In Tua Justitia Libera me Domine

Blog della Tradizione Cattolica Apostolica Romana

venerdì 24 giugno 2022

Cuore Amabile esaltato sulla croce


Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, il quale, mite e umile di cuore, esaltato sulla croce, è divenuto fonte di vita e di amore, a cui tutti i popoli attingeranno.Nella città di Paray-le-Monial, in un monastero della Visitazione, verso l'anno 1670, trovandosi in un giorno dell'ottava del Corpus Domini, Santa Margherita Maria Alacoque, prostrata innanzi al Santissimo Sacramento esposto alla pubblica adorazione, le apparve Gesù, e le diede a vedere il suo SS. Cuore.

Era questo tutto investito da fiamme, circondato da una corona di spine, squarciato da una ferita, e con una croce piantatavi sopra. « Vedi, disse Gesù alla sua adoratrice, vedi questo Cuore che si strugge d'amore per gli uomini, ciò nonostante non riceve che ingratitudine e oltraggi. Questo Cuore è sempre disposto a versare grazie e benedizioni sopra di tutti; ma gli oltraggi continui che mi fanno, ne impediscono la diffusione.Pensa tu adunque a riparare un sì lagrimevole disordine, e fa che il venerdì successivo all'ottava consacrata all'onore del mio Divin Corpo, sia specialmente consacrato all'onore del mio Divin Cuore, riparando con onorevole ammenda e devota comunione le offese che ricevo nella divina Eucaristia. Io spargerò abbondanti benedizioni su quanti mi presteranno questo culto; e a te affido l'incarico di far conoscere ed eseguire il mio volere ». Margherita, si accinse all'adempimento della volontà di Gesù.

Il Pontefice Clemente X approvò solennemente la devozione al Sacro Cuore e l'arricchì di molte indulgenze.Le prime testimonianze sono antiche, risalenti al Tardo Medioevo, ma il culto iniziò a fiorire nel corso del XVII secolo grazie a S. Giovanni Eudes e in particolare alle rivelazioni mistiche di S. Margherita Maria Alacoque. La prima festa dedicata al Sacro Cuore venne celebrata in Francia nel 1685, ma divenne universale per l’intera Chiesa Cattolica nel 1856, per volontà del grande papa Pio IX, successivamente, la santità papa Pio XI la innalzò la festa a rito doppio di prima classe con ottava.
Il cuore di Gesù Cristo, simbolo del suo amore per l’umanità. La fiamma sulla sommità simboleggia il fuoco inestinguibile e trasformativo dell’amore divino, la misericordia di Cristo. Le ferite, la corona di spine, la croce rievocano la sua morte e il suo sacrificio.

ATTO DI CONSACRAZIONE 

O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano,
riguardate a noi umilmente prostrati dinanzi al vostro altare.
Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere;
e per poter vivere a Voi più strettamente congiunti,
ecco che ognuno si consacra al vostro Sacratissimo Cuore.
Molti purtroppo non Vi conobbero mai;
molti, disprezzando i vostri comandamenti, Vi ripudiarono.
O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri;
e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo.
O Signore, siate il re non solo dei fedeli,
che non si allontanarono mai da Voi,
ma anche di quei figli prodighi che Vi abbandonarono;
fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna,
per non morire di miseria e di fame.
Siate il Re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore,
o per discordia da Voi separati;
richiamateli al porto della verità e all’unità della fede,
affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo Pastore.
Siate il Re di tutti quelli che sono ancora avvolti nelle tenebre
dell’idolatria o dell’islamismo;
e non ricusate di trarli tutti al lume e al regno vostro.
Riguardate infine con occhio di misericordia i figli di quel popolo che un giorno fu il prediletto;
scenda anche sopra di loro, lavacro di redenzione e di vita,
il Sangue già sopra di essi invocato.
Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra Chiesa;
largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine;
fate che da un capo all’altro della terra risuoni quest’unica voce;
Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute;
a Lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.

Dal cuore trafitto di Cristo si scorge il Dio trinitario

Pio XII, nella lettera enciclica sul Sacro Cuore, ha voluto ribadire il legame che c’è fra cuore di Cristo e la vita del Dio trinitario, la prima fornace dell’amore, alla quale ogni altro amore s’accende: «…finalmente – afferma papa Pacelli – procureremo di porre in evidenza il nesso intimo che intercorre tra la forma di devozione da tributarsi al cuore del Redentore Divino e il culto che siamo tenuti a rendere all’amore che egli e l’augusta Trinità nutrono verso di noi» (Pio XII, Lett. enc. Haurietis aquas [5.5.1956], ). La ferita del cuore di Cristo non è un buco nero, l’entrata in un vicolo cieco o in una camera oscura; è, invece, un varco verso il mistero del Dio trinitario .

Solo perché è così, essa costituisce una vera janua coeli, l’immissione in un’esperienza di salvezza piena, definitiva e universale. Il cuore ferito del Crocifisso è l’icona finale di una storia d’amore salvifico. Infatti, solo come evento d’amore la croce è inscrivibile nel cristianesimo e salva e rivela l’idea di Dio che conosciamo dalla rivelazione biblica.

Una realtà radicale di amore, come è il cuore del Crocifisso, non può non avere una causa d’amore. Così, partendo dal cuore del Crocifisso, si può arrivare fino al cuore del Padre, dentro la Comunità trinitaria, nel vortice del mistero di quel Dio che «è amore» (1Gv 4,16). Ma perché il Crocifisso porta al mistero trinitario? Perché «la croce è della Trinità: è una sua azione, una sua grazia; è la dimostrazione concreta e radicale della sua misericordia che intende liberare l’uomo dal peccato e condurlo alla condizione filiale» (cf. M.G. Masciarelli, La croce pasquale, p. 7). Siccome la croce viene dalla Trinità, è comprensibile che dalla croce si vada alla Trinità, ossia che dal cuore del Crocifisso si arrivi al cuore del mistero trinitario.

L’amore che dà accesso alla Famiglia trinitaria, ad un tempo fonda e fortifica i nostri vincoli comunitari; il cuore riempito di amore dello Spirito (cf. Rm 5,5) è ciò che ci lega a Dio ed è ciò che ci lega fra noi; la comunità nasce dall’amore dello Spirito che fermenta come mistero di comunione fra noi e per gli altri.

La vita di comunità è una vita speciale di amore generata dai cuori in comunione fra loro: è l’avere «un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32). Questa è una misteriosa riproduzione dell’esperienza d’amore della Trinità, fra il Padre che è l’Amante (e genera l’Amato) e il Figlio che è l’Amato (e accoglie nell’abbraccio di un infinito Amore, l’Amante), con l’interposizione dello Spirito, che è l’Amore (che distingue e unisce le divine persone del Padre e del Figlio).

Ogni vera esperienza d’amore è l’imitazione di questa esperienza trinitaria e, in modo speciale, l’imitazione di Gesù che sulla croce, luogo di mistero, col suo cuore squarciato, testimonia l’amore più ubbidiente al Padre, quale Figlio essenziale, e l’amore più solidale agli uomini quale Fratello necessario. Il Crocifisso ci chiede d’imitarlo nei due amori vissuti dal suo cuore martirizzato, fino ad avere noi pure un cuore simile al suo.
Dal cuore trafitto di Cristo si conosce il suo amore

La croce pasquale si fa riconoscere per la grande forza salvifica e il forte dinamismo di grazia e di gloria che la fanno vibrare in un modo potente e drammatico. La croce, però, così non appare a chi la guarda con i soli occhi della carne: a questi essa appare nel crudo realismo di un albero dalle radici recise (è un palo più che un albero).

L’unico dinamismo che la croce mostra al suo spettatore senza fede è quello dato dalla terribile agitazione di un Crocifisso che vi sta morendo, cui segue, però, subito la stasi tipica della morte.

All’occhio credente, invece, la croce appare indescrivibilmente dinamica da quando vi sale il Nazareno a quando ne è schiodato: Gesù consacra per sempre la croce pasquale come il segno di un infinito dinamismo d’amore che solo in parte riusciamo a percepire con l’occhio della fede.

Aperto il cuore, dura ancora la profezia di Giovanni: «Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,33-34). L’avvenimento sembra “ordinario”.

Sul Golgota avviene l’ultimo gesto di un’esecuzione romana: la verifica della morte del condannato. Così si poté dire anche di Gesù: sì, è veramente morto. Gesù è morto prima dei due malfattori crocifissi con lui.

Il colpo di lancia non è pertanto una nuova sofferenza per lui. È invece il segno del dono totale che egli ha fatto di se stesso, segno inciso nella sua stessa carne con l’apertura del suo cuore, manifestazione simbolica di quell’amore per cui Gesù ha dato tutto se stesso e continuerà a offrirsi a tutta l’umanità. È un segno che durerà fino in Cielo. Giovanni – solo tra gli evangelisti – insegna che le piaghe del Crocifisso, fra le quali c’è quella del cuore squarciato (cf. Gv 20,20.25.27), ci saranno anche in Cielo: saranno le ferite dell’«Agnello sgozzato e ritto in piedi» (Ap 1,7; 5,6).

Nella sua morte Gesù ha rivelato se stesso fino alla fine. Il cuore trapassato è la sua ultima testimonianza. L’apostolo Giovanni, che era ai piedi della croce, l’ha ben compreso. Nel corso dei secoli altri discepoli di Cristo e i maestri della fede l’hanno capito.

Attraverso il cuore di suo Figlio, trapassato sulla croce, il Padre ci ha dato tutto, gratuitamente. La Chiesa e il mondo ricevono il Consolatore: lo Spirito Santo. Gesù aveva detto: «Ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò» (Gv 16,7). Il suo cuore trapassato testimonia del fatto che “se n’è andato”. Egli manda finalmente lo Spirito di verità. L’acqua che esce dal suo costato trafitto è il segno dello Spirito Santo: Gesù aveva annunciato a Nicodemo la nuova nascita «da acqua e da Spirito» (Gv 3,5).

giovedì 16 giugno 2022

“Lauda Sion Salvatorem . . . Solennità Corpus Domini”.

Il dovere del Culto della SS. Eucaristia extra-Missam deve essere sempre tenuto in grande considerazione e costantemente alimentato perché «poggia su valida e solida base, soprattutto perché la fede nella presenza reale del Signore conduce naturalmente alla manifestazione esterna e pubblica di quella fede medesima» (Euch. Myst. n. 49). 



Oggi la Chiesa ringrazia per il dono dell’Eucaristia. Oggi la Chiesa adora il mistero eucaristico. Lo fa non soltanto oggi. Infatti l’Eucaristia decide della vita della Chiesa ogni giorno. Tuttavia la Chiesa desidera dedicare in modo particolare questo giorno al rendimento di grazie e all’adorazione pubblica.
Quanto si comprende, riflettendo sul mistero, l’amore geloso con cui la Chiesa custodisce questo tesoro di valore inestimabile! E come appare logico e naturale che i cristiani, nel corso della loro storia, abbiano sentito il bisogno di esprimere anche all’esterno la gioia e la gratitudine per la realtà di un così grande dono. Essi hanno preso coscienza del fatto che la celebrazione di questo divino mistero non poteva ridursi entro le mura di un tempio, per quanto ampio e artistico esso fosse, ma che bisognava portarlo sulle strade del mondo, perché Colui che le fragili specie dell’Ostia velavano era venuto sulla terra proprio per essere “la vita del mondo” (Gv 6, 51)


“E il Verbo si è fatto carne e ha preso dimora tra di noi”.



È il mistero che adoriamo, è il mistero che contempliamo amando. Dio ci ha così amati da venire in mezzo a noi ed è venuto in mezzo a noi per mezzo del sì di Maria Vergine e ha voluto, così, essere in tutto simile a noi, simile a noi perché voleva prendersi le nostre infermità, voleva addossarsi i nostri peccati e voleva dare all’uomo il senso della vita, voleva dare il perché della tribolazione, voleva dare, soprattutto, dare l’amore. Come si ama, gli uomini dovevano capirlo da Lui, dalla Sua parola e dal Suo esempio.

VERITÀ MIRACOLOSA


Ma è difficile capire? Sì, è difficile; perché si tratta d’un fatto reale e singolarissimo, compiuto dalla potenza divina, e che sorpassa la nostra normale e naturale capacità di comprendere. Bisogna credervi, sulla parola di Cristo; è il «mistero della fede» per eccellenza. Ma stiamo attenti. Il Signore ci si presenta, in questo Sacramento, non come Egli è, ma come Egli vuole che noi lo consideriamo; come Egli vuole che noi lo avviciniamo. Egli ci si presenta sotto l’aspetto di segni, di segni speciali, di segni espressivi, scelti da Lui, come se dicesse: guardatemi così, conoscetemi così; i segni del pane e del vino vi dicano ciò che Io voglio essere per voi. Egli ci parla per via di questi segni, e ci dice: così io ora sono tra voi.


PRESENZA REALE



Perciò, se noi non possiamo godere della presenza sensibile, noi possiamo e dobbiamo godere della sua reale presenza, ma sotto il suo aspetto intenzionale. Qual è l’intenzione di Gesù, che si dà a noi nell’Eucaristia? Oh! questa intenzione, se bene riflettiamo, ci è apertissima, e ci dice molte, molte cose di Gesù; ci dice soprattutto il suo amore. Ci dice che Egli, Gesù, mentre nell’Eucaristia si nasconde, nell’Eucaristia si rivela; si rivela in amore. Il «mistero di fede» si apre in «mistero di amore». Pensate: ecco la veste sacramentale, che al tempo stesso nasconde e presenta Gesù; pane e vino, dato per noi. Gesù si dà, si dona. Ora questo è il centro, il punto focale di tutto il Vangelo, dell’Incarnazione, della Redenzione: Nobis natus, nobis datus: nato per noi, dato per noi. Per ciascuno di noi? Sì, per ciascuno di noi. Gesù ha moltiplicato la sua presenza reale ma sacramentale, nel tempo e nel numero, per potere offrire a ciascuno di noi, diciamo proprio a ciascuno di noi, la fortuna, la gioia di avvicinarlo, di poter dire: è per me, è mio. «Mi amò, dice S. Paolo, e diede Se stesso - per me!» (Gal. 2. 20). E per tutti, anche? Sì, per tutti. Altro aspetto dell’amore di Gesù, espresso nell’Eucaristia. Conoscete le parole, con le quali Gesù istituì questo Sacramento, e che il Sacerdote ripete alla Messa, nella consacrazione: «. . . mangiatene tutti; . . . bevetene tutti». Tanto che questo stesso Sacramento è istituito durante una cena, modo e momento, familiare e ordinario, di incontro, di unione. L’Eucaristia è il sacramento che raffigura e produce l’unità dei cristiani; è questo un aspetto caratteristico della Eucaristia, molto caro alla Chiesa, «Noi formiamo un solo corpo, noi tutti che partecipiamo dello stesso pane» (1 Cor. 10, 17). Bisogna proprio esclamare, con S. Agostino: «O Sacramento di bontà! o segno di unità! o vincolo di carità!» (S. AUG., In Io. Tr., 26; PL 15, 1613). Ecco: dalla reale presenza, così simbolicamente espressa nell’Eucaristia un’infinita irradiazione si effonde, un’irradiazione d’amore. D’amore permanente. D’amore universale. Né tempo, né spazio gli impongono limiti. Ed ecco che noi in questo mistero dobbiamo sapere mettere tutta la nostra buona volontà, mettere cioè a disposizione della grazia del mistero tutta la nostra disponibilità. Mettere quanto per noi il Signore domanda e richiede, per la santificazione di ogni nostra anima, per la nostra santificazione, per il bene di tutto il mondo.

Noi, accogliendo la grazia del Signore, vogliamo farla fruttificare con l’intercessione della Madonna, della sua soave azione e protezione, in quella magnifica, meravigliosa realtà, per cui anche noi possiamo essere formati dalla Madonna ed essere anche noi degli altrettanti Gesù. Come la Madonna ha formato nel suo grembo Gesù, vuole formare ognuno di noi, perché abbia i lineamenti e la fisionomia del Cristo, perché possa essere una rinnovazione del Cristo, perché porti sempre quello che ha portato Cristo di vero amore a tutti, di vera salvezza per l’intero mondo.

mercoledì 15 giugno 2022

Le passioni di ignominia di don Christian Thouvenot




La Tradizione Cattolica è un organo di informazione che si vuole cattolico. A questo titolo, quasi ripugna abbordare soggetti di cui San Paolo voleva che non fosse fatta parola tra i cristiani: «Siate dunque degli imitatori di Dio, come figli beneamati: camminate nella carità, su esempio del Cristo, che ci ha amati e si è consegnato lui stesso a Dio per noi come una oblazione e un sacrificio dal gradevole profumo. Che non si senta neanche dire che vi siano tra di voi fornicazioni, impurità di qualche sorta, cupidigie, così come si confà a dei santi» (Ef. 5,1-3). 
Dal momento che il grande apostolo forma nei suoi discepoli degli altri Cristi, non può ammettere che si trovino ancora tra di loro degli schiavi delle passioni carnali e dello spirito di cupidigia... «Sappiatelo bene, né un impudico, né un impuro, né un uomo cupido - il quale è un idolatra - ha un’eredità nel regno di Cristo e di Dio» (ibid. 5,5). Il mondo contemporaneo tuttavia ha riallacciato, ormai da lungo tempo, con le perversioni più degradanti, dimenticando la sorte che fu riservata a Sodoma e Gomorra . È così che la pederastia, la bestialità e altre numerose perversioni sessuali si spandono nelle società moderne, a mano a mano che regrediscono il pudore, la fedeltà, la continenza e tutte le virtù capaci di temperare la concupiscenza. Contro la legge naturale e divina Di fronte agli attacchi contro il matrimonio cristiano e adesso contro il matrimonio naturale (l’unione stabile di un uomo e una donna in un focolare in vista di generare ed educare i propri figli), la Chiesa Cattolica ricorda senza stancarsi le verità della morale evangelica:

lunedì 13 giugno 2022

IL SANTO DEI MIRACOLI




SANT’ANTONIO DA PADOVA: IL SANTO DEI MIRACOLI




La predica è efficace quando parlano le opere

Dai «Discorsi» di sant'Antonio di Padova, sacerdote (I, 226).

Chi è pieno di Spirito Santo parla in diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze su Cristo: così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. La predica è efficace, ha una sua eloquenza, quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti di opere, e così siamo maledetti dal Signore, perché egli maledì il fico, in cui non trovò frutto, ma solo foglie. «Una legge, dice Gregorio, si imponga al predicatore: metta in atto ciò che predica». Inutilmente vanta la conoscenza della legge colui che con le opere distrugge la sua dottrina.
Gli apostoli «cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito Santo dava loro il potere di esprimersi» (At 2, 4). Beato dunque chi parla secondo il dettame di questo Spirito e non secondo l'inclinazione del suo animo. Vi sono infatti alcuni che parlano secondo il loro spirito, rubano le parole degli altri e le propalano come proprie. Di costoro e dei loro simili il Signore dice a Geremia: «Perciò, eccomi contro i profeti, oracolo del Signore, che muovono la lingua per dare oracoli. Eccomi contro i profeti di sogni menzogneri, dice il Signore, che li raccontano e traviano il mio popolo con menzogne e millanterie. Io non li ho inviati né ho dato alcun ordine. Essi non gioveranno affatto a questo popolo. Parola del Signore» (Ger 23, 30-32).
Parliamo quindi secondo quanto ci è dato dallo Spirito Santo, e supplichiamo umilmente che ci infonda la sua grazia per realizzare di nuovo il giorno di Pentecoste nella perfezione dei cinque sensi e nell'osservanza del decalogo. Preghiamolo che ci ricolmi di un potente spirito di contrizione e che accenda in noi le lingue di fuoco per la professione della fede, perché, ardenti e illuminati negli splendori dei santi, meritiamo di vedere Dio uno e trino. Voglio parlare di due dei suoi miracoli:
I suoi sono miracoli di guarigione, perfino di resurrezione, a volte sono miracoli di conversione e di cambiamento del cuore, a volte sono miracoli che sembrano sconvolgere le leggi della natura.

Sant'Antonio di Padova araldo dell'Eucarestia


di don Ernesto Bellè
Tutta la santità viene sempre e soltanto dal Dio Uno e Trino.
Pertanto ogni angelo, a qualunque ordine appartenga ed ogni essere umano, nella misura in cui entrano in relazione con Dio, partecipano in grado superiore od inferiore alla santità.

Ora tra i Sacramenti istituiti da Gesù Cristo solo per gli uomini e non per altre creature, ce n'é uno che in modo particolarissimo ci rende partecipi della Santità di Dio, al punto che si verifica una comunione così piena, profonda e permanente da realizzare l'unità in Dio e così attuare, tra l'essere umano e la divinità, quanto viene espresso nella Genesi riguardo alla realtà sponsale: "E i due saranno una carne sola". Questa verità fu insegnata e talmente inculcata nel piccolo Fernando (questo era il nome di battesimo di Sant'Antonio fino a che non entrò nell'ordine di san Francesco) che egli non sapeva stare lontano dal suo Gesù. 

Sin da bambino Sant'Antonio apprese ad incontrarsi con Gesù Eucarestia, a dialogare con Lui, a trascorrere parte del suo tempo giornaliero facendo visita al suo Gesù, e questo fuori della regolare partecipazione alla Santa Messa. Più il tempo trascorreva e maggiormente, man a mano che cresceva e si faceva ragazzo, adolescente, giovane, egli scopriva la dolcezza di un'intimità d'amore con Gesù Sacramentato. 

Il suo Gesù era riuscito a riempire la giornata di Fernando tanto che tutto quello che questi faceva, o pensava di realizzare, lo riferiva e rapportava costantemente all'incontro che poi avrebbe concretizzato dinanzi al tabernacolo con lo stesso Gesù. Fu attraverso l'Eucarestia che il giovane Fernando apprese e sperimentò la sensibilità così delicata ed allo stesso tempo profonda del suo essere del Signore e questo non solo con il pensiero ed il semplice desiderio, bensì con la stessa vita nei comportamenti giornalieri e nelle varie occupazioni che lo riguardavano Il suo stare in famiglia, lo studio, la scuola, lo svago con gli amici dovevano essere sempre e soltanto un'attestazione del suo appartenere a Gesù.
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