L'umiltà della Fede contro l'idolatria del potere
di A.diJ
Carissimi amici e lettori,
nel cuore del Santo Sacrificio dell'Altare, durante la recita del venerabile Canone Romano, il sacerdote pronuncia sottovoce parole di una densità teologica monumentale:
«...offérimus pro Ecclésia tua sancta cathólica: quam pacificáre, custodíre, adunáre et régere dignéris toto orbe terrárum: una cum fámulo tuo Papa nostro N. et Antístite nostro N. et ómnibus orthodóxis, atque cathólicæ et apostólicæ fídei cultóribus.»
(«Ti offriamo questi doni per la tua Chiesa santa e cattolica: degnati di pacificarla, custodirla, adunarla e reggerla in tutto il mondo, insieme al tuo servo il nostro Papa, al nostro Vescovo e a tutti i custodi della fede ortodossa, cattolica e apostolica»).
Questa preghiera, da sola, demolisce l'intera impalcatura di calunnie edificata negli ultimi decenni. Oggi, progressisti e conservatori – muovendo da premesse opposte ma giungendo alla medesima, speculare accusa – sostengono che i cattolici fedeli alla Tradizione non amino il Papa e attentino all'unità ecclesiale. Si tratta di un'affermazione spudoratamente falsa, che rappresenta il perfetto capovolgimento della realtà.
L'autentico amore per il Papato contro la "papolatria"
Chi custodisce la Tradizione prega ogni giorno, con filiale devozione, una cum fámulo tuo Papa nostro. Non prega per la glorificazione di un uomo, né per assecondarne le umane spigolosità; prega per il Papa in quanto Papa, ossia per il Vicario di Cristo in Terra, per il Successore di Pietro e per il principio visibile di unità voluto da Nostro Signore Gesù Cristo.
Proprio perché amiamo il Papato, desideriamo ardentemente che il Papa sia cattolico. Lo vogliamo ortodosso nella fede. Lo vogliamo inflessibile custode del depositum fidei.
Al contrario, la fazione progressista e quella conservatrice hanno fabbricato il vitello d'oro della "papolatria". Per costoro, il Romano Pontefice gode di una sorta di impeccabilità dottrinale assoluta, persino quando le sue affermazioni si pongono in palese contraddizione con venti secoli di Magistero infallibile. Secondo questa visione distorta, se il Papa parla, la Verità si piega, la dottrina evolve e il dogma si adatta allo spirito dei tempi. Questo non è amore per il Papato: è il culto dell'uomo, è l'idolatria del potere fine a se stesso.
Dov'era questa acritica sottomissione quando San Paolo affrontò Pietro ad Antiochia? L'Apostolo delle Genti amava Pietro al punto da riprenderlo pubblicamente, poiché la condotta del primo Papa non era conforme alla verità del Vangelo. Paolo non divise la Chiesa; al contrario, la salvò dall'errore. Se Paolo avesse agito con l'opportunismo dei conservatori odierni, avrebbe taciuto per non incrinare una falsa pace, e il cristianesimo delle origini sarebbe rimasto prigioniero del giudaesimo.
L'apostasia silenziosa del progressismo
La fazione che oggi occupa i vertici ecclesiali non professa più la fede cattolica e apostolica. La loro nuova dottrina è ormai palese: l'assunto sincretista secondo cui Dio vorrebbe la pluralità delle religioni come vie legittime di salvezza; la riduzione della Santa Messa a un'assemblea filantropica o a una cena fraterna; l'eclissi del peccato mortale, derubricato a mera "fragilità"; la presunzione che l'inferno sia vuoto e l'idea evoluzionista che la morale debba mutare con il mutare dei costumi storici.
Questa non è la Fede di sempre: è un'altra religione. Essi occupano le nostre chiese, calcano i nostri altari e amministrano le nostre parrocchie, ma predicano un Vangelo alieno. San Paolo, nella Lettera ai Galati, è lapidario: «Sia anatema». Un progressista non può recitare il Canone Romano con rettitudine d'intenzione. Quando pronuncia le parole «ómnibus orthodóxis atque cathólicæ et apostólicæ fídei cultóribus», egli si pone in contraddizione con se stesso e con Dio, poiché non opera come custode della Fede, ma come suo demolitore.
La colpa del conservatorismo: è l'illusione dell'obbedienza cieca
In questo scenario, i conservatori portano una responsabilità persino maggiore, poiché vedono l'errore e scelgono il silenzio. Il conservatore possiede gli strumenti teologici per comprendere che le nuove dottrine sul matrimonio, sull'ecumenismo distorto, sulla libertà religiosa e sulla collegialità esasperata rompono in modo netto con la Tradizione. Lo sa, lo ha studiato, ma capitola davanti al ricatto del legalismo: "Il Papa lo ha stabilito, dunque dobbiamo obbedire per evitare scismi".
Il conservatore insegue l'illusione di poter celebrare la Messa antica nel pomeriggio e accettare la profanazione eucaristica dei divorziati risposati la mattina. Pretende di citare San Pio X nei propri scritti e poi appone la firma sui documenti di un cammino sinodale eterodosso. In ultima analisi, il conservatore non è che un progressista che chiede di avanzare più lentamente. È il freno che non arresta la corsa, il cane da guardia che scodinzola al ladro pur di preservare la propria rispettabilità agli occhi del mondo.
Carissimi lettori, in questo smarrimento generale, pronunciare le parole del Canone Romano non può e non deve essere motivo di vanto o di presunta superiorità. Al contrario, deve essere fonte di un santo timore e di una profonda umiltà. Custodire la Fede di sempre non è un merito personale di cui farsi scudo con superbia, ma una grazia immeritata e una responsabilità tremenda. Non siamo "migliori" degli altri; siamo semplicemente debitori a Cristo di una Tradizione che abbiamo ricevuto intatta e che abbiamo il dovere assoluto di trasmettere intatta, senza compromessi.
Quando il Canone invoca la comunione con tutti coloro che professano la Fede cattolica e apostolica, ci ricorda che l'ortodossia non è un'etichetta identitaria, ma un'adesione oggettiva alla Verità rivelata. Se per questa necessaria fermezza veniamo marchiati con lo stigma del dissenso, o persino dello scisma, dobbiamo ritrovare la pace nella struttura stessa della preghiera eucaristica: nel testo del Canone, l’attributo «orthodóxis» – inteso nel suo significato autentico di "retta dottrina" e "retto culto" – definisce e delimita la comunione stessa.
Ciò significa che la comunione ecclesiale non è un accordo burocratico o una cieca solidarietà di apparato, ma il frutto visibile dell'unità nella Fede. L'ortodossia dottrinale precede e fonda la comunione formale, poiché non si può essere in vera unione di intenti e di spirito se si calpestano i dogmi che costituiscono l'essenza stessa del Corpo Mistico di Cristo.
Dinanzi a questa crisi, il cattolico legato alla Tradizione non si erge a giudice dei propri fratelli, ma si fa custode inginocchiato dinnanzi al tabernacolo. L'obbedienza all'autorità legittima rimane la via ordinaria della Chiesa, ma essa trova il suo invalicabile confine quando l'ordine ricevuto lede l'onore di Dio e la salvezza delle anime. In quei frangenti drammatici, resistere alle novità dottrinali non è un atto di ribellione orgogliosa, ma l'estremo atto di fedeltà di chi preferisce soffrire l'incomprensione del mondo e delle stesse autorità terrene pur di non tradire il Re dei Re.
Concludendo: La vera unità si fonda nella Verità
La vera unità della Chiesa sussiste esclusivamente nella Verità, poiché non può esservi autentica comunione al di fuori dell'ortodossia. Custodire, adunare e reggere la Chiesa in tutto il mondo, come supplica il Canone, significa preservarla dalle insidie dell'errore, radunarla attorno all'Altare della Tradizione e governarla con la dottrina di sempre. Non significa affatto pacificare le coscienze attraverso il compromesso o la sottomissione a nuove dottrine umane.
Rimanere fedeli non è un privilegio che esalta, ma un giogo che impegna. Consapevoli della nostra debolezza, ma fermi nella Fede ricevuta, continuiamo a pregare per il Santo Padre e per la Chiesa, affinché Colui che l'ha fondata la custodisca immacolata. Se il prezzo di questa fedeltà è l'isolamento o l'accusa di disobbedienza, lo accettiamo offrendo la nostra sofferenza in riparazione, ricordando che chi tradisce la fede si mette fuori da sé, mentre chi si aggrappa alla Tradizione rimane nel cuore stesso della Chiesa di sempre.

Commenti
Posta un commento