Blog della Tradizione Cattolica Apostolica Romana

giovedì 18 aprile 2024

La professione di Fede e il sospetto di eresia





Corde creditur ad iusititiam, ore autem confessio fit ad salutem (2Tess. 1, 11)

di don Mauro Tranquillo

La fede, virtù senza la quale non si può piacere a Dio, non può limitarsi a essere una convizione interiore. Deve essere espressa esternamente, specialmente per essere diffusa. L’adesione alle verità non può essere separata dal rifiuto degli errori, rifiuto che non può permettersi di essere ambiguo o tacito, specialmente quando l’errore è clamoroso. L a virtù teologale di fede ha come atto primordiale l’adesione dell’intelligenza a Dio che si rivela. Un atto quindi assolutamente interiore, invisibile. Tuttavia questo atto interiore non è l’unico atto della virtù di fede: l’adesione a Dio che si rivela deve essere necessariamente espressa all’esterno con degli atti sensibili, parole e gesti. Questo si chiama professione (o confessione) della fede, e san Tommaso ne parla nella terza questione della Secunda Secundae della sua Somma. Tale atto di fede esternamente manifestata è quindi necessario alla salvezza secondo due modalità. La prima è quella affermativa, che obbliga a esprimere la nostra fede in determinate circostanze, che poi esamineremo; la seconda, non meno importante, è negativa: ci è proibito semper et pro semper compiere qualsiasi atto che direttamente o indirettamente appaia come una negazione delle verità di fede, anche nel caso in cui mantenessimo nel nostro cuore l’adesione a queste verità. Procederemo secondo queste due linee all’esame della questione.

Il precetto affermativo della professione di fede

La manifestazione esterna della fede non può essere, come è chiaro, un atto compiuto continuativamente (ovviamente parliamo di diretta confessione di fede, non degli atti delle altre virtù, che indirettamente rendono testimonianza che siamo coerenti con ciò che crediamo). Quando sarà dunque necessario e obbligatorio esprimere a parole o gesti la nostra fede? In generale, per diritto divino, occorre manifestare la fede quando l’onore di Dio o l’utilità del prossimo lo richiedono. San Tommaso presenta i tipici casi di colui che tacendo la fede in una determinata circostanza lascerebbe credere di non averla (dando così scandalo ai presenti e “vergognandosi” di Dio), specialmente se espressamente interrogato a riguardo dalle autorità; o di colui che deve istruire e confermare il prossimo. Atti di fede esterni sono richiesti al to di ricevere i sacramenti (si recita ad esempio il Credo in occasione del battesimo, della Cresima, dell’Ordine; ma come vedremo poi, sono i sacramenti stessi a significare la fede). Professioni di fede esplicite su punti specifici possono essere richieste in determinati luoghi e circostanze, specie quando un’eresia imperversa in una regione o in un tempo: non è lecito il silenzio di fronte a un errore che domina tutta una società cui siamo supposti aderire. È d’altra parte interessante notare come san Tommaso nella quaestio citata (art. II ad 3um) ricordi che in alcuni casi può essere doveroso non fare un atto di fede esterno: cioè quando non solo non ce n’è la necessità, ma anzi sarebbe dannoso mettersi ad affermare la fede in determinate circostanze, per esempio quando si prevede solo «turbamento degli infedeli senza alcuna utilità della fede o dei fedeli». La Chiesa ha poi il potere di imporre per legge la professione di fede esterna in determinate circostanze: al momento della conversione dell’infedele o dell’eretico, ad esempio, non basta un atto interno di fede per essere ammessi nella Chiesa, ma occorre un atto esterno e pubblico, essendo la Chiesa una società pubblica per sua natura. Inoltre la Chiesa impone una professione di fede a tutti coloro che sono chiamati ad avere un ruolo di insegnamento o di responsabilità. Dalla più alta antichità esistevano, per esempio, gli “scrutini” per i candidati alla consacrazione episcopale, che venivano interrogati sulla loro adesione ai dogmi dal Metropolita (il rito è ancora contenuto nel Pontificale Romano). Nel 1564, durante il Concilio di Trento, il Papa Pio IV impose a tutti coloro che avrebbero ricevuto gli ordini maggiori, come a tutti coloro che ottenessero un incarico ecclesiastico o di insegnamento, l’obbligo di giurare una precisa professione di fede, che comprendeva il Credo e l’elenco di una serie di verità esplicitamente menzionate, onde evitare l’infiltrarsi di protestanti in seno a posti di responsabilità nella Chiesa, come stava avvenendo in Germania. Ovviamente tale formula conteneva anche l’espressione più generale di adesione a qualunque insegnamento della Chiesa Romana, e di condanna di qualunque dottrina la Chiesa condannasse, essendo impossibile enumerare una per una tutte le verità rivelate. Per evitare che i modernisti snaturassero tale giuramento con la loro concezione dei dogmi (cui possono anche affermare di aderire, ma non certo nel senso che credono che il contenuto dei medesimi corrisponda a realtà esterne alla coscienza), il Papa san Pio X aggiunse al testo di Pio IV il famoso giuramento antimodernista (1910), che riprovava esplicitamente tali interpretazioni. Entrambi questi testi sono stati messi da parte dalla setta modernista oggi imperante (decreto di Paolo VI, 1966), che chiede l’adesione a una nuova formula, meno precisa e senza allusioni al modernismo, elaborata dal Card. Ratzinger ed imposta da Giovanni Paolo II nel 1989 (a modifica di un testo ancora più striminzito che era stato introdotto nel 1967). La clausola finale di questo nuovo testo è particolarmente contraria alla dottrina cattolica: «Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio dei Vescovi propongono quando esercitano il loro magistero autentico». Questo semplice “o” contiene tutta la dottrina conciliare del doppio soggetto del potere supremo, condannata dalla Chiesa.

Professione della fede nei Sacramenti

È un errore particolarmente dannoso il limitarsi a vedere i Sacramenti (e la Messa) come mere “macchine della grazia”, pensando che, purché sia compiuto validamente il rito, tutto il resto sia secondario. San Tommaso ci insegna che «omnia sacramenta sunt quaedam fidei protestationes» (1), tutti i sacramenti sono delle professioni di fede, e producono la grazia proprio in quanto la significano: questa significazione è essa stessa una manifestazione di quanto crediamo (l’errore protestante consisterebbe invece a escludere l’aspetto dell’efficacia per farne solo delle manifestazioni di fede). Se il carattere del Battesimo è dato per rendere il soggetto capace di ricevere i beni del culto cristiano (pubblico per sua natura), cioè in particolare gli altri sacramenti in quanto tali (è un carattere anzitutto passivo), quello della Cresima ci rende attivi negli atti del culto in quanto professioni di fede pubbliche (l’Ordine poi rende attivi negli atti di culto in quanto tali). Partecipare al culto della Chiesa, specie nei Sacramenti, non è solo ricevere la grazia, ma anche allo stesso tempo fare un’eminente professione pubblica di fede, compiere l’atto proprio e specifico del carattere della Cresima. I due aspetti non possono essere separati. La stessa professione di fede nella vita pubblica, compresa quella dei martiri, è fatta sotto la mozione della grazia della Cresima solo in quanto è, in senso largo, un atto di culto a Dio. Essendo dunque il culto della Chiesa, massimamente nella celebrazione dei Sacramenti, la professione di fede per eccellenza, è chiaro che nella celebrazione di questo culto ogni ambiguità sul contenuto della fede (e a maggior ragione ogni errore esplicito) assume un carattere di estrema gravità. Occorre quindi che il culto e la ricezione stessa dei Sacramenti si svolgano non solo in modo “meccanicamente” valido, ma anche in un contesto in cui risplenda nettissima la professione della fede cattolica. La partecipazione attiva a un rito è infatti adesione a quello che il rito esprime nella sua totalità, quindi anche alla dottrina che è esplicitamente professata in quella circostanza, oltre a quella oggettivamente espressa da gesti e parole. Si può ben capire fin d’ora quanto questo differisca da ogni forma di donatismo, l'eresia che negava l'efficacia dei sacramenti alla personale fede o dignità del celebrante. Si tratta al contrario della fede oggettivamente espressa dal rito celebrato nelle circostanze date, non di questioni personali. Sarebbe assolutamente pensabile che un sacerdote indegno o perfino eretico (ammettendo che la Chiesa lo riconosca ancora come suo ministro) celebrasse una Messa o un sacramento nei quali si professa integra la fede cattolica, dal momento in cui la sua eresia non si manifesta in nessun modo in quella circostanza: il fedele aderirebbe infatti al rito della Chiesa, non alle personali convinzioni del celebrante (2). D’altro canto, la Chiesa insegna che sebbene di per sé si debba genuflettere davanti all’Ostia consacrata da ministri non cattolici, si deve tuttavia evitare di dare l’impressione di mischiarsi agli acattolici e di condividerne le dottrine compiendo questi atti, dei quali bisogna quindi evitare le occasioni (3) (e questo vale pure per la visita a templi acattolici e l’onore che si potrebbe rendere a eventuali immagini sacre in essi contenute) (4): segno di quanto la Chiesa sia lontana dall’accontentarsi di una semplice dinamica sacramentale valida, ma sappia bene che la partecipazione a un culto indica l’adesione alla fede che quel culto nella sua integrità significa.

Il precetto negativo e il sospetto di eresia

Il precetto negativo riguardo la professione di fede obbliga semper et pro semper: ciò significa che non è mai lecito compiere un atto che comporti o lasci intendere la negazione della fede, o la occulti ingiustamente, o lasci intendere l’adesione a dottrine non cattoliche. Non sarebbe per esempio lecito bruciare l’incenso agli idoli, ma nemmeno farlo esternamente con l’animo di onorare però il vero Dio. Si capisce che il campo è molto vasto. Non tratteremo però qui l’esplicita adesione all’errore, o l’apostasia, che sono casi evidenti di negazione della fede, quanto una serie di situazioni intermediarie. Alcuni di questi casi di ambiguità rientrano in una categoria giuridica precisa, che viene chiamata dal diritto canonico sospetto di eresia: per esempio il fare patto tra gli sposi di far battezzare o educare i figli fuori dalla religione cattolica, o compiere di fatto tali azioni (can. 2319); il sacrilegio sulle specie consacrate (can. 2320); l’appello al Concilio contro una sentenza del Papa (can. 2332); l’ostinazione nella scomunica per più di un anno (can. 2340); la simonia nell’amministrazione dei sacramenti (can. 2371); l’aiuto alla propaganda degli eretici con parole di lode o aiuti materiali (ovviamente senza aderire formalmente all’eresia, il che sarebbe semplicemente apostasia), la comunicazione in sacris con loro (per esempio se un cattolico partecipasse attivamente a una funzione luterana) (can. 2316) (5); prima del codice del 1917 la stessa sodomia, l’esercizio della magia, la violazione del sigillo della confessione e il possesso di libri proibiti. Tutti questi atti infatti, benché non corrispondano a dirette negazioni della fede, lasciano intendere che chi li compie si dissoci dal credo della Chiesa, non essendoci altre spiegazioni plausibili a tali comportamenti (alcuni peccati si commettono infatti per fragilità, ma altri si spiegano difficilmente senza una particolare malizia dell’intelletto). Il sospetto di eresia comporta, dopo le debite monizioni, l’interdizione dagli atti legittimi, la sospensione per i chierici, e dopo sei mesi di impenitenza l’assimilazione de jure agli eretici (can. 2315). Secondo le Decretali il sospetto d’eresia può essere di tre tipi: lieve, se gli indizi sono di poca importanza; violento, se si fonda su certi argomenti; veemente se si fonda su argomenti probabili. Il diritto naturale impone al sospetto di eresia di riparare e di professare apertamente la sua fede cattolica, con un atto proporzionato alla gravità del sospetto suscitato, ovvero più o meno pubblico. Gli antichi canoni prevedevano vari modi e circostanze in cui pronunciare tale ritrattazione, detta “purgazione”. Tali atti hanno, prima ancora che una valenza canonica, una indubbia connotazione morale, per cui anche se la Chiesa non li punisse più nel suo diritto, resterebbero peccati mortali contro la virtù di fede, e anche contro la carità se vi si aggiungesse lo scandalo.

Qualche applicazione alla situazione presente

Alla luce di tutto quanto esposto finora, vediamo alcuni casi concreti che si riferiscono alla situazione attuale. Sappiamo che a partire dal Concilio Vaticano II si richiede ai cattolici un’adesione a dottrine contrarie al Magistero della Chiesa. Ne abbiamo parlato tante volte: quella sul diritto naturale a non essere impediti nel culto di qualsiasi religione, quella sul doppio soggetto del potere supremo, quella sul rapporto con le false religioni, etc. Quando un’adesione a queste dottrine è richiesta in modo esplicito (come è accaduto recentemente alla Fraternità San Pio X), il più chiaro diniego è necessario. Ma allo stesso modo non sarebbe lecito aderirvi anche solo esternamente, pur mantenendo la fede all’interno di se stessi, né tacere davanti a una situazione in cui l’utilità del prossimo è così gravemente in gioco, e in cui il silenzio può apparire come approvazione. Specialmente chi è inserito nel sistema ecclesiastico ordinario, per mantenere la professione di fede cattolica, deve prendere pubblicamente le distanze da questi errori, che i superiori professano e cui si suppone egli aderisca. Questo deve avvenire a qualsiasi prezzo, e qualora se ne colga la gravità, si è tenuti in coscienza a farlo. La vicenda di Mons. Lefebvre si spiega essa stessa in questo modo: il tacere gli errori professati dal Concilio, che egli chiaramente percepiva come tali, sarebbe parso l’approvarli insieme al resto dell’episcopato mondiale. Denunciarli pubblicamente diventava allora strettamente necessario, a qualsiasi prezzo, come dovere primordiale. Se oggi tale professione di fede contro gli errori viene punita dalle autorità, si capisce che lo stato di grave necessità generale non è una favola. Alleghiamo qui la dichiarazione di Mons. De Castro Mayer il giorno delle consacrazioni episcopali, dove l’altro grande Vescovo spiega la sua presenza a Ecône quel giorno proprio come una necessaria professione di fede. Ugualmente, da quanto abbiamo enunciato appare chiaro che, dal momento in cui percepiamo quanto la nuova messa si distacchi dalla professione di fede cattolica su sacrificio, sacerdozio e presenza reale (cf. Breve esame critico), non possiamo mai prendervi parte, nemmeno sotto il pretesto di partecipare ai sacramenti. Infatti non possiamo contraddire, con la partecipazione a un rito non cattolico, la fede che il sacramento valido in se stesso significa: sarebbe commettere un peccato che ostacolerebbe gli stessi frutti del sacramento, anche ricevuto validamente. Potremmo noi assistere passivamente, e magari avvicinarci solo alla comunione? Evidentemente no, perché partecipare alla comunione durante quel rito sarebbe la massima adesione possibile al contenuto di quel rito. Perfino in punto di morte non si devono accettare i sacramenti in un rito o da ministri non cattolici, qualora questo diventi o anche solo possa sembrare un’adesione ai loro errori. Quanto alle Messe tradizionali celebrate da sacerdoti che fanno professione di accettare gli errori del Concilio, o a quelle celebrate in virtù del motu proprio, lungi da ogni donatismo, dovremo fare attenzione non alla fede personale del celebrante, ma a quella di cui si fa professione esplicita in quella particolare celebrazione. Se si intende esplicitamente celebrare in virtù del motu proprio, che assimila l’antico rito al nuovo (e che nell’istruzione applicativa richiede, come il vecchio indulto, l’adesione al Concilio) (6), è ovvio che si sta partecipando alla professione di una falsità, e ci si deve astenere da questo (il significato della vecchia Messa vien infatti parificato a quello della nuova). Seppure infatti il rito di san Pio V, preso materialmente, significhi sempre la fede cattolica, vi vengono uniti ingiustamente dei significati ai quali il cattolico non può aderire, dal momento che ne abbia chiara coscienza. Questo, lo ripetiamo, vale nella misura in cui vi sia professione di questo all’esterno. Se fosse una pura convinzione personale del celebrante o di parte dei fedeli presenti, il discorso potrebbe essere diverso. Teniamo però conto che molte Messe introdotte dai Vescovi diocesani dopo il motu proprio sono celebrate esplicitamente a queste condizioni. Rimane quindi necessaria grande vigilanza e attenzione, essendo la chiara professione di fede un dovere così necessario alla salvezza, come insegna il Santo Vangelo: Qui me confessus fuerit coram homini bus, confitebor et ego eum coram Patre meo, qui in caelis est. Qui autem negaverit me coram hominibus, negabo et ego eum coram Patre meo, qui in caelis est (Mt 10, 32-33).

1. Summa Theologiae, III q.72 art. 6 ad 3um. 2. Cf. ibidem, q. 82 art. 9. 3. Responsa Pii VI 18 maii 1793 ad 11 (cit. in Noldin, Summa theologiae moralis vol. II, Innsbruck 1917). 4. S. C. de Propaganda Fide, 15 dec. 1764. 5. Tutti i canoni citati qui e in seguito si riferiscono al Codice di Diritto di Canonico in vigore cioè quello promulgato nel 1917. 6. Istruzione Universae Ecclesiae, nn. 6-7 e 19.

mercoledì 17 aprile 2024

Vaticano, non luogo a procedere per il blogger del sito Silere non possum: “Difetto di giurisdizione”






di Alex Corlazzoli

“Non luogo a procedere”.
Si è chiuso così, per ora, il procedimento penale nei confronti di Marco Felipe Perfetti, blogger animatore del sito Silere non possum, particolarmente attento agli eventi e affari che avvengono sotto la cupola di San Pietro. Ieri, il presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, Giuseppe Pignatone – dopo una breve camera di consiglio – ha dichiarato il “difetto di giurisdizione”.

In sostanza la Giustizia della Santa Sede ha dichiarato che non ha alcuna competenza perché il reato per il quale Perfetti è accusato (diffamazione) non è stato commesso nel territorio del suolo pontificio. A darne la notizia è lo stesso blogger che aveva saputo dell’udienza fissata venerdì alle 17 dai media senza ricevere – ha spiegato a IlFattoQuotidiano.it – alcuna notifica ufficiale.
In queste ore, intanto, si è saputo che a querelare Perfetti non è stato alcun prelato vicino a Bergoglio ma un politico residente in Italia che lavora con lo Stato del Vaticano. A finire sotto accusa sarebbe un post ritenuto diffamatorio nei confronti di questo noto personaggio. “Questi tentativi di intimidazione – dice Perfetti – non fermeranno l’operato di “Silere non possum” che continuerà a svolgere il proprio servizio nonostante queste operazioni risibili”. Ad essere anomalo è soprattutto il fatto che il tutto – dal momento che la persona offesa è italiana e l’accusato pure così la redazione che ha sede fuori dalla Città Stato – si sarebbe dovuto consumare nelle aule di qualche Tribunale italiano e, invece, si è svolto nella Santa Sede dove ad oggi il blogger entra e esce senza essere considerato “indesiderato” da Gendarmeria e Guardie Svizzere. Non solo. “I presenti in aula hanno riferito – dice Perfetti – che il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, ha dichiarato di aver perfezionato le notifiche ma non è stata effettuata alcuna notifica alla mia residenza. Si è svolto il tutto senza l’imputato e senza che potessi conoscere l’incarto processuale o le accuse che mi sono state mosse. Tutto ciò di cui questa redazione è venuta a conoscenza lo ha recepito dai cronisti in aula. Questo conferma, ancora una volta, la completa inadeguatezza di chi è posto a ricoprire alcuni ruoli sia negli uffici requirenti che quelli giudicanti nel Tribunale Vaticano”.

Ora si tratta di capire se la persona che si ritiene diffamata da Perfetti porterà avanti la sua querela in Italia. Per il blogger è chiaro il tentativo di cercare di mettere il bavaglio al suo sito. Il blogger giorni scorsi aveva detto a ilfattoquotidiano.it: “La tutela della libertà di stampa in Vaticano non c’è; non c’è la possibilità di dire qualcosa fuori dai toni e noi, invece lo facciamo con tanto di documentazione. E’ chiaro che stiamo dando fastidio a qualcuno che vorrebbe che non esistessimo”.

Segui in diretta la cerimonia funebre di Mons. Huonder a Econe.


Il vescovo emerito di Coira ha espresso il desiderio di essere sepolto a Econe. Video del funerale, mercoledì 17 aprile 2024.

https://econe.fsspx.org/fr/events/funerail les-mgr-vitus-huonder-44162

Secondo il suo desiderio, espresso più volte, mons. Vitus Huonder sarà sepolto nel seminario di Écône, “ accanto al vescovo che ha tanto sofferto per la Chiesa ”. La messa pontificale da requiem 
sarà celebrata mercoledì 17 aprile alle ore 9,30, seguita dalla tumulazione nella volta del seminario.

Il 3 aprile 2024, Mercoledì di Pasqua, S.E Mons. Vitus Huonder ha restituito a Dio la sua anima dopo una breve malattia, di cui conosceva con piena lucidità l'esito fatale.

Fu nel giorno della festa di San Giuseppe, il 19 marzo, che entrò in ospedale. E fu proprio il lunedì santo, 25 marzo, giorno dell'Annunciazione, che venne fatta la diagnosi. Da allora in poi, Mons. Huonder si dimostrò perfettamente docile alle vie della Provvidenza, offrendo costantemente le sue sofferenze per la Santa Chiesa. Mostrò inoltre costante gratitudine alla Fraternità Sacerdotale  San Pio X.

martedì 16 aprile 2024

Professione di Fede di Mons. Salvador L. Lazo Indirizzata a Giovanni Paolo II il 21 maggio 1998




Carissimi amici e lettori,
Mons.Salvador Lazo Lazo (nato il 1 maggio 1918; morto l’11 aprile 2000) è stato un prelato filippino della Chiesa Cattolica Romana, svolgendo il compito di Vescovo della Diocesi di San Fernando de La Union, nei pressi di Manila, dal 1981 al 1993.
Fu ordinato sacerdote il 22 marzo 1947. Nel 1950 fondò l’Accademia San Josè. Dal 1951 fu rettore del seminario minore San Jacinto.
Il 1 dicembre 1969 fu incaricato come vescovo ausiliare di Tuguegarao, e venne consacrato vescovo il 3 febbraio 1970. Il 20 febbraio 1981 fu assegnato da Giovanni Paolo II alla Diocesi di San Fernando de La Union.
All’età di 75 anni, il 28 maggio 1993, si ritirò come vescovo titolare. Prese contatto con la Fraternità San Pio X e si dichiarò cattolico tradizionale; celebrando la Santa Messa esclusivamente col Rito Tridentino.
Il 21 maggio 1998 redasse una solenne Professione di Fede, che inviò a Giovanni Paolo II.
Morì a 81 anni. Il suo funerale venne celebrato da Mons. Bernard Fellay.



pubblicata dal sito francese della Fraternità San Pio X


A Sua Santità il Papa Giovanni Paolo II, Vescovo di Roma e Vicario e di Gesù Cristo, Successore di San Pietro, Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Patriarca d’Occidente, primate d’Italia, Arcivescovo Metropolita della Provincia di Roma, Sovrano della Città del Vaticano.

Giovedì dell’Ascensione, 21 maggio 1998

Santissimo Padre,

in questo decimo anniversario della consacrazione di quattro vescovi da parte di Monsignor Marcel Lefebvre, per la sopravvivenza della Fede Cattolica; per grazia di Dio, io dichiaro che sono cattolico romano. La mia religione è stata fondata da Gesù Cristo, quando disse a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa» (Mt. 16, 18).

Santo Padre, il mio Credo è il Credo degli Apostoli. Il Deposito della Fede viene da Gesù Cristo ed è stato completato con la morte dell’ultimo Apostolo. Esso è stato affidato alla Chiesa Cattolica Romana perché serva di guida per la salvezza delle anime fino alla fine dei tempi.

San Paolo ordinò a Timoteo: «O Timòteo, custodisci il deposito» (I Tim. 6, 20), il Deposito della Fede!

Santo Padre, sembra che San Paolo mi dica: “Custodisci il deposito… Un deposito è ciò che si affida, non ciò che uno scopre. Lei lo ha ricevuto, non l’ha tratto da se stesso. Esso non dipende dalla ricerca personale, ma dalla dottrina. Esso non è per il suo uso privato, ma appartiene dalla Tradizione pubblica. Esso non deriva da Lei, ma è giunto a Lei. Nei suoi confronti, Lei non può agire come se fosse il suo autore, ma solo come suo custode. Lei non è l’iniziatore, ma il discepolo. Non le compete regolarlo, ma essere da esso regolato (San Vincenzo di Lerino, Commonitorium, n° 22).

Il Santo Concilio Vaticano I insegna che «La dottrina della Fede che Dio rivelò non è proposta alle menti umane come una invenzione filosofica da perfezionare, ma è stata consegnata alla Sposa di Cristo come divino deposito perché la custodisca fedelmente e la insegni con magistero infallibile. Quindi deve essere approvato in perpetuo quel significato dei sacri dogmi che la Santa Madre Chiesa ha dichiarato, né mai si deve recedere da quel significato con il pretesto o con le apparenze di una più completa intelligenza.» (Costituzione dogmatica Dei Filius, DzS 1800).

«Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede.» (Costituzione dogmatica Pastor Aeternus, DzS 1836).

In più, «il potere del Papa non è illimitato: non solo egli non può cambiare alcunché di ciò che è di istituzione divina, per esempio sopprimere la giurisdizione episcopale, ma, posto per edificare e non per distruggere, egli è tenuto per la legge naturale a non gettare la confusione tra il gregge di Cristo» (Dizionario di teologia cattolica, t. II, coll. 2039-2040).

Anche San Paolo ha confermato la Fede dei suoi convertiti, dicendo: «Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema!» (Gal. 1, 8).

Come vescovo cattolico, ecco brevemente la mia posizione sulle riforme post-conciliari del concilio Vaticano II. Se le riforme conciliari sono conformi alla volontà di Gesù Cristo, allora collaborerò volentieri alla loro realizzazione. Ma se le riforme conciliari sono pianificate per la distruzione della Religione Cattolica fondata da Gesù Cristo, allora mi rifiuterò di dare la mia cooperazione.

Santo Padre, nel 1969, è giunta a San Fernando, nella Diocesi de La Union, una notifica da Roma. Essa diceva che la Messa latina tridentina doveva essere soppressa e che doveva essere usato il Novus Ordo Missae. Non veniva data alcuna ragione. Poiché l’ordine veniva da Roma, si obbedì senza protestare (Roma locuta est, causa finita est).

Io mi sono ritirato in pensione nel 1993, 23 anni dopo la mia consacrazione episcopale. Dopo il mio pensionamento ho scoperto la vera ragione della soppressione illegale della Messa latina tradizionale. La Messa antica era un ostacolo all’introduzione dell’ecumenismo. La Messa cattolica conteneva i dogmi cattolici, che i protestanti negano. Allo scopo di giungere all’unità con le sette protestanti, la Messa latina tridentina doveva essere eliminata e sostituita col Novus Ordo Missae.

Il Novus Ordo Missae fu composto da Mons. Annibale Bugnini, un massone. Egli fu aiutato a fabbricarlo da sei ministri protestanti. I novatori ebbero cura che nelle preghiere non ci fosse più alcun dogma cattolico, che offendeva le orecchie protestanti. Essi hanno soppresso tutto ciò che esprimeva pienamente i dogmi cattolici, rimpiazzandoli con dei testi molto ambigui a tendenza protestante ed eretica. Essi hanno anche cambiato la formula della Consacrazione consegnataci da Gesù Cristo. Con tali modifiche, il nuovo rito della Messa è diventato più protestante che cattolico.

I Protestanti affermano che la Messa è solo un semplice pasto, una semplice comunione, un semplice banchetto, un memoriale. Il Concilio di Trento ha insistito sulla realtà del Sacrificio della Messa, che è il rinnovamento incruento del Sacrificio cruento di Cristo sul Calvario. «Questo Dio e Signore nostro, dunque, anche se una sola volta si sarebbe immolato sull’altare della Croce, attraverso la morte, a Dio Padre, […] nell’ultima cena, la notte in cui fu tradito […] offrì a Dio Padre il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino […] per lasciare alla Chiesa, Sua amata Sposa, un sacrificio visibile (come esige l’umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una sola volta sulla Croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo» (DzS 938).
Quindi, la Messa è solo di conseguenza una comunione al Sacrificio appena celebrato, un banchetto in cui si mangia la Vittima immolata in sacrificio. Ma se prima non vi è il Sacrificio, ne consegue che non vi è comunione con Lui. La Messa è innanzi tutto e prima di tutto un sacrificio e solo secondariamente una comunione o un pasto.

Si deve anche sottolineare che nel Novus Ordo Missae, la Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia è implicitamente negata. Osservazione, questa, che è vera anche riguardo alla dottrina della Chiesa sulla Transustanziazione.

In relazione con questo, il sacerdote, che un tempo era colui che offriva un sacrificio, oggi è stato declassato a presidente dell’assemblea. Per questo ruolo, egli si colloca di fronte al popolo. Nella Messa tradizionale, invece, il sacerdote si collocava di fronte al Tabernacolo e all’Altare in cui si trova Cristo.

Dopo aver preso coscienza di questi cambiamenti, io ho deciso di non dire la Messa con il nuovo rito, cosa che ho fatto per più di 27 anni in obbedienza ai miei superiori ecclesiastici. Sono ritornato alla Messa tridentina, che è la Messa istituita da Gesù Cristo nell’Ultima Cena, il rinnovamento incruento del sacrificio cruento di Gesù Cristo sul Calvario. Questa Messa di sempre nel corso dei secoli ha santificato milioni di cristiani.

Santo Padre, con tutto il rispetto che ho per Lei e per il Santo Soglio di San Pietro, io non posso seguire il suo insegnamento personale sulla “salvezza universale”, esso è in contraddizione con le Sacre Scritture.

Santo Padre, forse che tutti gli uomini saranno salvati? Gesù ha voluto che tutti gli uomini fossero riscattati. Egli infatti è morto per tutti noi. Tuttavia, non tutti gli uomini saranno salvati, perché non tutti gli uomini soddisfano le condizioni necessarie per rientrare nel numero degli eletti da Dio per il Cielo.

Prima di ascendere al Cielo, Gesù Cristo affidò ai suoi Apostoli il dovere di predicare il Vangelo a tutte le creature. Le sue istruzioni indicavano già che non tutte le anime si sarebbero salvate. Egli dice: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc. 16, 15-16).

San Paolo parlava allo stesso modo ai suoi convertiti: «O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (I Cor. 6, 9-10).

Santo Padre, dobbiamo rispettare le false religioni? Gesù Cristo ha fondato una sola Chiesa in seno alla quale si può essere salvati. E questa è la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana. Quand’Egli dà tutte le dottrine e le verità necessarie per essere salvati, non dice: “Rispettate tutte le false religioni”. Infatti, il Figlio di Dio è stato crocifisso sulla Croce perché nei suoi insegnamenti è stato senza compromessi.

Nel 1910, nella sua lettera Notre Charge Apostolique, il Papa San Pio X ha messo in guardia contro lo spirito interconfessionale, poiché esso fa parte del grande movimento di apostasia organizzato in tutti i paesi in vista di una Chiesa Mondiale.
Il Papa Leone XIII ha avvisato che “Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre» (Enciclica Humanum genus).
Il processo va dal cattolicesimo al protestantesimo, dal protestantesimo al modernismo, dal modernismo all’ateismo.

L’ecumenismo, come è praticato oggi, è diametralmente opposto alla dottrina e alla pratica cattoliche tradizionali. Esso confina la sola Religione vera, fondata da Nostro Signore, allo stesso livello delle false religioni, opere degli uomini; cosa che nel corso dei secoli i papi hanno decisamente proibito ai cattolici di fare. «… è chiaro che la Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a siffatti tentativi» (Papa Pio XI, Mortalium animos).

Io sono per la Roma eterna, la Roma di San Pietro e San Paolo. Io non voglio seguire la Roma massonica. Il Papa Leone XIII ha condannato la massoneria nella sua enciclica Humanum genus del 1884.

Io non accetto neanche la Roma modernista. Il Papa San Pio X ha condannato il modernismo nella sua enciclica Pascendi Dominici gregis del1907.

Io non servo la Roma controllata dai massoni, che sono gli agenti di Lucifero, il Principe dei demoni. Io sostengo la Roma che guida fedelmente la Chiesa cattolica per compiere la volontà di Gesù Cristo, la glorificazione di Dio tre volte Santo, Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo.

Io mi ritengo felice per aver ricevuto in questa crisi nella Chiesa cattolica, la grazia di essere ritornato alla Chiesa che aderisce alla Tradizione cattolica.
Grazie a Dio, io dico di nuovo la Messa latina tradizionale, la Messa istituita da Gesù nell’Ultima Cena, la Messa della mia ordinazione.

Si degnino la Beata Vergine Maria, San Giuseppe, Sant’Antonio mio santo protettore, San Michele e il mio angelo custode, di aiutarmi a rimanere fedele alla Chiesa cattolica fondata da Gesù Cristo per la salvezza degli uomini.

Che io possa ottenere la grazia di rimanere fino alla morte nel seno della Santa Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, che aderisce alle antiche tradizioni, e di essere sacerdote e vescovo sempre fedele di Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Molto rispettosamente,

Monsignor Salvatore L. Lazo, DD, Vescovo emerito della Diocesi di San Fernando de La Union.

lunedì 15 aprile 2024

Io sono il Buon Pastore



(di D.Giuseppe R.)
Il Vangelo della seconda domenica dopo la Pasqua ci ripropone il celebre brano del Buon Pastore. Ecco, riaffiorare nella nostra memoria le parole che Gesù ha detto di Sé: Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore. La sua bontà, anche qui, si definisce con eloquio, con virtù che prodigiosamente fanno discendere sino a ognuno di noi il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio fatto Uomo, Gesù, centro dell’umanità.

Presentandosi in tale aspetto, Egli ripete l’invito del Pastore; disegna, cioè, un rapporto che sa di tenerezza e di prodigio. Conosce le sue pecorelle, e le chiama per nome. Poiché noi siamo del gregge suo, è agevole la possibilità di corrispondenza, che antecede il nostro stesso ricorso a Lui. Siamo chiamati uno ad uno. Egli ci conosce e ci nomina, si avvicina a ciascuno di noi e desidera farci pervenire ad una relazione affettuosa, filiale con Lui. La bontà del Signore si palesa qui in maniera sublime, ineffabile. La devozione che la fede, la pietà cristiana tributerà al Salvatore, arriverà con slancio - non solo momentaneo, ma capace di sondare le meraviglie di tanta dilézione - a penetrare nel cuore: e la Chiesa ci presenterà il Cuore di Cristo perché abbiamo a conoscerlo, adorarlo, invocarlo. La devozione al Sacro Cuore di Gesù ben può attribuirsi alla sorgente evangelica oggi rievocata: «Io sono il Buon Pastore».

«MITE ED UMILE DI CUORE»

Noi abbiamo ottime ragioni per non commettere questo errore. Anzitutto perché il ricordo di Lui nell’odierno tratto evangelico è realistico, umile, spoglio di qualsiasi amplificazione, ed ha, intero, il sigillo della fedele realtà. Inoltre, perché rimaniamo coerenti e fedeli alla parola stessa di Gesù. È Lui a indicare e definire la sua missione: il Buon Pastore. Due volte si è chiamato così; e noi ci atteniamo esattamente a questa definizione che Egli si compiacque dare di Sé e ci consegnò, quasi dichiarando: pensatemi così: Io sono il Buon Pastore. Ha voluto perciò consegnare alla nostra anima, alla nostra memoria, al nostro raziocinio, questa sua definizione. E con tale evidenza che la prima e più antica iconografia cristiana, come si sa, ci presenta proprio l’immagine agreste, semplice, paesana del pastore che porta sulle spalle una delle sue pecorelle.

Il Buon Pastore è Gesù.

Adesso si tratta di capire, giacché non basta guardare l’immagine della persona scomparsa, non è sufficiente una rievocazione sensibile, ma occorre comprendere, penetrare quel ch’è rivelato da tali sembianze. Era così Gesù? È proprio Lui che ha voluto essere in tal modo, da Buon Pastore, ricordato e celebrato? Di ciò, infatti, si tratta, e dei caratteri salienti che così delineano Gesù. Ebbene, il Vangelo ce ne informa con parole assolutamente semplici; e, come sempre, con insegnamenti profondi, abissali, che quasi danno le vertigini e fiaccano il nostro potere di comprensione. Nondimeno, siamo invitati dallo stesso Signore - e la liturgia della Chiesa ripete il richiamo - a pensarlo così: una figura estremamente amabile, dolce, vicina; e noi possiamo attribuire soltanto al Signore l’esprimersi con bontà infinita.

IL BUON PASTORE DÀ LA VITA PER IL SUO GREGGE

V’è, poi, un tratto che corregge una delle più comuni ed inesatte interpretazioni della bontà. Noi siamo abituati ad associare il concetto di bontà a quello di debolezza, di non resistenza; a ritenerla incapace di atti forti ed eroici, di manifestazioni in cui trionfino la maestà e la fortezza.

Nella figura di Gesù, semplice e complessa insieme, le qualità, le doti che si direbbero opposte, trovano, invece, una sintesi meravigliosa. Gesù è dolce e forte; semplice e grandioso; umile e a tutti accessibile; una sommità inattingibile di fortezza d’animo, che nessuno potrà giammai eguagliare. Nondimeno, Egli stesso ci introduce in questa sua psicologia, nella penetrazione, diremmo, del suo temperamento, della sua mirabile realtà.

Il Buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle, per il suo gregge. È come dire: l’immagine della bontà si congiunge a quella d’un eroismo che si dona, si sacrifica, s’immola, per cui tale bontà si congiunge ad altezze e visioni dell’atto redentore, talmente elevate da lasciarci sorpresi e attoniti.

Dobbiamo avvicinarci a Gesù, così presentato dal Vangelo, e dobbiamo chiederci se davvero noi cristiani portiamo bene questo nome, se cioè abbiamo un esatto concetto del nostro Divin Salvatore. Certo: molte Vite sono state scritte di Lui; un diffuso catechismo lo concerne e lo presenta; e tante pagine del Vangelo ci sono familiari. Ma una sintesi, come dire?, fotografica, completa, di Lui, la possediamo? Abbiamo un giusto concetto di quel che Egli è stato? Orbene, la cara immagine evangelica e quasi arcadica, offertaci dallo stesso Divino Maestro, lascia riposare, in un incanto di amore, il nostro spirito, e lo dirige e l’aiuta nella ricerca di Dio.Quale stupenda bellezza quella di rispecchiarsi in Gesù e di indovinare come Egli ci conosce! San Paolo lascia vedere tale stupenda realtà come una delle cose future: «Nunc cognosco ex parte; tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum» (1 Cor. 13, 12). Ora conosco in parte; allora poi conoscerò in quel modo stesso ond’io pure sono stato conosciuto. Ma già fin d’ora qualche cosa possiamo percepire, e così diventiamo un po’ diversi dalla ordinaria statura di uomini orgogliosi, o indifferenti o anche talvolta cattivi. Davanti a Gesù, che si denomina Buon Pastore.

sabato 13 aprile 2024

«Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio»



Carissimi amici,

Sembra impossibile contrastare la guerra, vero? Eppure Gesù chiede a ognuno di noi di essere operatori di pace. Anche a te che leggi, non solo ai grandi della terra che detengono le sorti del mondo e della politica.

A volte essere costruttori di pace è scomodo e pesante, sembra di non vedere i frutti del proprio lavoro. Eppure non bisogna arrendersi mai, perché le cose belle richiedono tempo. Nella vita si raccoglie ciò che si è seminato, ma si raccoglie ancora meglio ciò che si è curato. E per ottenere la pace ci vuole una cura grandissima.La pace, quella di Gesù, come dice San Paolo "esige da noi cuore e occhi nuovi per amare e vedere in tutti Cristo Gesù Re di pace".
Occorre iniziare dai piccoli gesti di ogni giorno, tutti possono fare qualcosa, anche i più piccoli. E gesto dopo gesto la pace aumenta, si espande e si allarga a tutto il mondo, lasciare spazio alla pace. La pace inizia proprio qui, dal rapporto che so instaurare con il mio prossimo. "Il male nasce dal cuore dell'uomo", e "per rimuovere il pericolo della guerra occorre rimuovere lo spirito di aggressione e sfruttamento ed dal profondo egoismo dei potenti della terra che causano le guerre tra i popoli: occorre ricostruire una coscienza cristiana nei nostri figli e nei nostri cattivi governanti". «Spesso pensiamo che “fare la pace” richieda qualifiche o doni particolari. Tutti possiamo essere operatori di pace. La vera qualifica è credere in Gesù Re di pace e nel Santo Vangelo Lui ci manda a costruire un mondo di pace, protetto dal male e che i nostri pochi pani e pesci possono sfamare la fame di tutta la folla». Ognuno di noi diventi ambasciatore di pace con chi gli sta accanto.
«In ogni persona il desiderio di pace è aspirazione essenziale», affermava Joseph Ratzinger (Benedetto XVI )ricordando che «la pace è il bene per eccellenza da invocare come dono di Dio e, al tempo stesso, da costruire con ogni sforzo. Nonostante il mondo sia purtroppo ancora segnato da focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualistica espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato, oltre che da diverse forme di terrorismo e di criminalità. Il defunto Pontefice auspicava che le molteplici opere di pace, di cui il mondo era dotato, testimoniassero l’innata vocazione dell’umanità alla pace».Il mondo Muore nell'indifferenza totale di tutti. «La pace interiore che vorremmo avere in mezzo agli eventi a volte tumultuosi e confusi della storia, eventi di cui spesso non cogliamo il senso e che ci sconcertano». Nel libro dei Numeri si legge “Dalla contemplazione del volto di Dio nascono gioia, sicurezza e pace». «Ecco, cari amici e lettori, il fondamento della nostra pace: la certezza di contemplare in Gesù Cristo lo splendore del volto di Dio Padre, di essere figli nel Figlio, e avere così, nel cammino della vita, la stessa sicurezza che il bambino prova nelle braccia di un Padre buono e onnipotente».Gli operatori di pace sono coloro che, giorno per giorno, cercano di vincere il male con il bene, con la forza della verità, con le armi della preghiera e del perdono, con il lavoro onesto e ben fatto, con la ricerca scientifica al servizio della vita, con le opere di misericordia corporale e spirituale. Gli operatori di pace sono tanti, ma non fanno rumore. Come il lievito nella pasta, fanno crescere l’umanità secondo il disegno di Dio».

venerdì 12 aprile 2024

"Papa Francesco". Il successore: i miei ricordi di Benedetto XVI'







Carissimi amici e lettori,
il biografo di Ratzinger ha sbugiardato Bergoglio: “Ma quale relazione cordiale…”

è stato proprio il libro-intervista di Bergoglio, con il giornalista spagnolo Javier Martinez-Brocal, a scatenare il biografo ufficiale di Joseph Ratzinger, Peter Sewaald. La nuova polemica che riguarda Bergoglio. L’attuale Pontefice parla di un gran rapporto con il suo predecessore, ma lo scrittore tedesco è di tutt’altro avviso nella intervista con la "Katholische Sonntags Zeitung für das Bistum Regensburg": “Si è visto chiaramente com'era davvero la presunta relazione cordiale tra i due quando fu smantellata la liberalizzazione fatta a suo tempo da Benedetto XVI al vecchio rito della messa in latino. Il Papa emerito ha dovuto apprenderlo dal giornale”. “Joseph Ratzinger – ha proseguito Sewaald - non è mai stato, sin dall'inizio, un Papa di transizione come afferma Bergoglio. In realtà si è trasformato in un pontificato di otto anni in cui ha stabilito un corso decisivo di tante riforme, molte delle quali hanno portato popolarità a Papa Francesco, visto che sono state attuate dal suo predecessore. È considerato il più grande teologo e dottore della Chiesa dell'età moderna. Benedetto XVI inoltre ha parlato senza alcuna ambiguità e ha assicurato che la nave di Pietro rimanesse in rotta”. Secondo Seewald Papa Francesco sembra dimostrare di avere un atteggiamento ambivalente verso il precedente Santo Padre: “Da un lato, loda Benedetto, definendolo anche 'grande Papa', ma poi sembra sminuirlo definendolo un nonno, un amico paterno o persino un papa di transizione”.


giovedì 11 aprile 2024

“VICARIO DI CRISTO” FA PARTE DEL MUNUS PETRINUM! NON È SOLO UN TITOLO…

Carissimi amici,
Sua eccellenza Reverendissima, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ci ha fatto partecipi di un testo che ci ha inviato e esprime qui opinioni molto decise e chiare su questo tema. Buona lettura.

 Arcivescovo Carlo Maria Viganò


La decisione di ripristinare il titolo di Patriarca d’Occidente, cancellato da Benedetto XVI, non deve indurre in errore: essa è una mossa - nemmeno troppo dissimulata - con la quale Bergoglio si pone come interlocutore alla pari del Patriarca d’Oriente, non meno asservito di lui agli interessi dell’élite globalista massonica tanto ansiosa di instaurare il Nuovo Ordine Mondiale e la Religione dell’Umanità. In questo modo, dopo un “ridimensionamento” del Papato in chiave sinodale - ossia parlamentarizzando il governo della Chiesa che è un’istituzione monarchica per volontà di Cristo stesso - e dopo la rinuncia al titolo di Vicario di Cristo, Bergoglio può procedere speditamente verso quel progetto ecumenico che costituisce la matrice ereticale del Vaticano II e di tutto il suo nefasto “pontificato”. Non stupisce che questa operazione eversiva sia condotta proprio da chi usurpa la potestà del Romano Pontefice per distruggere il Papato e la Chiesa Cattolica.



«TU L’HAI DETTO»

«In verità vi dico: Uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io, Signore?» Ma egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Certo, il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell’uomo se non fosse mai nato». E Giuda, il traditore, prese a dire: «Sono forse io, Maestro?» E Gesù a lui: «Lo hai detto».


Mt 26, 20-25


Il 25 Marzo è stato pubblicato l’Annuario Pontificio 2020, con una vera e propria novità. Può apparire un’inezia tipografica, nella parte dedicata al regnante Pontefice, ma così non è. Fino allo scorso anno, infatti, i titoli di Francesco erano elencati in capo alla pagina, ad iniziare da «Vicario di Cristo», «Successore del Principe degli Apostoli» ecc., per finire con il nome al secolo ed una brevissima biografia.

Nella nuova edizione invece, campeggia in caratteri cubitali il nome secolare JORGE MARIO BERGOGLIO, seguito dalla biografia, dalla data di elezione e di inizio del «ministero di Pastore universale della Chiesa». Separati da un tratto e dalla dicitura «Titoli storici» sono poi elencati tutti i titoli del Romano Pontefice, quasi non facessero più parte integrante del munus petrinum che legittima l’autorità riconosciuta dalla Chiesa al Papa.

Questa modifica nell’impaginazione e nel contenuto di un testo ufficiale della Chiesa Cattolica non può esser ignorata, né è possibile attribuirvi un gesto di umiltà da parte di Francesco, che peraltro mal si concilia con il suo nome ben in evidenza. Pare invece potervi scorgere l’ammissione – passata sotto silenzio – di una sorta di usurpazione, laddove a regnare non è il «Servus servorum Dei», ma la persona di Jorge Mario Bergoglio, che ha ufficialmente disconosciuto di essere il Vicario di Cristo, il Successore del Principe degli Apostoli e il Sommo Pontefice, quasi si trattasse di fastidiosi orpelli del passato: solo «titoli storici», appunto.

Un gesto quasi di sfida – verrebbe da dire – in cui Francesco trascende ogni titolo; o peggio: un atto di ufficiale modifica del Papato, con il quale egli non si riconosce più custode, ma diventa padrone della Chiesa, libero di demolirla dall’interno senza dover rispondere ad alcuno. Un tiranno, insomma.

Non sfugga ai Pastori e ai fedeli la portata di questo gravissimo gesto, con il quale il dolce Cristo in terra – come Santa Caterina chiamava il Papa – si svincola dal proprio ruolo di Vicario per proclamarsi, in un delirio di orgoglio, monarca assoluto anche rispetto a Cristo.

Ci avviciniamo ai giorni sacri della Passione del Salvatore, che inizia nel Cenacolo con il tradimento di uno dei Dodici; non è illegittimo chiedersi se le parole di comprensione con cui il 16 Giugno 2016 Bergoglio ha cercato di riabilitare Giuda non fossero un goffo tentativo di discolpa anche per se stesso.

Questo agghiacciante pensiero trova ulteriore conferma nella terribile decisione di interdire alla Cattolicità di celebrare la Pasqua, per la prima volta dopo due mila anni dalla Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.

«Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito!» (Mt 26, 24)

Venerdì della I Settimana di Passione 2020

martedì 9 aprile 2024

Francesco decapita la diocesi di Roma, promuovendo per rimuovere. Via il suo vicario De Donatis e il suo “nemico”, l’ausilario Libanori


I due vescovi litigarono sul destino del gesuita Rupnik, accusato di violenza sessuale da 5 suore


Papa Francesco ha deciso a modo suo di risolvere la lunga disputa fra il suo vicario a Roma, cardinale Angelo De Donatis e il gesuita Daniele Libanori, vescovo ausiliare della capitale: li ha sollevati entrambi dall’incarico ricoperto promuovendoli ad altro incarico. Come spiegato dal bollettino della sala stampa vaticana di sabato 6 aprile, il cardinale De Donatis è stato nominato nuovo penitenziere maggiore del Vaticano in sostituzione del cardinale Mauro Piacenza dimissionato qualche mese in anticipo (compirà 80 anni a fine estate). Libanori è stato invece nominato assessore personale del Papa per la vita consacrata, incarico creato ad hoc perché non è mai esistito: dovrà occuparsi di tutti gli istituti di vita consacrata.


Con il suo vicario le incomprensioni iniziarono con la pandemia

Era da tempo che il Papa aveva fatto trapelare l’intenzione di sostituire De Donatis, che lui stesso aveva fortemente voluto e nominato con. parecchie resistenze in Curia. I rapporti fra i due però sono presto diventati difficili, e qualcosa si capì nel 2020 a inizio pandemia (il 13 marzo) quando il cardinale De Donatis ordinò di chiudere tutte le chiese di Roma per evitare contagi su richiesta del Papa, che però lo sconfessò facendogli revocare quello stesso decreto il giorno successivo. Era stato ipotizzato anche che lo stesso Libanori potesse prendere il posto di De Donatis, con cui c’erano stati aperti contrasti. Alla fine però il Papa ha deciso di allontanare (promoveatur ut amoveatur) entrambi dal vicariato di Roma.


Lo strano caso del gesuita Rupnik, prima difeso e poi mandato a processo dal Papa

La cosa curiosa è che il maggiore contrasto fra i due litiganti è stato sul caso dell’artista gesuita Marko Rupnik, accusato da alcune suore che vivevano con lui di molestie e violenza sessuale. Rupnik fu processato dalla congregazione della dottrina della Fede, e fra i suoi grandi accusatori c’era proprio il vescovo gesuita del settore centro di Roma, Libanori. Quando sembrava certa la scomunica di Rupnik (secondo l’accusa aveva assolto in confessione proprio una delle suore che avrebbe violentato), una “manina” lo salvò dalla scomunica. Si disse che era quella dello stesso Papa, suo grande amico da anni. Rupnik è comunque stato dimissionato dai gesuiti, e fra i suoi difensori c’era stato proprio il cardinale De Donatis, che forse pensava anche di fare cosa gradita al Papa criticando la linea dura dei gesuiti e del vescovo ausiliare Libanori. Solo che Papa Francesco poi a sorpresa ha cambiato linea su Rupnik decidendo anche dopo la denuncia di cinque suore venute allo scoperto per denunciarlo, che l’artista gesuita doveva andare a processo. Ma in q
uanto a Rupnik, espulso lo scorso giugno dalla Compagnia di Gesù per disobbedienza ai provvedimenti restrittivi imposti dall'Ordine, oggi è formalmente incardinato nella diocesi di Capodistria, nella sua Slovenia, ma secondo alcune fonti sentite vive tranquillamente indisturbato presso il Centro Aletti a Roma.

Roma forse resta sede vacante. Altrimenti in pole per il vicariato Lojudice e Zuppi

In questo momento dunque la diocesi del romano pontefice, Roma è senza un vicario del Papa, perché la rimozione non è avvenuta come solitamente avviene con la nomina del nuovo vicario. È possibile che Francesco non voglia nessuno e che preferisce essere lui stesso suo vicario, decidendo di appoggiarsi a un vescovo ausiliario di sua fiducia (ne ha nominati tanti in questi anni, poi spedendone alcuni dei prescelti altrove). In Vaticano in ogni caso è già partito un toto-nomi per un nuovo vicario. I bookmakers oltre Tevere danno favorito l’ex vescovo ausiliare di Roma ed attuale vescovo di Siena, Paolo Lojudice, che Francesco ha fatto da poco cardinale. Puntate alte anche su un altro ex di Roma, come l’attuale vescovo di Bologna e presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi. Se invece non ci sarà alcun vicario il preferito del Papa fra gli attuali ausiliari è il siciliano Baldo Reina, che Francesco ha voluto come vicereggente di De Donatis e che qualche giorno fa ha nominato nuovo vescovo responsabile del Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.
Fra le sacre mura c’è chi scommette che il prossimo obiettivo sia Delpini

Ha fatto comunque una certa impressione l’improvvisa accelerazione del Papa nella decapitazione della diocesi di Roma, che pure era parzialmente attesa. Nei sacri Palazzi non pochi sono sgomenti per i repentini cambiamenti di giudizio del Pontefice sui collaboratori che in un primo tempo lui stesso si era scelto. Ma c’è chi fa notare come Francesco perdoni molto a tutti, ma nulla alla dirigenza ecclesiastica che non gli obbedisca senza se e senza ma. Non sono pochi i vescovi e i cardinali su cui aveva puntato in un primo momento, poi fulminati anche solo per un discorso ritenuto non in linea con il Papa. E c’è chi scommette già sui prossimi obiettivi di Francesco. In testa alla lista delle scommesse dei porporati c’è il nome dell’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che il Papa non ha mai voluto nominare cardinale e con cui proprio per questo c’erano state clamorose incomprensioni, come quando Delpini aveva ironizzato sulla porpora cardinalizia concessa al vescovo di Como, Oscar Cantoni. Ironia tutt’altro che apprezzata dal Papa, che se la sarebbe legata al dito…

Il sacramento del Battesimo






Alla fine del nostro battesimo il sacerdote ci ha consegnato, nella persona del nostro padrino, una candela accesa dicendo: «Prendi la lampada ardente e custodisci irreprensibile il tuo battesimo: osserva i comandamenti di Dio, affinché quando il Signore verrà alle nozze, tu possa andargli incontro insieme con tutti i Santi nell’aula celeste ed ottenere la vita eterna e vivere nei secoli dei secoli».

Il battesimo caccia via le tenebre del peccato: «Ti esorcizzo, spirito immondo, nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo, perché esca e ti allontani da questo servo di Dio». Da schiavo del demonio a causa del Peccato Originale il bambino rigenerato dal sacramento diventa figlio di Dio, fratello di Gesù Cristo. Cosa ha operato questa trasformazione? L’infusione della grazia con il suo corteo di virtù infuse e di doni dello Spirito Santo.

«Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). Questa luce che illumina le tenebre e le caccia via è la fede in Gesù Cristo. La fede è la prima di tutte le virtù perché è lei che ci mostra, che ci rivela, che ci fa conoscere il Dio verso il quale dobbiamo camminare in questa vita e che vuole essere la nostra beatitudine eterna.

San Tommaso nella sua Somma Teologica dopo aver parlato di Dio in se stesso e poi della Creazione passa al ritorno dell’uomo a Dio. Con quale virtù inizia il dettaglio di questo ritorno? Con la virtù di fede.

Che noi vogliamo aprire gli occhi alla fede o chiuderli come lo struzzo, Dio è! E noi, volenti o nolenti, siamo le Sue creature. È un fatto oggettivo. Ecco perché l’Angelico inizia con il primo articolo della prima questione: Utrum objectum fidei sit veritas prima? – L’oggetto della fede è la verità prima?

Notiamo questa parola: Verità prima. Parliamo di causa prima quando consideriamo la Creazione; nominiamo quando all’ordine del mondo, la Sapienza; quando al suo governo, la Provvidenza. Quando consideriamo la fede parliamo di Verità prima ma con un senso molto più profondo, perché non si tratta più delle opere create da Dio, ma del Dio increato nella Sua natura stessa, nella Sua deità. Mistero insondabile offerto dalla fede alle nostre povere intelligenze.

«Niente rientra nella fede, se non in ordine a Dio»
prosegue il santo. Per farlo capire prende un paragone: «cioè come la salute è oggetto della medicina, poiché niente è considerato dalla medicina, se non in ordine alla salute». Oggi magari faremo più fatica a capire questo ragionamento, perché così come gli uomini di Chiesa hanno perso il primato esclusivo di Dio nella fede, allo stesso modo chi si occupa di medicina ha perso il primato della salute.

Ma torniamo alla nostra virtù teologale: «La fede di cui parliamo non accetta verità alcuna, se non in quanto è rivelata da Dio; perciò si appoggia alla verità divina come al suo fondamento». E ciò che chiamiamo oggetto formale della fede, cioè la luce sotto la quale guardiamo gli articoli di fede. Li scopriamo sotto l’illuminazione delle verità prima. Ciò che non è rivelato da Dio non entra a far parte della fede.

«Se invece consideriamo materialmente le cose accettate dalla fede, oggetto di questo non è soltanto Dio, ma molte altre cose. Queste però non vengono accettate dalla fede, se non in ordine a Dio: cioè solo in quanto l’uomo viene aiutato nel cammino verso la fruizione di Dio dalle opere di Lui». Quanta sapienza in queste poche righe. Lo scopo della nostra vita, la ragione per la quale Dio Trinità ci ha creato, è per poter fruire di Lui, della sua Vita. Questo sarà la nostra eternità. Ma quest’eternità inizia già quaggiù con la vita di fede: «Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è» (1 Gv 3,2). Ma da adesso, grazie alle virtù teologali, «diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina» (2 Pt 4,4).

Questa contemplazione era l’opera dei certosini come viene descritto in questo articolo. Ma era anche ciò che faceva il vecchio parrocchiano del Curato d’Ars che passava ora davanti al Tabernacolo senza dire niente: «Lui mi guarda e io Lo guardo». Il disprezzo di chi occupa la Sede di Pietro per ogni tipo di vita contemplativa è ora palese. Non è neanche necessario descrivere la sua voglia di distruggere ciò che rimane della Chiesa cattolica tramite il camino sinodale. Eppure l’uomo propone e Dio dispone. Noi rimaniamo aggrappati all’ancora della fede nel Dio Trinità. Approfondiamo l’oggetto della fede con san Tommaso durante quest’anno in modo di farla trionfare nella nostra vita ed intorno a noi. Stat Crux dum volvitur orbis.

Ad Jesum per Mariam, ad maiorem Dei gloriam.


lunedì 8 aprile 2024

Dona il tuo 5×1000 alla Fondazione Exsurge Domine


Carissimi amici,
Exsurge Domine è diventata Fondazione e può ricevere il 5x1000 .Ci permettiamo di rivolgerci a Voi per domandare il Vostro sostegno alle attività apostoliche e formative di Exurge Domine . Non beneficiando di sovvenzioni né dalla Chiesa né dallo Stato, la nostra fondazione vive soltanto di carità. Se lo desiderate ci potete sostenere. 
Donando il vostro 5×1000 alla Fondazione Exsurge Domine è un gesto che non vi costa nulla, in quanto questa donazione non modifica in nessun modo l’importo dell’Irpef dovuta allo stato.

Con il vostro 5 per 1000 potete sostenere i Sacerdoti perseguitati e poveri, la formazione di giovani vocazioni sacerdotali e religiose!

Fondazione Exsurge Domine ETS -

cod. Fiscale: 96584230583




Vi ringraziamo tanto per la Vostra sensibilità.

In Cristo Re
la Fondazione Exsurge Domine


venerdì 5 aprile 2024

Francesco racconta il suo rapporto con Benedetto XVI


Papa Francesco affronta la delicata questione del suo rapporto con Benedetto XVI in un libro-intervista di prossima pubblicazione. Un decennio di convivenza senza precedenti che avrebbe segnato definitivamente l’attuale pontificato e la storia della Chiesa del XXI secolo.


"Benedetto e io abbiamo avuto un rapporto molto profondo, e voglio che lo si sappia, voglio che lo si faccia conoscere senza intermediari". Una forma di giustificazione? O il desiderio di padroneggiare la narrazione di due papi – uno in carica, l’altro "emerito" – che sono completamente opposti? Una cosa è certa: il libro-intervista, in uscita il 3 aprile 2024 in edizione spagnola, è destinato a far parlare di sé.

Innanzitutto il titolo - Il Successore. I miei ricordi di Benedetto XVI - è alquanto rivelatore, perché sembra evidenziare, forse involontariamente, il fatto che l'ombra di Joseph Ratzinger, come la statua del Commendatore nel Don Giovanni, incombe definitivamente sull'attuale pontificato.

In 330 pagine, il papa argentino rievoca, con la consueta naturalezza, un decennio di convivenza con Benedetto XVI, "senza evitare le polemiche e le difficoltà", spiega Javier Martinez-Brocal, il giornalista che ha raccolto le parole di Francesco.

Da notare che quest’ultimo ha scelto come suo interlocutore il corrispondente romano del media conservatore spagnolo ABC, che ha firmato nel 2015 Il Papa della Misericordia, opera notata e apprezzata dall’attuale successore di Pietro.

Nel futuro lavoro che sarà pubblicato dopo Pasqua, l'inquilino di Santa Marta spiega che il papa emerito "ha ampliato la prospettiva" nelle varie interviste che ha potuto ottenere. Francesco afferma la sua verità: il suo rapporto con Benedetto XVI è stato "molto più fluido" di quanto si dice qua e là sulla stampa.

A sostegno della sua tesi, l'attuale romano pontefice ricorda: "a volte toccavo io un argomento, altre volte era lui. 'Sono preoccupato per quello che sta succedendo', dicevamo a volte. Abbiamo parlato di tutto, con molta libertà. Quando gli ho fatto una domanda, mi ha detto: 'Beh, bisognerebbe anche guardare da questa o quell'altra parte'".

Agli occhi di Francesco, il suo predecessore "aveva questa capacità di ampliare la prospettiva per aiutarmi a prendere la decisione giusta. Non mi ha mai detto: 'non sono d’accordo', ma piuttosto 'va bene, ma bisognerebbe tenere conto di quest’altro elemento'. Ha sempre ampliato gli orizzonti".

Qui come altrove tutto resta non detto, e non per niente il pontefice argentino è il primo papa gesuita della storia: per fare solo un esempio, anche se Benedetto XVI non ha mai espresso apertamente il suo disaccordo con Francesco, non è detto che i due fossero sulla stessa lunghezza d'onda.

Una divergenza di metodo
Da Traditionis custodes a Fiducia supplicans – che il papa emerito non conosceva – passando per il metodo sinodale, è difficile non vedere una certa soluzione di continuità tra i due pontificati. Almeno nei mezzi utilizzati. Ma le loro intenzioni sembrano convergere: così l'intento dei due papi sarà sempre stato quello di preservare il posto primario della messa riformata.

Papa Francesco intende quindi chiudere il capitolo del suo rapporto con Benedetto XVI: "abbiamo mantenuto un rapporto molto profondo, voglio che si sappia, e senza intermediari. È un uomo che ha avuto il coraggio di dimettersi e che, da allora in poi, ha continuato a sostenere la Chiesa e il suo successore", insiste.

Una continuità sullo sfondo
Il papa regnante non ha torto su un punto: anche se il metodo era nettamente diverso, la sostanza resta la stessa tra i due pontificati, la fedeltà al Vaticano II.

Certamente c'è una divergenza nel modo di trattare la messa tradizionale, divergenza che deriva da un rifiuto viscerale da parte del papa regnante e da un certo attaccamento da parte del papa emerito defunto.

Esiste anche una certa divergenza su come comportarsi nei confronti delle coppie irregolari e omosessuali. Benedetto XVI ha sempre seguito una linea legata alla dottrina immutabile della Chiesa. Mentre Francesco se ne distacca e scivola lungo un pendio sempre più scivoloso da Amoris laetitia a Fiducia supplicans.

Ma sulla base conciliare è la continuità che ha prevalso, anche se il papa gesuita è più coerente con le tesi del Vaticano II, spingendole sempre più secondo la loro logica, mentre i suoi predecessori, da Paolo VI a Benedetto XVI, non erano arrivati a tanto, per vari motivi.

Ecco perché Francesco non ha del tutto torto nell'affermare la continuità, anche se passa sotto silenzio le differenze che gli dispiacciono.


(Fonti: Religion Digital/Zenit – FSSPX.Actualités)
Immagine: Editions Planeta

giovedì 4 aprile 2024

IL VENDICATIVO E RABBIOSO DESPOTA SUDAMERICANO




Carissimi amici e lettori,

domandiamoci oggi: qual'è la verità?
Questo squallidissimo teatrino di Bergoglio, che per tirarsene fuori dagli scandali che continuamente emergono nella Chiesa testimoniando il fallimento del suo pontificato e della sua leadership nella curia romana nell’affrontare l’endemico problema, e grazie alla complicità criminale di quella stampa che lo favoreggia.In una nuova anticipazione del volume "El sucesor", Francesco se la prende con il segretario di Benedetto XVI, continuano a far discutere le anticipazioni del libro-intervista con Javier Martinez-Brocal "El sucesor" dedicato al suo rapporto con Benedetto XVI. Dopo la rivelazione sul presunto suo ruolo decisivo nell'elezione di Joseph Ratzinger nel conclave del 2005,"che nessuno può ne confermare ne smentire, visto il giuramento di segretezza che vincola i membri del collegio cardinalizio". Ma questa versione suscita più di un dubbio. Infatti, in base al diario del cardinale anonimo pubblicato da Brunelli, sembrerebbe che alla quarta votazione non si azzerarono i voti per Bergoglio, come un ritiro "annunciato" del candidato avrebbe lasciato immaginare, ma ci fu un suo calo da 40 a 26 preferenze, con le restanti andate al favorito tedesco divenuto in quel modo Papa. Che quella attorno a Bergoglio fosse una candidatura vera già nel 2005 e che la sua sconfitta non fu l'effetto di un ritiro volontario sembra testimoniarlo l'amaro commento fatto dal cardinale belga, suo sostenitore, Godfried Danneels al quotidiano fiammingo De Morgen al quale disse che il conclave aveva «dimostrato che non era ancora il momento per un papa latinoamericano». Un'altra anticipazione del volume affronta il tema del rapporto con il segretario particolare del Papa tedesco monsignor Georg Gänswein. Tutto per distogliere le accuse che gli vengono continuamente mosse della sua appartenenza alla Mafia di San Gallo.
Questo fu un gruppo informale di prelati di alto rango e riformisti che si incontravano ogni anno a gennaio vicino a San Gallo, in Svizzera, per scambiarsi liberamente idee su questioni ecclesiastiche. Monsignor Ivo Fürer, l'ospite del gruppo, lo definì un Freundeskreis 

"una cerchia di amici"(Il Pacciani li avrebbe chiamati amici di merenda,Totò Riina Onorata società ).
Il cardinale Godfried Danneels, affermò di aver fatto parte di un gruppo, da lui stesso chiamato "mafia di San Gallo" unitosi per spingere Benedetto XVI a dimettersi e sostituirlo col card. Jorge Mario Bergoglio. Lo scopo fu raggiunto con l'elezione dell'argentino il 13 marzo 2013. pubblicato dagli storici della Chiesa Karim Schelkens e Jurgen Mettepenningen nel 2015. Nomi alternativi sono "mafia di San Gallo"e "club di San Gallo".Mentre nel mondo soffiano venti di guerra dalla loggia centrale della Patriarcale Basilica di San Pietro, Bergoglio invoca la pace per il mondo martoriato,ma lui stesso apre nuovi fronti di guerra nella Chiesa, scagliandosi sempre contro qualcuno oggi tocca a Gänswein. Bergoglio è uno che ama parlare di sé, che si racconta con vanità da popstar, uno che la spara sempre grossa ma con l’aria di saperlo, di calcolare più o meno bene l’effetto; e l’effetto, di norma, è dirompente quanto cercato, messo in conto. Vicino ai poveri, ai sofferenti, ma a modo suo, un modo spesso irritato, polemico, anche fazioso, quanto meno nel senso di Fabio Fazio.Così ci si muove nella palude vaticana degli intrighi e dei veleni? Ma nessuno lo aveva fatto in questo modo, più popolaresco che pop, da vicolo, da balcone. Non un Papa teologo, sicuramente, uno che nelle sue encicliche si ispira a Greta, uno che ha trovato modo di dire, auguriamoci per provocazione, che “anche Gesù a volte era un po’ scemo”. Ma davvero così si fa pulizia nel microcosmo intossicato della Curia?Fioccano le rivelazioni tra il velenoso e il gossipparo Per il momento, comunque, Bergoglio non sembra intenzionato a mollare in alcun modo, anzi la sensazione è che abbia ancora parecchi conti in sospeso. E quando ripete, narcisisticamente, “volevano farmi fuori ma sono ancora qua”, par di sentire Vasco Rossi (anche quando ripete ossessivamente: “vaccinatevi, eeeh già!”). A qualcuno potrà anche piacere, o consolare, segno dei tempi, qualcuno potrà irresistibilmente trovarlo umano, troppo umano, ma diremmo che di tutto aveva bisogno la Chiesa attuale, tranne di un Papa influencer che sembra sempre mettersi davanti al Crocifisso, alla Ecclesia, e, ultimamente, perfino al suo stesso funerale, come un Bergoglio pronto a mettersi nella bara al posto di Francesco per essere seppelito nella splendida cappella adiacente alla Salus Populi Romani alla faccia della povertà.

lunedì 1 aprile 2024

S.E.R. Mons. Carlo Maria Viganò "Omelia nella Domenica di Pasqua"







Resurrexi, et adhuc tecum sum.
Sono risorto, e sono ancora con te.

Salmo 138



Hæc dies, quam fecit dominus. Questo è il giorno che ha fatto il Signore. Sono le parole che la divina Liturgia ripeterà durante tutta l’Ottava di Pasqua, per celebrare la Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, trionfatore della morte. Permettetemi tuttavia di fare un passo indietro, al Sabato Santo, ossia al momento in cui le spoglie del Salvatore giacciono nel Sepolcro senza vita e la Sua anima scende negl’inferi per liberare dal Limbo coloro che morirono sotto l’Antica Legge aspettando il Messia promesso.

Una settimana fa il Signore era acclamato Re d’Israele ed entrava trionfalmente in Gerusalemme. Pochi giorni dopo, appena celebrata la Pasqua ebraica, le guardie del tempio Lo arrestavano e con un processo farsa convincevano l’autorità imperiale a metterLo a morte per esserSi proclamato Dio. Abbiamo accompagnato il Signore nel pretorio; abbiamo assistito alla fuga dei Discepoli, alla latitanza degli Apostoli, al rinnegamento di Pietro; Lo abbiamo visto flagellare e coronare di spine; Lo abbiamo visto esposto agli insulti e agli sputi della folla sobillata dal Sinedrio; Lo abbiamo seguito lungo la via che porta al Calvario; abbiamo contemplato la Sua crocifissione, ascoltato le Sue parole sulla Croce, udito il grido con cui spirava; abbiamo visto oscurarsi il cielo, tremare la terra, strapparsi il velo del Tempio; abbiamo pianto con le Pie Donne e San Giovanni la Sua Morte e la deposizione dalla Croce; abbiamo infine osservato la pietra sepolcrale chiudere la Sua tomba e la guarnigione delle guardie del tempio sorvegliare che nessuno vi si avvicinasse per rubarne il corpo e dire che Egli era risorto dai morti. Tutto era già scritto, profetato, annunciato.

Le parole dei Profeti non erano bastate, nonostante esse annunciassero – insieme alla dolorosissima Passione del Salvatore – anche la Sua gloriosa Resurrezione. Sembrava tutto finito, tutto vano: le speranze di tre anni di ministero pubblico, di miracoli, di guarigioni sembravano dissolversi dinanzi alla cruda realtà di una morte tremenda e infame, con cui veniva a chiudersi definitivamente la vita del figlio di un falegname della Galilea.

Questo è ciò che abbiamo dinanzi in questa fase cruciale della Storia dell’umanità: un mondo che per secoli ha costruito una civiltà – anzi: la civiltà – sulle parole di Cristo, riconoscendoLo Re come fece il popolo di Gerusalemme, e che nell’arco di qualche generazione Lo rinnega, Lo tortura, Lo uccide con il più infame dei supplizi e Lo vuole seppellire per sempre. E se non siamo ancora giunti alla fine di questa passio Ecclesiæ – ossia al completamento della Passione di Cristo nelle Sue membra, il Corpo Mistico – sappiamo che questo è comunque ciò che presto accadrà, perché il servo non è superiore al padrone. Il mondo contemporaneo ha assistito alle manovre del Sinedrio, che in tre secoli ha compiuto sulla Santa Chiesa ciò che in tre giorni aveva fatto al suo Fondatore; in quel Sinedrio abbiamo potuto annoverare non solo re e principi, ma anche sacerdoti e scribi, per i quali la Redenzione minacciava un’usurpazione ai danni di un popolo ingannato dai suoi stessi capi. Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia (Mt 27, 18).

Noi stiamo osservando: increduli che tutto questo possa accadere di nuovo, questa volta coinvolgendo l’intero corpo ecclesiale e non solo il suo Capo divino. Alcuni con il timore di vedere fallito un programma politico di rivolta, altri sgomenti e incapaci di comprendere come le parole del Signore possano realizzarsi, quando tutto lascia temere il peggio. Alcuni si svelano nel loro considerare il Signore come un’opportunità per trarne un vantaggio personale e quindi pronti a tradirLo, altri continuano a credere, apparentemente contro ogni ragionevolezza.

Vediamo i sommi sacerdoti inchinarsi al potere temporale, prostrarsi dinanzi agli idoli del globalismo e della Madre Terra – infernale simulacro del Nuovo Ordine Mondiale – per quello stesso terrore di vedersi sottrarre un potere usurpato, di essere scoperti nelle loro menzogne, nei loro inganni. Tradimenti, fornicazioni, perversioni, omicidi, corruzione mettono a nudo un’intera classe politica e religiosa indegna e traditrice. E quello che gli scandali portano alla luce è ancora nulla rispetto a ciò che presto verremo a conoscere: l’orrore di un mondo sommerso, in cui coloro che dovrebbero esercitare l’autorità di Cristo Re nella sfera civile e di Cristo Pontefice in quella religiosa sono in realtà adoratori e servi del Nemico, né più né meno di ciò che erano i sacerdoti mostrati dal Signore al profeta Ezechiele (Ez 8), nascosti nei penetrali del Tempio e intenti ad adorare Baal. Su di loro la collera di Dio si scatena mediante l’azione punitrice dei nemici: ieri Nabucodonosor o Antioco Epifane, Diocleziano o Giuliano l’Apostata; oggi le orde dell’Islam invasore, i Black Lives Matter, i seguaci dell’ideologia LGBTQ, i tiranni del Nuovo Ordine Mondiale e dell’OMS. E come i precursori dell’Anticristo hanno creduto di poter vincere Cristo e sono morti, così moriranno anche i servi dell’Anticristo e l’Anticristo stesso, sterminati dalla destra di Dio.

Quanto sangue sparso! Quante vite innocenti stroncate, quante anime perdute per sempre, quanti Santi strappati al Cielo! Ma quanti Martiri silenziosi, quante conversioni sconosciute, quanto eroismo in tante persone senza nome. E tra costoro non possiamo non annoverare i Dottori della Chiesa – ossia quei Vescovi rimasti fedeli all’insegnamento del Signore – e i dottori del popolo, ossia quei campioni della Verità cattolica contro l’Anticristo. Sì, cari amici e fratelli, perché ci saranno anche loro: E i dottori del popolo illumineranno molta gente, e correranno incontro alla spada, e alle fiamme, e alla schiavitù, e allo spogliamento delle sostanze per molti giorni (Dan XI, 33). Questo titolo di dottore, giusta ricompensa dell’ingegno unito al lavoro, lo Spirito Santo lo attribuisce egualmente, e con infinita giustizia, a poveri popolani che la grandezza della loro Fede ha trasformati in apostoli. Apostoli intrepidi delle Verità cristiane, essi le faranno risuonare nelle officine, nelle botteghe, nelle strade, per le campagne, su internet. Anche l’Anticristo li avrà in odio, considerandoli come uno dei più grandi ostacoli all’instaurazione del suo regno tirannico e li perseguiterà ferocemente; perché proprio quando egli crederà di aver sotto controllo i pulpiti e i parlamenti, sarà anche grazie ad essi se la fiamma della Fede non si spegnerà e se il fuoco della Carità accenderà tanti cuori sino ad allora tiepidi. Guardiamoci attorno: la furia montante di tanti crimini esecrandi e di tante menzogne sta svegliando molte anime, scuotendole dal loro torpore per farne anime eroiche pronte a combattere per il Signore. E quanto più nelle ultime fasi, la battaglia si farà feroce e spietata, tanto più determinata e coraggiosa sarà la testimonianza di persone sconosciute e umili.

In questa grande Parasceve dell’umanità, che volge ormai al termine e prelude alla vittoria della Resurrezione, le grida oscene e le vili crudeltà della folla ci atterriscono e ci fanno pensare che tutto sia perduto, specialmente nel contemplare quanti Hosanna si sono mutati in Crucifige. Ma così non è, cari fratelli! Al contrario: se siamo giunti al Venerdì di Passione, sappiamo che è imminente il silenzio del Sabato, che presto sarà squarciato dal suono non più delle campane a festa, ma dalle trombe del Giudizio, dal ritorno trionfale del Signore glorioso.

A chi per primo si mostra il Salvatore risorto? Non si mostra a Erode, né a Caifa, né a Pilato, ai quali pure avrebbe potuto dare una bella lezione apparendo sfolgorante nella Sua veste candida come la neve. Non si mostra agli Apostoli, fuggiti e ancora nascosti nel Cenacolo. Non si mostra a Pietro, che ancora piange amaramente il suo rinnegamento. Si mostra invece alla Maddalena, che inizialmente crede si tratti di un ortolano: a colei che la mentalità del mondo di allora avrebbe considerato insignificante, ma che era stata – con la Maria Santissima e le Pie Donne – ad accompagnare il Signore al Calvario, e che ora si preoccupava di lavarne e imbalsamarne il corpo. Questa delicatezza del Redentore verso la Maddalena sia dunque una promessa per il giorno glorioso del Suo ritorno, quando saranno altri Cattolici senza nome, rimasti fedeli nell’ora della Passione, a meritare di veder sorgere ad Oriente il Sole di Giustizia che non conoscerà tramonto. E così sia.



+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

31 Marzo 2024
Dominica Paschatis, in Resurrectione Domini




DICHIARAZIONE di S.E.R. Mons. Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America








Arcivescovo Carlo Maria Viganò

DICHIARAZIONE di S.E.R. Mons. Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America, a proposito della scandalosa proclamazione del 31 Marzo quale “Giornata della visibilità transessuale” da parte del “presidente” Joe Biden. 

Apocalisse, in greco, significa disvelamento, rivelazione. Questa rivelazione, nella Sacra Scrittura, riguarda anzitutto la realtà oggettiva del Bene e del Male, ossia la presa di coscienza collettiva della guerra in atto tra Dio e Satana, tra i figli della Luce e i figli delle tenebre. La inaudita e scandalosa proclamazione del 31 Marzo come “Giornata della visibilità transessuale” da parte del sedicente Presidente degli Stati Uniti Joe Biden - che osa dichiararsi cattolico - costituisce una gravissima offesa a Dio e a milioni di Cattolici e Cristiani americani e di tutto il mondo, dinanzi alla quale non è possibile non reagire con la dovuta fermezza. Esorto i cittadini americani e i loro rappresentanti nelle Istituzioni a riconoscere la totale indegnità di Joe Biden a ricoprire un ruolo istituzionale, per raggiungere il quale è ormai notoria l’azione fraudolenta e manipolatoria alle Elezioni presidenziali del 2020. Chiedo ai miei Confratelli nell’Episcopato e ai sacerdoti di riconoscere che Joe Biden è incorso nella scomunica latæ sententiæ e come tale deve essere cacciato dalle chiese e non deve essere ammesso alla Comunione. Invito i Cattolici e tutti i Cristiani a pregare perché, in questo giorno solenne di Pasqua, il Signore Risorto abbia misericordia degli Stati Uniti d’America e ponga fine all’attacco delle forze infernali oggi più che mai scatenate. L’umanità intera si sta risvegliando da un sonno durato ormai troppo a lungo: - la vita degli innocenti è minacciata da aborto, eutanasia, manipolazioni e abusi; - la salute dei cittadini è deliberatamente compromessa da sieri sperimentali rivelatisi un’arma biologica di decimazione della popolazione; - la totale corruzione morale dei vertici dell’autorità civile, asservita a lobby criminali in un colpo di stato globale, è ormai evidente; - la sempre più arrogante ostentazione del culto di Satana da parte dei media e del mondo della cultura e dello spettacolo ci mostrano un mondo sommerso di perversioni esecrande che gridano vendetta al Cielo; - la folle provocazione di un conflitto mondiale miete vite per seppellire gli orrendi scandali sessuali e finanziari di un potere ormai nemico dei cittadini. L’odio luciferino verso Dio e verso Nostro Signore Gesù Cristo non può essere più nascosto né negato. Questa è la rivelazione che ci si disvela dinanzi, e che provocatoriamente i servi delle tenebre irridono celebrando le perversioni e i vizi proprio nel giorno santissimo in cui onoriamo la Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. I Cristiani sono progressivamente banditi dalla società civile e considerati una minaccia per il progetto eversivo del Nuovo Ordine Mondiale, mentre una minoranza di viziosi e pervertiti pretende di erigere le proprie deviazioni a norma universale. Ecco la “visibilità” di Biden e dell’ideologia woke, che celebra una folle danza macabra verso l’abisso. Alzatevi, figli della Luce: alzatevi e levate la voce, perché davanti a questi crimini il silenzio diventa complicità. Alzatevi, Cristiani: alzatevi per scongiurare i flagelli che incombono sulle nazioni a causa di un potere usurpato e pervertito. Dio vi chiama ad essere Suoi testimoni, a combattere per il Bene e a denunciare la cospirazione di un’autorità apertamente asservita a Satana. Cristo risorto, trionfatore della morte e del peccato, vi infiammi di fede, di carità e di santo coraggio, in questa fase cruciale della Storia dell’umanità. Surrexit Dominus vere: alleluja, alleluja! 

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo 
31 Marzo 2024 Domenica di Pasqua
I commenti contenenti linguaggio sgradito, insulti , con contenuti a sfondo razzista , sessista ed intolleranti saranno cestinati dall'amministratore del blog che si riserva il diritto di scegliere quali commenti possono essere pubblicati.

Questo sito internet è un blog personale e non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001


Realizzazione siti web - www.webrex2000.com