Carissimi amici e lettori,
"Conquisteremo la città di Roma e spezzeremo le vostre croci. Sulla cupola di San Pietro sventolerà la bandiera dell'Islam."
Non è una frase inventata da noi. Si tratta dello slogan che risuona nei cortei islamisti, nei video di propaganda jihadista e nei sermoni radicali che circolano indisturbati persino nelle nostre periferie. È la minaccia esplicita che si palesa ogni volta che l'Europa abbassa la guardia.
E noi come rispondiamo? Parliamo di integrazione e di accoglienza. Ma sono davvero questi i presupposti per integrare qualcuno? O siamo invece caduti definitivamente nella trappola di chi, ancora oggi, non ha digerito le sconfitte storiche di Poitiers, Lepanto e Vienna?
Il dramma della sostituzione e dell'invasione programmata
Diciamo le cose come stanno, chiamandole con il loro nome: quella in atto in Italia non è immigrazione, è una sostituzione. L'immigrazione autentica è quella di chi giunge in un Paese per lavorare, impararne la lingua, rispettarne le leggi e amarne la terra ospitante. Quella a cui assistiamo oggi, invece, è un'invasione programmata e benedetta.
Centinaia di migliaia di persone sbarcano sui nostri lidi; non scappano da alcuna guerra, ma sono giovani uomini musulmani in età militare che pretendono tutto: casa, reddito, moschee, il velo nelle scuole e la carne halal nelle mense, considerando le nostre chiese come futuri musei o possibile moschee.
Nel frattempo, a Roma, Milano, Torino e Bologna, interi quartieri non sono più italiani. L'italiano non si parla più, le insegne nazionali scompaiono e le croci svaniscono. Al loro posto proliferano macellerie halal, bazar e centri culturali islamici, finanziati proprio da chi ha giurato di conquistare la Capitale.
Dicevano che esageravamo. Poi hanno iniziato a chiedere la rimozione del Crocifisso dalle aule, poi del presepe, e infine lo spegnimento delle campane perché "disturbano". Il copione è sempre lo stesso: un passo alla volta.
Tutto questo accade nel totale silenzio colpevole e la collaborazione della comunità di Sant'Egidio che a capo della CEI, ha un suo fedele uomo. (Card.M.Zuppi)
In tutto questo, dove si trova la Conferenza Episcopale Italiana? La CEI tace. Anzi, fa di peggio: collabora obbedisce agli ordini di scuderia.
La CEI dovrebbe rappresentare il baluardo della fede cristiana in Italia, la voce che ricorda agli italiani la propria identità, le proprie radici e il sangue versato dai padri per impedire che la mezzaluna sovrastasse le nostre terre. Al contrario, si è trasformata nell'ufficio stampa di un'accoglienza senza limiti.
I monsignori si recano nei porti ad accogliere i migranti, le parrocchie vengono convertite in centri di smistamento e si susseguono continui appelli a un'integrazione che non si realizza mai.(L'Otto per mille che il contribuente da per sostegno del clero e della Chiesa, da anni sostiene i migranti, e le ong).Non si spende mai una parola sulla persecuzione dei cristiani in terra islamica, mai una parola per le ragazze italiane aggredite perché portano una croce al collo, mai una parola in difesa delle nostre tradizioni.
La CEI ha compiuto la sua scelta: preferisce la dottrina delle ONG al Vangelo di Cristo Re, e predilige il plauso dei media progressisti alla difesa del popolo cristiano. I Papi del passato baciavano il suolo italiano riconoscendolo come terra di santi e di martiri, oggi certi vescovi sembrano quasi vergognarsi di essere italiani e cattolici.
Carissimi amici e lettori,
è giunto il momento per noi italiani di avere un sussulto d'amore per le nostre tradizioni religiose, cristiane e nazionali.
Non abbiamo bisogno di diventare più tolleranti; abbiamo assoluto bisogno di tornare a essere noi stessi. Ricollochiamo le croci sui muri delle nostre case e i crocifissi nelle scuole, nei luoghi pubblici senza chiedere scusa a nessuno.
Insegniamo ai nostri figli la storia: spieghiamo loro chi era Carlo Martello a Poitiers nel 732, chi era Giovanni d'Austria a Lepanto nel 1571 e chi era Jan Sobieski a Vienna nel 1683. Quelle non furono battaglie d'odio, ma atti d'amore profondo per la propria terra, la propria fede e la propria discendenza.
I nostri antenati non ebbero paura di difendere Lepanto; noi non dobbiamo avere paura di difendere Roma. Roma non sarà mai musulmana. Essa è caput mundi perché è la città dei santi Pietro e Paolo, non per la sua attitudine all'accoglienza indiscriminata.
Se non ci svegliamo immediatamente, domani sulla cupola di San Pietro non sventolerà alcuna bandiera islamica, semplicemente perché non sarà rimasto più alcun italiano libero per poterla vedere.
I tre baluardi della civiltà cristiana
è giunto il momento per noi italiani di avere un sussulto d'amore per le nostre tradizioni religiose, cristiane e nazionali.
Non abbiamo bisogno di diventare più tolleranti; abbiamo assoluto bisogno di tornare a essere noi stessi. Ricollochiamo le croci sui muri delle nostre case e i crocifissi nelle scuole, nei luoghi pubblici senza chiedere scusa a nessuno.
Insegniamo ai nostri figli la storia: spieghiamo loro chi era Carlo Martello a Poitiers nel 732, chi era Giovanni d'Austria a Lepanto nel 1571 e chi era Jan Sobieski a Vienna nel 1683. Quelle non furono battaglie d'odio, ma atti d'amore profondo per la propria terra, la propria fede e la propria discendenza.
I nostri antenati non ebbero paura di difendere Lepanto; noi non dobbiamo avere paura di difendere Roma. Roma non sarà mai musulmana. Essa è caput mundi perché è la città dei santi Pietro e Paolo, non per la sua attitudine all'accoglienza indiscriminata.
Se non ci svegliamo immediatamente, domani sulla cupola di San Pietro non sventolerà alcuna bandiera islamica, semplicemente perché non sarà rimasto più alcun italiano libero per poterla vedere.
I tre baluardi della civiltà cristiana
Carlo Martello (Poitiers, 732 d.C.)
Maestro di palazzo del regno franco, guidò l'esercito cristiano contro l'avanzata degli Omayyadi guidati da Abd al-Rahman al-Ghafiqi. La sua schiacciante vittoria nella battaglia di Poitiers pose un freno definitivo all'espansione islamica nell'Europa occidentale, salvando le radici cristiane del continente in un momento di estrema fragilità per la civiltà europea.
Don Giovanni d'Austria (Lepanto, 1571 d.C.)
Figlio naturale di Carlo V, ricevette a soli 24 anni il comando della flotta della Lega Santa voluta da Papa San Pio V. Nelle acque del Golfo di Corinto, guidò con audacia la coalizione cattolica contro la flotta dell'Impero Ottomano. La vittoria fermò l'egemonia turca nel Mediterraneo e fu attribuita dalla Chiesa all'intercessione della Madonna del Rosario.
Jan Sobieski (Vienna, 1683 d.C.)
Re di Polonia e granduca di Lituania, fu il comandante supremo delle forze cristiane della coalizione austro-polacca durante la battaglia di Vienna. Alla testa dei suoi celebri "Ussari alati", sbaragliò l'esercito ottomano del Gran Visir Kara Mustafà che cingeva d'assedio la capitale austriaca da mesi, ponendo fine ai tentativi di penetrazione islamica nel cuore dell'Europa centrale.
Maestro di palazzo del regno franco, guidò l'esercito cristiano contro l'avanzata degli Omayyadi guidati da Abd al-Rahman al-Ghafiqi. La sua schiacciante vittoria nella battaglia di Poitiers pose un freno definitivo all'espansione islamica nell'Europa occidentale, salvando le radici cristiane del continente in un momento di estrema fragilità per la civiltà europea.
Don Giovanni d'Austria (Lepanto, 1571 d.C.)
Figlio naturale di Carlo V, ricevette a soli 24 anni il comando della flotta della Lega Santa voluta da Papa San Pio V. Nelle acque del Golfo di Corinto, guidò con audacia la coalizione cattolica contro la flotta dell'Impero Ottomano. La vittoria fermò l'egemonia turca nel Mediterraneo e fu attribuita dalla Chiesa all'intercessione della Madonna del Rosario.
Jan Sobieski (Vienna, 1683 d.C.)
Re di Polonia e granduca di Lituania, fu il comandante supremo delle forze cristiane della coalizione austro-polacca durante la battaglia di Vienna. Alla testa dei suoi celebri "Ussari alati", sbaragliò l'esercito ottomano del Gran Visir Kara Mustafà che cingeva d'assedio la capitale austriaca da mesi, ponendo fine ai tentativi di penetrazione islamica nel cuore dell'Europa centrale.

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