ascensore che deve innalzarmi fino al Cielo sono le vostre braccia, o Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo diventi sempre più».
È la mistica della confidenza cieca e dell'abbandono totale, radicalmente radicata in un'ardente e purissima devozione al Sacro Cuore di Gesù. A differenza della spiritualità giansenista che ancora intossicava parte della Francia profonda, dipingendo un Dio rigidamente computista e severo, Teresa attinge al Cuore trafitto del Salvatore trovandovi unicamente Misericordia. Per lei, il Sacro Cuore non è il tribunale dei giusti, ma il rifugio dei piccoli. In una splendida poesia (Poesia 23) scriverà: «Ho bisogno di un Cuore che arda di tenerezza, che resti il mio sostegno senza alcun ritorno, che ami tutto in me, persino la mia debolezza... Non ho potuto trovare alcuna creatura che mi amasse a tal punto e che non morisse mai. Ho bisogno di un Dio che prenda la mia natura, che diventi mio fratello e che possa soffrire!». Teresa contempla il Cuore di Cristo non come un'astrazione sentimentale, ma come l'oceano di fuoco in cui bruciare ogni imperfezione umana attraverso l'offerta all'Amore Misericordioso. Mentre la Francia positivista pretende di misurare e quantificare ogni cosa attraverso la scienza materiale, Teresa si abbandona alla Divina Provvidenza come un neonato che si addormenta sul petto del padre, certo che non sarà abbandonato.
Negli ultimi mesi della sua transizione terrena, il demonio le scatena contro l'assalto più devastante: la notte della fede. Il Cielo le appare sbarrato da una cortina di nebbia fitta, i pensieri del materialismo ateo le assediano la mente, sussurrandole che dopo la morte vi sia solo il nulla. Lontana dal disperare, Teresa offre questo martirio interiore proprio per i materialisti del suo tempo, per gli atei che governano la Repubblica, caricandosi del loro vuoto spirituale per ottenerne la salvezza eterna. Come si legge nel Manoscritto C: «Gesù mi ha fatto sentire che ci sono davvero delle anime che non hanno la fede [...]. Gli chiedo perdono per i miei fratelli, accetto di mangiare il pane del dolore per tutto il tempo che vorrà e non desidero affatto alzarmi da questa tavola piena di cenere alla quale mangiano i poveri peccatori». Muore il 30 settembre 1897, a soli ventiquattro anni, soffocata dalla malattia; fissando lo sguardo sul Crocifisso, esala l'ultimo respiro mormorando le parole supreme: «Mio Dio, vi amo!».
Il Sommo Pontefice Pio XI comprese immediatamente la portata profetica di questa figura: beatificata nel 1923 e solennemente canonizzata il 17 maggio 1925, fu proclamata Patrona Universale delle Missioni pur non avendo mai varcato i confini della Francia, e successivamente Dottore della Chiesa senza aver mai frequentato una cattedra accademica. «Speciosa facta es et suavis in deliciis tuis, sancta Dei Genitrix»,Sei diventata bella e soave nelle tue delizie, santa Madre di Dio– risuona nel graduale antico – ricordandoci come la bellezza della sua santità sia stata la risposta millimetrica di Dio alle derive orgogliose della modernità.
Al secolo che grida superbo "l'uomo si fa da sei e non ha bisogno di Dio", l'Altare risponde elevando una fanciulla che si fa piccola come un bimbo. Al secolo che pretende di riformare la società cambiando le sole strutture esteriori e politiche, Iddio risponde con una monaca di clausura che, senza mai uscire dal coro, ha convertito e ricondotto a Cristo più anime di tutti i sociologi dell'epoca. Al secolo che confonde la libertà con l'anarchia dei costumi, il Cielo risponde indicando la gioia della clausura e dell'obbedienza più stretta. Santa Teresina di Lisieux non è la figura melensa e sdolcinata ritratta da certa iconografia modernista e sentimentale; essa è a tutti gli effetti un guerriero dello Spirito. È patrona di Francia non per una generica dolcezza, ma perché ha compreso il segreto autentico per la riconquista cattolica delle nazioni: non i compromessi politici o le mode del secolo, ma l'amore folle, radicale e totale per Gesù Bambino e per il Suo Volto Santo, sfigurato dai peccati degli uomini. Dal chiuso di un monastero della Normandia, una fanciulla di ventiquattro anni ha sconfitto moralmente la superbia della Terza Repubblica.
I tempi odierni e l'analogia storica
Se volgiamo lo sguardo al tempo presente, non possiamo non ravvisare una drammatica, speculare analogia tra l'epoca di Santa Teresina e i giorni nostri. Quell'assalto anticristiano che alla fine dell'Ottocento si limitava ai confini di alcune nazioni e si manifestava attraverso le leggi di uno Stato massonico, oggi si è trasformato in un'apostasia globale, penetrata capillarmente non solo nelle istituzioni civili, ma persino all'interno del tessuto ecclesiale.
Oggi come allora, il mondo ufficiale è governato da un neo-positivismo tecnocratico che pretende di esiliare il Creatore dal consorzio umano. I bordelli filosofici dell'Ottocento si sono mutati nelle cattedre del relativismo assoluto e dell'ideologia scientista, dove si decreta che l'uomo non è che un ammasso di cellule modificabili a piacimento, legittimando l'infanticidio di Stato e la distruzione sistematica della famiglia cristiana. La societas contemporanea puzza, oggi ancor più di allora, di uno zolfo che si ammanta di progresso tecnologico e diritti civili, mentre opera lo sradicamento sistematico del Crocifisso dalla vita pubblica.
Anche all'interno della Chiesa si ripresenta la medesima tentazione modernista che Teresa combatté con l'offerta della propria vita: l'illusione di poter salvare le anime attraverso l'attivismo frenetico, la burocratizzazione delle parrocchie trasformate in agenzie filantropiche, o l'adeguamento del dogma cristiano alle mode cangianti del mondo. Si assiste al tentativo di smantellare la vita contemplativa, guardando con sospetto o sufficienza a chi sceglie la via del silenzio, della penitenza e della clausura. La "notte della fede" che avvolse gli ultimi mesi della Santa di Lisieux sembra oggi gravare sull'intero corpo ecclesiale, dove lo smarrimento dottrinale e la tiepidezza dei cuori insidiano la stabilità dei fedeli.
Di fronte a questo scenario apocalittico, la risposta cattolica rimane la medesima indicata dal Giglio della Normandia: la via dell'infanzia spirituale, la fedeltà intransigente alla Tradizione e il rifiuto sdegnoso di ogni compromesso con lo spirito del secolo. Oggi come nel 1873, la Chiesa non si risana con le strategie sociologiche o con l'adeguamento ai diktat del mondo, ma attraverso la fioritura di anime amanti, nascoste e interamente consumate dal fuoco del Sacro Cuore. La lezione immortale di Santa Teresina ricorda alla posterità che un solo cuore totalmente arreso a Cristo, nel silenzio di una vita di preghiera, ha il potere di far crollare gli imperi dell'ateismo e di preservare intatta, tra le tempeste del secolo presente, la fiamma perenne della Verità cattolica. «Diffusa est gratia in labiis tuis: propterea benedixit te Deus in aeternum» (Sal 44,3).La grazia è sparsa sulle tue labbra, perciò Dio ti ha benedetto per sempre".
I tempi odierni e l'analogia storica
Se volgiamo lo sguardo al tempo presente, non possiamo non ravvisare una drammatica, speculare analogia tra l'epoca di Santa Teresina e i giorni nostri. Quell'assalto anticristiano che alla fine dell'Ottocento si limitava ai confini di alcune nazioni e si manifestava attraverso le leggi di uno Stato massonico, oggi si è trasformato in un'apostasia globale, penetrata capillarmente non solo nelle istituzioni civili, ma persino all'interno del tessuto ecclesiale.
Oggi come allora, il mondo ufficiale è governato da un neo-positivismo tecnocratico che pretende di esiliare il Creatore dal consorzio umano. I bordelli filosofici dell'Ottocento si sono mutati nelle cattedre del relativismo assoluto e dell'ideologia scientista, dove si decreta che l'uomo non è che un ammasso di cellule modificabili a piacimento, legittimando l'infanticidio di Stato e la distruzione sistematica della famiglia cristiana. La societas contemporanea puzza, oggi ancor più di allora, di uno zolfo che si ammanta di progresso tecnologico e diritti civili, mentre opera lo sradicamento sistematico del Crocifisso dalla vita pubblica.
Anche all'interno della Chiesa si ripresenta la medesima tentazione modernista che Teresa combatté con l'offerta della propria vita: l'illusione di poter salvare le anime attraverso l'attivismo frenetico, la burocratizzazione delle parrocchie trasformate in agenzie filantropiche, o l'adeguamento del dogma cristiano alle mode cangianti del mondo. Si assiste al tentativo di smantellare la vita contemplativa, guardando con sospetto o sufficienza a chi sceglie la via del silenzio, della penitenza e della clausura. La "notte della fede" che avvolse gli ultimi mesi della Santa di Lisieux sembra oggi gravare sull'intero corpo ecclesiale, dove lo smarrimento dottrinale e la tiepidezza dei cuori insidiano la stabilità dei fedeli.
Di fronte a questo scenario apocalittico, la risposta cattolica rimane la medesima indicata dal Giglio della Normandia: la via dell'infanzia spirituale, la fedeltà intransigente alla Tradizione e il rifiuto sdegnoso di ogni compromesso con lo spirito del secolo. Oggi come nel 1873, la Chiesa non si risana con le strategie sociologiche o con l'adeguamento ai diktat del mondo, ma attraverso la fioritura di anime amanti, nascoste e interamente consumate dal fuoco del Sacro Cuore. La lezione immortale di Santa Teresina ricorda alla posterità che un solo cuore totalmente arreso a Cristo, nel silenzio di una vita di preghiera, ha il potere di far crollare gli imperi dell'ateismo e di preservare intatta, tra le tempeste del secolo presente, la fiamma perenne della Verità cattolica. «Diffusa est gratia in labiis tuis: propterea benedixit te Deus in aeternum» (Sal 44,3).La grazia è sparsa sulle tue labbra, perciò Dio ti ha benedetto per sempre".


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