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Blog della Tradizione Cattolica Apostolica Romana

lunedì 4 marzo 2024

La Quaresima,è determinante: dal digiuno,dalla preghiera, dalla carità.



«Vuoi che la tua preghiera voli fino a Dio?Donale due ali: il digiuno e l’elemosina».(Sant’Agostino)

(Di P.Alberto CSsR)

Chi Sono?


La conoscenza di se stessi è certamente un’impresa ardua ed esigente. Sant’Agostino diceva di essere diventato una grande domanda persino per se stesso. Il cuore dell’uomo è un abisso (Sal 63,7) e difficilmente arriviamo a comprendere fino in fondo chi siamo. Eppure, mi verrebbe da dire, a volte basta semplicemente guardare a quello che facciamo: le nostre scelte, i nostri comportamenti, le nostre reazioni parlano di noi. È vero forse che in molte occasioni preferiamo non guardare. La vita è quel banco di prova sul quale siamo chiamati continuamente ad affrontare la verifica di ciò che siamo diventati, proprio come un alunno che periodicamente viene messo alla prova non solo per essere valutato, ma perché comprenda dov’è arrivato e qual è il cammino che ancora deve percorrere.

Le prove quotidiane


La vita è continuamente il luogo della prova, affrontando la quale veniamo fuori per quello che siamo. La tentazione evangelica, letteralmente “essere messi alla prova”, riguarda la nostra quotidianità. Non a caso, sia la prima tentazione biblica, ovvero quella raccontata nel terzo capitolo della Genesi, sia la prima tentazione di Gesù nel deserto, riguardano il mangiare, quindi una dimensione quotidiana, con la quale abbiamo inevitabilmente a che fare. La nostra realtà quotidiana è fatta di desideri e bisogni, di pensieri e relazioni, ed è su tutto questo che il Nemico si mette all’opera. La tentazione si radica dentro le nostre dinamiche umane, approfitta di quello che siamo. Essa diventa una realtà spirituale perché va a incidere sulla nostra relazione con Dio, ma opera inevitabilmente sulla nostra umanità.

Prendere le distanze

Proprio per questo motivo, prima di agire, sarebbe fruttuoso prendere le distanze, guardare ciò che abbiamo davanti, interrompere la sequenza delle azioni per riflettere e decidere. Il tempo di Gesù nel deserto è infatti il tempo del digiuno: mi fermo, prendo le distanze dal cibo che mi sta davanti, mi prendo il tempo di capire che cosa voglio veramente mangiare. Nell’abbuffata delle emozioni quotidiane è difficile riconoscere veramente dove trovo gusto e dove mi sto avvelenando, perché tutto è confuso e mischiato.

Gesù è spinto dunque dallo Spirito nel deserto dopo il Battesimo nel Giordano, ovvero dopo aver accolto l’invito del Padre a iniziare l’annuncio della buona notizia. Il deserto e i quaranta giorni e quaranta notti dicono innanzitutto che Egli vuole essere un uomo vicino al suo popolo al punto da riviverne in qualche modo l’esperienza per poterlo comprendere meglio. Quel luogo e quel tempo evocano infatti il cammino di Israele nel deserto, quel viaggio che diventerà fondamentale ed emblematico nella vita del popolo, il punto di riferimento di tutta la sua esperienza spirituale.

La confusione

Il modo in cui Gesù affronta la tentazione lo rivela, dice chi vuole essere, quali sono i suoi criteri, a cominciare dalla sua fedeltà alla Legge: tutte le sue risposte al Nemico sono citazioni prese da libro del Deuteronomio. La tentazione infatti, proprio come nel terzo capitolo della Genesi, opera sempre cercando di distorcere il volto di Dio e confondendo i nostri pensieri.

Alla donna, il serpente racconta una storia confusa, ma in parte vera: Dio infatti aveva chiesto solo di non mangiare dell’albero che era in mezzo al giardino, ma il serpente chiede se Dio ha detto di non mangiare di nessun albero del giardino. E la donna si confonde, perché non era presente quando Dio aveva dato quel comando. La donna, come molte volte anche noi, conosce le parole di Dio solo per sentito dire, senza una familiarità e una costanza.

Lei stessa si confonde e afferma che Dio avrebbe detto di non mangiare e di non toccare l’albero che è in mezzo al giardino. Il serpente presenta pian piano Dio come un padrone che vuole togliere e rendere schiavi, porta infatti lo sguardo della donna sull’unico divieto, distogliendo l’attenzione da tutto il bene infinito che Dio aveva donato. Così anche noi siamo tentati di portare lo sguardo sul dettaglio negativo piuttosto che godere di tutto il bene reale.

Pensa prima a te!

Al contrario, Gesù ci mostra come sia possibile affrontare le prove della vita. La prima tentazione riguarda una dinamica molto presente nella nostra esperienza: il Nemico vuole indurre Gesù a pensare a se stesso. Piuttosto che pensare agli altri, il Nemico suggerisce a Gesù di cominciare a pensare innanzitutto alla sua fame: ne ha il diritto e ne ha anche la possibilità. Nessuno lo vedrebbe. Può fare quello che vuole. Anche noi siamo spesso tentati di pensare prima di tutto a noi stessi, quasi come se fosse un segno di maturità e di autonomia. Non dico certo che non mi importa degli altri, ma ci penserò dopo aver curato i miei interessi. Gesù reagisce rifiutando la logica del privilegio: mangerà insieme agli altri, mangerà se e quando potranno mangiare anche gli altri.

Servirsi o servire


La seconda tentazione riguarda il rapporto con Dio, ma più in generale il modo di vivere le relazioni. Quando in una relazione infatti ci sentiamo sicuri, tendiamo ad approfittarne, mettiamo l’altro alla prova, tiriamo la corda, quasi per misurare fin dove arriva il suo amore. È la dinamica del bambino, che fa i capricci per capire fin dove può arrivare con le sue pretese. Molte nostre relazioni, impostate su questa dinamica, sono infatti relazioni infantili. Il tentatore suggerisce a Gesù di servirsi di Dio piuttosto che servire Dio, così come noi spesso ci serviamo degli altri piuttosto che servirli con il nostro amore. Quando nella relazione con Dio, quasi sotto l’apparenza di una profonda vita spirituale, lo mettiamo alla prova, avanziamo pretese e lo sfidiamo con i ricatti, abbiamo già ceduto alla tentazione.

Il fine e i mezzi


La terza tentazione è quella più subdola, perché propone un fine buono da raggiungere però attraverso una logica cattiva: il Nemico presenta a Gesù i Regni della terra e gli propone di salvarli alleandosi con il Male. È una tentazione ricorrente sia nelle piccole vicende della vita, sia in quelle più grandi delle istituzioni che fanno la storia. Si tratta di giustificare un fine buono passando attraverso il compromesso con il male: è la raccomandazione che cerchiamo per raggiungere un obiettivo, è la corruzione per ottenere un appalto, è il compromesso con la politica per l’approvazione di una legge che ci interessa e che certamente porterà del bene. Gesù, sia chiaro, rifiuta questo compromesso con il male e sceglie di salvare il mondo mediante una logica diversa: è la logica della croce, la logica della sofferenza e delle rinunce, la logica dell’umiliazione e del sacrificio.
(P.Alberto CSsR)

martedì 27 febbraio 2024

Intervento di S.E. Mons. Carlo Maria Viganò Arcivescovo, al Secondo Congresso del Movimento Russofilo Internazionale e del Forum sulla Multipolarità - Mosca, 26 Febbraio 2024




Eccellenze, illustri Signore e Signori, cari amici,

Questa è la seconda occasione in cui ho l'onore di parlare al Congresso Internazionale dei Russofili. Ringrazio tutti voi e gli organizzatori di questo evento per avermi invitato a questa riflessione, che segue di qualche settimana la storica intervista che il presidente Vladimir Vladimirovič Putin ha concesso al giornalista americano Tucker Carlson. La reazione dei media mainstream occidentali mostra quanto sia spaventosa la verità, in un mondo che vive di bugie e si basa sulla falsità.
Tutti voi qui riuniti siete ben consapevoli della minaccia che incombe sul mondo occidentale e sull’intera umanità. In primo luogo, la minaccia di una terza guerra mondiale, sotto le cui macerie saranno sepolti decenni di crimini e frodi commessi da un’élite sempre più potente e tirannica. In secondo luogo, la minaccia dello sterminio di una parte dell’umanità attraverso l’Agenda 2030. In terzo luogo, la minaccia reale e terribile dell’instaurazione di un governo mondiale totalitario, in cui i popoli sopravvissuti saranno ridotti in schiavitù. La progressiva eliminazione delle sovranità nazionali e il loro assorbimento in organismi sovranazionali ha, come scopo dichiarato, l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale. I vertici del World Economic Forum, con tutte le sue ramificazioni ufficiali e ufficiose, non nascondono di aver occupato i vertici delle istituzioni attraverso governi fantoccio e con la pedissequa collaborazione dei media di regime.
I popoli dell’Occidente hanno ormai capito che sono governati dai servi dell’élite globalista e che il cosiddetto “sistema democratico” è una finzione grottesca, a cominciare dalla manipolazione delle elezioni. Le continue emergenze – sanità, guerra, clima ed energia – le crisi che presumibilmente giustificano l’Agenda 2030, tuttavia, non sono ciò che li unisce veramente, e molti stanno cominciando a rendersene conto. Ciò che realmente motiva queste persone è la loro appartenenza ad una setta satanica. Ma chi vuole che Satana regni deve prima bandire Dio, con il pretesto della laicità dello Stato: Regnare Christum nolumus. Non vogliamo che Cristo regni. Il mondo occidentale è stato ridotto a una fogna, a un mattatoio, a un enorme campo di battaglia, in cui l’élite controlla le masse, le impoverisce, le sfrutta, le umilia, le schiavizza e le manda al macello.
Avendo escluso Dio dalla vita pubblica, l’autorità non deve più obbedire ad alcun principio trascendente, e può quindi trasformarsi – come sta cambiando – in una dittatura. Il suo potere diventa illimitato e lo Stato – privatizzato e nelle mani di criminali sovversivi – prende il posto di Dio. Possiamo credere che gli autori di questo colpo di stato siano rassegnati a cedere il potere, proprio quando l’instaurazione di questo Nuovo Ordine è proprio dietro l’angolo? In un momento in cui le élite sono riuscite a imporre la cancellazione sistematica dei diritti fondamentali – salute, proprietà, libertà d’impresa, libertà di parola e di istruzione, libertà di movimento e di viaggio – a un’umanità terrorizzata dalle continue emergenze create, dalla prospettiva di catastrofi inventate, sotto la minaccia di guerre e invasioni?
Siamo tutti consapevoli che è in atto un risveglio dei popoli. Lo dimostrano le manifestazioni di contadini e allevatori che si stanno diffondendo a macchia d’olio, e quelle dei cittadini di tante nazioni, esasperate dalla sostituzione etnica – con tutte le conseguenze che conosciamo in termini di sicurezza, criminalità e convivenza – imposta da pazzi immigratisti politiche colpevolmente sostenute da sedicenti organizzazioni umanitarie. Ma questo risveglio – se non trova una risposta seria e responsabile nell’ambito del diritto – porterà inevitabilmente alla guerra civile, dando il pretesto ai governi servitori del World Economic Forum per intervenire militarmente.
Solo due settimane fa, l’Assemblea nazionale francese ha approvato una legge sulle “derive settarie” che prevede pesanti multe e reclusione per chi esprime dissenso. La censura da parte dello Stato o degli organismi sovranazionali è già in atto e aumenterà in modo esponenziale, così come il controllo sulle masse. Gli scandali di frode elettorale nelle elezioni presidenziali americane del 2020; prova di un piano criminale di sterminio e sterilizzazione di massa attraverso l'imposizione di una terapia genica sperimentale presentata come vaccinazione di massa; la volontà di forzare il passaggio alla valuta digitale per controllare come possiamo o non possiamo spendere i nostri soldi: questi sono tutti segnali allarmanti, a cui si aggiunge la minaccia di una guerra nucleare. L’élite è disposta a fare qualsiasi cosa per mantenere il potere e nascondere i propri crimini.
In cosa può consistere allora un'azione di resistenza e di opposizione, tale da coinvolgere questa crescente ondata di dissenso, evitando che venga strumentalizzata o dispersa? Vorrei qui presentare la mia visione, che spero possa essere occasione di confronto.




La Rivoluzione ha fallito, così come l’ideologia laicista e anticristiana dell’Occidente postrivoluzionario, liberale e massonico ha dimostrato di aver fallito. La Russia ha vissuto questo crollo davanti a noi, riprendendo possesso della sua Fede, delle sue tradizioni e della sua cultura, che il totalitarismo aveva combattuto e cercato di cancellare, proprio come la dittatura sveglia lotta e cerca di cancellare la nostra identità, la nostra Fede, la nostra civiltà cristiana e anche i principi sacri e universali della Legge Naturale. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il danno causato da una società che rifiuta di riconoscere Dio è davanti ai nostri occhi. Dobbiamo quindi avere non solo l'umiltà, non solo il coraggio, ma anche e soprattutto l'orgoglio di professare la nostra Fede, di volere non solo i singoli individui, ma anche lo Stato che riconosca e onori Nostro Signore Gesù Cristo come Dio, Signore e Re, e conformare a Lui le sue leggi.
Nel 1874 il grande statista Gabriel García Moreno consacrò la Repubblica dell'Ecuador a Nostro Signore, prima di essere ucciso dai sicari della Massoneria. Il suo motto era: Libertà per tutto e tutti, tranne che per il male e i malfattori. Come possiamo non essere d'accordo? Dobbiamo riconoscere la signoria di Dio e arrenderci alla Sua legge, affidare a Lui la nostra patria e la nostra nazione, noi stessi e le nostre famiglie. E chi, tra coloro che portano il nome cristiano, non sarebbe d'accordo con queste parole? Non saremmo rispettati anche da chi professa un’altra religione, avendo riscoperto il fondamento comune di principi condivisi come il rispetto della vita, della famiglia naturale, il rispetto dei deboli e degli anziani?
Penso che questo possa costituire davvero il vero “grande reset” che tutti aspettiamo, un ritorno al Signore di tutti noi, delle nostre famiglie, delle nostre comunità, delle pubbliche amministrazioni. Dovremmo essere ancora una volta orgogliosi di poterci professare cristiani. Dobbiamo tornare a chiamare bene il bene e male il male; non sentirsi inferiori di fronte all'arroganza del vizio, al cinismo della corruzione; di non lasciarsi intimidire dall’apparente irreversibilità del male. Dobbiamo restituire ai popoli dell'Occidente la speranza che è stata loro strappata per sottometterli. Dobbiamo desecolarizzare la società e riportarla nel flusso di quell'ordine divino che è fondato in Cristo, Dio-Uomo, unico Salvatore del genere umano, che solo in Cristo può trovare pace. La pace di Cristo – che è la vera pace perché fondata sulla verità e sulla giustizia – può essere raggiunta solo dove Cristo regna: Pax Christi in regno Christi.
Qual è l’unica cosa che la chimera globalista non può offrirci, per la quale non ha alcun sostituto da offrire? L'eroismo di un ideale, la nobiltà di un obiettivo per cui vale la pena lottare e perfino morire. E questo ideale non può consistere che nella fede in Cristo Signore, nell'amore per Lui e per il prossimo, nel desiderio di donare alla nostra Patria e ai nostri figli un futuro in cui gli orrori del globalismo siano un brutto ricordo. I criminali sovversivi di Davos non hanno ideali da offrire, perché basano il loro successo sulla paura e perché ottengono l'obbedienza dei loro servi attraverso la corruzione e il ricatto. Dobbiamo contrapporre all'ideologia di morte del Nuovo Ordine Mondiale il Vangelo di Gesù Cristo, Colui che si autodefiniva Via, Verità e Vita.
Se affrontiamo il nemico comune sul campo dove è più forte, siamo destinati a soccombere. Se spostiamo la battaglia là dove egli è debole, possiamo vincerla, con l'aiuto di Dio. Troppo spesso dimentichiamo che Dio è veramente onnipotente e che i suoi nemici e i nostri non possono fare nulla contro di Lui. Aspetta che l'umanità ritorni a Lui e si lasci salvare quando tutto sembra perduto.
Questa è l’unica via d’uscita possibile dall’attuale distopia, perché qualunque cosa accada – sia che gli autori del colpo di stato vengano sconfitti o mantengano con la forza il loro potere tirannico – la consapevolezza della battaglia spirituale in corso orienterà e darà un impulso soprannaturale alla nostra opposizione, rendilo meritorio e non potrà non presentarsi davanti alla divina Maestà. Domine salva nos, perimus! Κύριε, σῶσον, ἀπολλύμεθα. Господи! спаси нас, погибаем (Mt 8,25). Nella tempesta impetuosa, il Signore sembra addormentato, in attesa che lo invochiamo e lo riconosciamo capace di calmare le onde e calmare i venti.
Ricostruiamo gli Stati sulla roccia, sulla pietra angolare che è Cristo Signore. Restituiamo a Gesù Cristo la corona che la Rivoluzione gli ha strappato. Scuotiamoci dal giogo infernale del globalismo, dall'adesione ad organismi sovranazionali volti a cancellare la nostra Fede, la nostra identità, la nostra civiltà. Riteniamo responsabili i criminali sovversivi, a cominciare dal provocare un sanguinoso conflitto che ha sterminato un’intera generazione in Ucraina, usandolo per attaccare la Russia, per svenderla alle multinazionali e per far crollare economicamente l’Europa.
Ci confrontiamo con le élite non tanto sfidando le bugie delle crisi e delle emergenze, ma piuttosto opponendo alla loro visione della morte la speranza – una speranza basata su Cristo e sul fare la Sua volontà. Facciamo la volontà di Dio, unica risposta possibile della creatura al Creatore, e unica premessa per vincere questo scontro epocale con Lui. Ce lo ha ricordato anche Tucker Carlson, in una recente intervista a Dubai, quando ha sottolineato i due schieramenti contrapposti, formati da coloro che riconoscono e servono Dio e da coloro che vogliono farsi dio invece di Dio e contro di Lui, coloro che servire la vita e coloro che promuovono la morte, coloro che seguono la Verità e coloro che sono servitori della menzogna e della frode.
I popoli hanno sete di Bene, sono stufi di falsità e inganni, di perversioni e di violenza. Vinciamo il male con il bene, la menzogna con la verità, la superbia con l'umiltà, la corruzione con l'onestà, l'egoismo con la carità generosa. Portiamo nelle tenebre la Luce, la luce vera, che illumina ogni uomo (Gv 1,9), affinché le tenebre in cui si nascondono questi criminali sovversivi possano essere squarciate e appaia l'orrore dei loro crimini atroci e con loro la loro condanna. Vi lascio la pace, vi do la mia pace: non come la dà il mondo, io ve la do (Gv 14,27).
A conclusione di questa riflessione, vorrei lanciare un appello a tutti gli uomini di buona volontà, affinché le nazioni si consacrano al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria, Madre di Dio, come premessa per implorando dal Cielo quella pace che solo il nostro Re e Signore può dare, e che mai come in questo momento è stata invocata dal genere umano su questo mondo tenuto in ostaggio dalle forze infernali. Rivolgo questo appello al Patriarca di Mosca, ai Prelati della Chiesa Ortodossa, ai Cardinali e ai Vescovi cattolici che non hanno ceduto al compromesso, e a tutti coloro che si riconoscono nei principi universali e sacri della Legge naturale.
Su tutti voi, e su tutti coloro che condividono la nostra battaglia spirituale, imploro abbondanti benedizioni celesti attraverso l'intercessione della gloriosa Theotokos, la Vergine Madre di Dio.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo,

già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d'America


sabato 24 febbraio 2024

MISTICA DELLA QUARESIMA



Non ci si deve meravigliare se un tempo così sacro come quello della Quaresima sia così pieno di misteri. La Chiesa, che la considera come la preparazione alla più gloriosa delle sue feste, ha voluto che questo periodo di raccoglimento e di penitenza fosse caratterizzato dalle circostanze più idonee a risvegliare la fede dei cristiani ed a sostenere la loro costanza nell'opera dell'espiazione annuale.

Nel Tempo della Settuagesima riscontrammo il numero settuagenario, che ci richiama i settant'anni della cattività in Babilonia, dopo i quali il popolo di Dio, purificato dalla sua idolatria, doveva rivedere Gerusalemme e celebrarvi la Pasqua. Ora è il numero quaranta che la santa Chiesa presenta alla nostra religiosa attenzione, il numero che, al dire di san Girolamo, è sempre quello della pena e dell'afflizione (Comm. d'Ezechiele, c. 20).

Il numero 40 e il suo significato.

Ricordiamo la pioggia dei quaranta giorni e delle quaranta notti, causata dai tesori della collera di Dio, quando si pentì d'aver creato l'uomo (Gen 7,12) e sommerse nei flutti il genere umano, ad eccezione d'una sola famiglia. Pensiamo al popolo ebreo che errò quaranta anni nel deserto, in punizione della sua ingratitudine, prima di poter entrare nella terra promessa (Num 14,33). Ascoltiamo il Signore, che ordina al profeta Ezechiele (4,6) di starsene coricato quaranta giorni sul suo lato destro, per indicare la durata d'un regno al quale doveva seguire la rovina di Gerusalemme.

Due uomini, nell'Antico Testamento, hanno la missione di raffigurare nella propria persona le due manifestazioni di Dio: Mosè, che rappresenta la legge, ed Elia, nel quale è simboleggiata la profezia. L'uno e l'altro s'avvicinano a Dio; il primo sul Sinai (Es 24,18), il secondo sull'Oreb (3Re 19,8); ma sia l'uno che l'altro non possono accostarsi alla divinità, se non dopo essersi purificati con l'espiazione di un digiuno di quaranta giorni.

Rifacendoci a questi grandi avvenimenti, riusciremo a capire perché mai il Figlio di Dio incarnato per la salvezza degli uomini, avendo deciso di sottoporre la sua divina carne ai rigori del digiuno, volle scegliere il numero di quaranta giorni per quest'atto solenne. L'istituzione della Quaresima ci apparirà allora in tutta la sua maestosa severità, e quale mezzo efficace per placare la collera di Dio e purificare le nostre anime. Eleviamo dunque i nostri pensieri al di sopra dello stretto orizzonte che ci circonda, e vedremo lo spettacolo di tutte le nazioni cristiane del mondo, offrire in questi giorni al Signore sdegnato quest'immenso quadragenario dell'espiazione; e nutriamo la speranza che, come al tempo di Giona, egli si degnerà anche quest'anno fare misericordia al suo popolo.

L'esercito di Dio.

Dopo queste considerazioni relative alla durata del tempo che dobbiamo passare, apprendiamo ora dalla Chiesa sotto quale simbolo essa considera i suoi figli durante la santa Quarantena. La Chiesa vede in essi un immenso esercito, che combatte giorno e note contro il nemico di Dio. Per questa ragione il Mercoledì della Ceneri essa ha chiamato la Quaresima la carriera della milizia cristiana. Per ottenere infatti quella rigenerazione che ci farà degni di ritrovare le sante allegrezze dell'Alleluia, noi dobbiamo aver trionfato dei nostri tre nemici: il demonio, la carne e il mondo. Insieme al Redentore che lotta sulla montagna contro la triplice tentazione e lo stesso Satana, dobbiamo essere armati e vegliare senza stancarci. Per sostenerci con la speranza della vittoria ed animarci a confidare nel divino soccorso, la Chiesa ci presenta il Salmo 90, che colloca fra le preghiere della Messa nella prima Domenica di Quaresima, e del quale attinge quotidianamente molti versetti per le diverse Ore dell'Ufficio. Con la meditazione di quel salmo vuole che contiamo sulla protezione che Dio stende sopra di noi come uno scudo; che attendiamo all'ombra delle sue ali; che abbiamo fiducia in lui, perché egli ci strapperà dal laccio del cacciatore infernale, che ci aveva rapita la santa libertà dei figli di Dio; che siamo assicurati del soccorso dei santi Angeli, nostri fratelli, ai quali il Signore ha dato ordine di custodirci in tutte le nostre vie, e che, testimoni riverenti della lotta sostenuta dal Salvatore contro Satana, s'avvicinarono a lui dopo la vittoria per servirlo e rendere i loro omaggi. Entriamo nei sentimenti che la santa Chiesa ci vuole ispirare, e durante questi giorni che dovremo lottare ricorriamo spesso al bel canto che essa ci indica come l'espressione più completa dei sentimenti che devono animare, in questa santa campagna, i soldati della milizia cristiana.

La pedagogia della Chiesa.

Ma la Chiesa non si limita a darci una semplice parola d'ordine contro le sorprese del nemico; per occupare tutta la nostra mente ci mette davanti tre grandi spettacoli, che si svolgeranno giorno per giorno fino alla festa di Pasqua, e ciascuno dei quali ci procurerà delle pie emozioni insieme alla più solida istruzione.

Gesù Cristo perseguitato e mandato a morte.

Prima assisteremo alla fine della congiura dei Giudei contro il Redentore: congiura che si inizia ora per esplodere il Venerdì Santo, quando vedremo il Figlio di Dio inchiodato sull'albero della Croce. Le passioni che si agitano in seno alla Sinagoga si manifesteranno di settimana in settimana, e noi le potremo seguire in tutto il loro svolgersi. La dignità, la pazienza e la mansuetudine dell'augusta vittima ci appariranno sempre più sublimi e più degne di un Dio. Il dramma divino che vedremo aprirsi nella grotta di Betlem continuerà fino al Calvario; e per seguirlo, non abbiamo che da meditare le letture del Vangelo che la Chiesa ci presenterà giorno per giorno.

La preparazione al Battesimo.

In secondo luogo, ricordandoci che la festa di Pasqua è per i Catecumeni il giorno della nuova nascita, riandremo col pensiero a quei primi secoli del Cristianesimo, quando la Quaresima era l'ultima preparazione dei candidati al Battesimo. La sacra Liturgia ha conservata la traccia di quell'antica disciplina, di modo che, mentre ascolteremo le splendide letture dei due Testamenti, con le quali terminava l'ultima iniziazione, ringrazieremo Dio, che si degnò di farci nascere in tempi, nei quali il bambino non deve più attendere l'età dell'uomo per esperimentare le divine misericordie. Penseremo pure a quei nuovi Catecumeni che, anche ai nostri giorni, nei paesi evangelizzati dai nostri moderni apostoli, aspettano, come nei tempi antichi, la grande solennità del Salvatore che vince la morte, per discendere nella sacra piscina ed attingervi un nuovo essere.

La pubblica penitenza.

Finalmente durante la Quaresima dobbiamo richiamare alla memoria quei pubblici Penitenti che, espulsi solennemente dall'assemblea dei fedeli il Mercoledì delle Ceneri, formavano in tutto il corso della santa Quarantena un oggetto di materna preoccupazione per la Chiesa, che doveva ammetterli, se lo meritavano, alla riconciliazione, il Giovedì Santo. Una serie ammirabile di letture destinata alla loro istruzione e ad interessare i fedeli a loro favore, scorrerà sotto i nostri occhi; poiché la Liturgia non ha perduto niente di quelle solide tradizioni. Ci ricorderemo allora con quale facilità sono state a noi perdonate le iniquità, che forse nei secoli passati non ci sarebbero state rimesse, se non dopo dure e solenni espiazioni; e, pensando alla giustizia del Signore, che non muta mai, qualunque siano i cambiamenti che l'accondiscendenza della Chiesa introdusse nella sacra disciplina, ci sentiremo tanto più portati ad offrire a Dio il sacrificio d'un cuore veramente contrito e ad animare con un sincero spirito di penitenza le piccole soddisfazioni che presenteremo alla sua divina Maestà.

Riti e Usanze liturgiche.

Per conservare al sacro tempo della Quaresima il carattere di austerità che gli conviene la Chiesa, per moltissimi secoli, si mostrò molto riservata nell'ammettere feste in questo periodo dell'anno, perché esse recano sempre con sé dei motivi di gioia. Nel IV secolo, il Concilio di Laodicea già mostrava tale disposizione nel suo 51.o Canone, là dove permetteva di celebrare la festa dei santi solo i sabati e le domeniche. La Chiesa greca si mantiene in questo rigore, e solo parecchi secoli dopo il Concilio di Laodicea permise, per il 25 marzo, la festa dell'Annunciazione.

La Chiesa Romana conservò per lungo tempo questa disciplina, almeno all'inizio; però ammise molto presto la festa dell'Annunciazione, ed in seguito quella dell'Apostolo san Mattia, il 24 febbraio e in questi ultimi secoli aprì il suo calendario a diverse altre feste nella parte corrispondente alla Quaresima, ma sempre però con limitata misura, per rispettare lo spirito dell'antichità.

La ragione per cui la Chiesa Romana ammise più facilmente le feste dei Santi nella Quaresima è che gli Occidentali non ritengono la celebrazione delle feste incompatibile col digiuno; mentre i Greci sono persuasi del contrario, tanto che il sabato, considerato sempre dagli Orientali un giorno solenne, non è mai per loro, giorno di digiuno, a meno che sia Sabato Santo. Per lo stesso motivo essi non digiunano il giorno dell'Annunciazione, per riguardo alla solennità di tale festa.

Questo modo di pensare degli Orientali diede origine, verso il VII secolo, ad un'istituzione ch'è loro particolare, chiamata da essi la Messa dei Presantificati, cioè delle cose consacrate in un sacrificio precedente. Ogni domenica di Quaresima il celebrante consacra sei ostie, di cui una la consuma nel Sacrificio, le altre cinque sono riservate per una semplice comunione da farsi in ciascuno dei cinque giorni seguenti, senza Sacrificio. La Chiesa latina pratica questo rito una sola volta l'anno, il Venerdì Santo, e per una ragione profonda che spiegheremo a suo tempo.

Il principio di tale usanza presso i Greci è scaturito evidentemente dal 49.o Canone del Concilio di Laodicea, che prescrive di non offrire il pane del sacrificio in Quaresima, se non il sabato e la domenica. Nei secoli seguenti i Greci conclusero da questo canone che la celebrazione del Sacrificio non si poteva conciliare col digiuno; e da una loro controversia avuta nell'XI secolo col legato Umberto (Contro Niceta, t. iv), sappiamo, che la Messa dei Presantificati, che ha in suo favore un canone del famosissimo concilio chiamato in Trullo, tenuto nel 692, era giustificata dai Greci da ciò che in quel Canone si affermava e cioè che la comunione del corpo e del sangue del Signore rompeva il digiuno quaresimale.

I Greci celebrano detta cerimonia la sera, dopo l'Ufficio dei Vespri; in essa il solo celebrante si comunica, come da noi il Venerdì Santo. Però da molti secoli, fanno eccezione per il giorno dell'Annunciazione, nella quale solennità, siccome è sospeso il digiuno, celebrano il Sacrificio e i fedeli si comunicano. La norma del Concilio di Laodicea pare non sia stata mai accolta dalla Chiesa d'Occidente, e non troviamo, a Roma, nessuna traccia della sospensione del sacrificio in Quaresima.

La mancanza di spazio ci obbliga a non accennare che leggermente a tutti i dettagli di questo capitolo. Se non che ci resta ancora da dire qualche cose circa le consuetudini della Quaresima in Occidente. Già ne abbiamo fatte conoscere e spiegate parecchie del Tempo della Settuagesima. La sospensione dell'Alleluia, l'uso del colore violaceo nei paramenti sacri, la soppressione della dalmatica del diacono e della tunica del suddiacono; i due inni gioiosi Gloria in excelsis e Te Deum laudamus, entrambi proibiti; il Tratto, che supplisce nella Messa il versetto alleluiatico; l'Ite, missa est, sostituito da un'altra formula; l'Oremus della penitenza che si recita sul popolo a fine Messa, nei giorni della settimana in cui non si celebra la festa d'un Santo; i Vespri sempre anticipati prima di mezzogiorno, eccetto le Domeniche: sono diversi riti già noti ai nostri lettori. Quanto alle cerimonie attualmente in uso, rimangono da notare le preghiere che si fanno in ginocchio alla fine d'ogni Ora dell'Ufficio, nei giorni feriali, ed anche la consuetudine in virtù della quale nei medesimi giorni, tutto il Coro rimane genuflesso durante l'intero Canone della Messa.

Ma le nostre Chiese d'Occidente praticavano ancora in Quaresima altri riti, che da parecchi secoli sono caduti in disuso, sebbene alcuni di essi si siano conservati, in talune località, fino ai nostri giorni. Il più importante di tutti era quello di stendere un gran velo, ordinariamente di colore violaceo, chiamato cortina, fra il coro e l'altare, così che né il clero né il popolo potevano più vedere i santi Misteri che vi si celebravano dietro. Il velo simboleggiava il dolore della penitenza, al quale si deve sottoporre il peccatore, per meritare di contemplare di nuovo la maestà di Dio, il cui sguardo fu oltraggiato dalle sue iniquità [1]. Esso significava anche le umiliazioni di Cristo, che furono scandalo alla superbia della Sinagoga, ma poi scomparvero tutto ad un tratto, come un velo che in un attimo si toglie, per dar luogo agli splendori della Risurrezione (Onorio d'Autun, Gemma animae, l. iii, c. lxvi). La medesima usanza, fra gli altri luoghi. è rimasta anche nella Chiesa metropolitana di Parigi.

In molte Chiese c'era anche la consuetudine di velare la croce e le immagini dei santi fin dall'inizio della Quaresima, per ispirare una più viva compunzione ai fedeli, i quali si vedevano così privati della consolazione di posare lo sguardo sopra gli oggetti cari alla loro pietà. Però questa pratica, che s'è pure conservata in alcuni luoghi (come nel Rito Ambrosiano) è meno giustificata di quella della Chiesa Romana, la quale copre i crocifissi e le immagini solo nel tempo di Passione, come a suo luogo spiegheremo.

Apprendiamo dagli antichi cerimoniali del Medio Evo, che si solevano fare durante la Quaresima numerose processioni da una chiesa all'altra, particolarmente i mercoledì e i venerdì; nei monasteri queste processioni si facevano attraverso i chiostri, ed a piedi nudi (Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, t. iii, c. xviii). Erano un'imitazione delle Stazioni di Roma, che in Quaresima sono giornaliere, e che, per molti secoli, cominciavano con una processione solenne alla chiesa stazionale.

Finalmente, la Chiesa ha sempre moltiplicato le sue preghiere durante la Quaresima. Fino a questi ultimi tempi la disciplina voleva che nelle chiese cattedrali e collegiali, purché non esenti da una consuetudine contraria, si doveva aggiungere alle Ore Canoniche: il lunedì l'Ufficio dei Morti, il mercoledì i salmi Graduali, e il venerdì i Salmi Penitenziali. Nelle Chiese di Francia, nel Medio Evo, si doveva aggiungere un Salterio intero, ogni settimana, all'Ufficio ordinario (Martène, ivi, t. iii, c. xviii).

[1] "Sappiamo dall'antica disciplina della Chiesa, che i pubblici penitenti erano sottoposti, durante la santa Quarantena, ad un regime speciale di penitenza, che cominciava in Quaresima con l'imposizione delle ceneri e l'espulsione dalla chiesa, e terminava il Giovedì Santo con la pubblica riconciliazione. Ora a mano a mano che lo stretto regime della penitenza pubblica andò scemando, l'idea della pubblica penitenza si estese alla generalità dei fedeli. Così noi vediamo il clero e i fedeli chiedere ben presto spontaneamente l'imposizione delle ceneri e, con ciò stesso, riconoscersi, in qualche maniera, pubblici penitenti: è come se l'intera comunità dei fedeli passasse la Quaresima nella pubblica penitenza.

Ma, benché considerati come peccatori e penitenti, non potevano evidentemente tutti i fedeli esser cacciati fuori dalla chiesa; si doveva, allora, assolutamente rinunciare a ricordar loro alcune grandi verità che la Liturgia inculcava ai pubblici penitenti? I peccatori meritavano d'essere esclusi dalla chiesa, come Adamo era stato cacciato dal paradiso a causa della sua colpa: senza penitenza non era possibile raggiungere il regno del cielo e la visione di Dio. Quindi, non ha forse cercato la Liturgia di ribadire questa verità in una maniera sensibile, nascondendo alla loro vista l'altare, il santuario, l'immagine di Dio e quella dei Santi uniti a lui nella gloria celeste?" (C. Callewaert, Sacris erudiri, p. 699).

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 490-496


venerdì 16 febbraio 2024

Omelia di mons.Carlo Maria Viganò nel Mercoledì delle Sacre Ceneri, in capite Jejunii



ET NON DABO VOS ULTRA OPPROBRIUM IN GENTIBUS






Immutemur habitu, in cinere et cilicio:
jejunemus, et ploremus ante Dominum:
quia multum misericors est dimittere peccata nostra
Deus noster.

Giole 2, 13



Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris.
 

Abbiamo udito pronunciare queste parole poco fa, durante il rito dell’imposizione delle Ceneri: Ricordati, uomo, che sei polvere, e che polvere tornerai. Mentre ci apprestiamo ad entrare nel sacro tempo penitenziale della Quaresima in preparazione al tempo di Passione e alla Santissima Pasqua, è certamente salutare rammentarci da dove veniamo e cosa ci attende.

Veniamo dalla polvere, con la quale il Creatore si è degnato di plasmare il nostro corpo in cui infondere un’anima immortale, facendoci a Sua immagine e somiglianza. Destinati alla beatitudine eterna, con il peccato siamo tornati nella polvere dell’esilio. Condannati alla perdita dell’immortalità, alla polvere della zolla abbiamo mescolato il sudore della nostra fronte. Chiamati in Abramo verso la terra promessa, nella polvere abbiamo attraversato il deserto. Nella polvere predicò il Precursore, nella polvere delle rocce il Signore fu tentato da Satana. Le nostre innumerevoli colpe hanno umiliato nella polvere del Golgota il Salvatore Nostro Gesù Cristo. Nella polvere si dissolverà il nostro corpo mortale dopo la sepoltura, in attesa della resurrezione della carne alla fine dei tempi. Nella polvere si consumerà il mondo, quando l’eterno Giudice verrà judicare sæculum per ignem. Polvere sono i monumenti antichi, polvere le carte dei sapienti, polvere i tesori raccolti, polvere i tessuti preziosi.

E, per nostra consolazione, in polvere si sgretoleranno le dimore dei malvagi, in polvere saranno dispersi i loro averi, il loro denaro, i loro idoli. Come fieno presto appassiranno, cadranno come erba del prato (Sal 36, 2); poiché i malvagi saranno sterminati, ma chi spera nel Signore possederà la terra. Ancora un poco e l’empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi (ibid. 9-10). In polvere si dissolveranno i loro piani infernali, i loro progetti di dominio, le loro agende e il loro great reset. Moriranno anch’essi, mentre il loro sogno di immortalità e di aperta sfida a Cristo si schianterà dinanzi a quella pena capitale cui nessun figlio di Adamo può sottrarsi. Il sepolcro si aprirà anche per loro, e con esso il Giudizio particolare e la giusta condanna.

In questo destino di polvere che tutti inesorabilmente attende, dobbiamo portare impressa nella mente quella Croce che per qualche ora avremo segnata in fronte con la cenere, causa proferendæ humilitatis (Bened. Cinerum, 2a Oratio); perché solo la Croce è la nostra unica speranza – spes unica – nel dissolversi delle cose effimere. Stat Crux dum volvitur orbis. Ma per amare la Croce, per comprendere la sua ineluttabilità e necessità se vogliamo salvarci, occorre comprendere – nei limiti della nostra umana fragilità – quale ineffabile miracolo di Carità abbia mosso la Santissima Trinità – il sommo Iddio Uno e Trino – a decretare che il Verbo eterno del Padre dovesse incarnarSi, patire e morire per redimere l’umanità peccatrice in Adamo. Deus caritas est (I Jo 4, 8). Il miracolo della divina Carità che brucia nelle fiamme dell’amore purissimo del Figlio immolato, le colpe degli uomini e ripara la loro infinita offesa immolando Dio a Dio, sacrificando il Figlio per le colpe del servo, e giungendo a renderSi realmente presente nell’Augustissimo Sacramento dell’Altare fino alla fine dei tempi perché la creatura si nutra del Creatore, perché lo schiavo si alimenti del proprio Liberatore. Caritas ejus in nobis consummata est (ibid., 12)

La magnificenza di Dio sfolgora nell’opera creatrice del Padre, che chiama all’essere dal nulla; nell’opera redentrice del Figlio, che ripristina in Croce l’ordine divino infranto dal peccato; nell’opera santificatrice dello Spirito Santo, che riversa nelle anime gli infiniti meriti della Redenzione mediante la Grazia. E in questo splendore divino ogni creatura è creata in modo unico ed irripetibile: non vi è la venatura di una foglia che sia uguale all’altra, e nessun uomo è identico all’altro. Similmente, ogni anima si trova redenta in modo altrettanto unico, e in modo irripetibile è toccata dalla Grazia. La Santissima Trinità – proprio perché Dio onnipotente – ha un rapporto personale con ogni anima, dal momento in cui essa è pensata e voluta e amata. Il Padre non crea in serie. Il Figlio non redime masse indistinte. Il Paraclito non santifica a caso. È sempre un rapporto personale, individuale, unico per le mille vie che il Signore sceglie per accompagnarci, ammonirci, incoraggiarci, premiarci o – Dio non voglia! – punirci. Ciascuno di noi sa bene quante infedeltà dobbiamo rimproverarci, e quante volte la Misericordia di Dio ci ha risollevato de stercore e ci ha aiutato a progredire nel Suo amore.

Ma come l’azione creatrice, redentrice e santificatrice della Santissima Trinità si manifesta in modo diverso e unico per ciascuno di noi, così unico e personale è il nostro rapporto con Dio – che non esclude ovviamente la mediazione della Chiesa – nel rispondere e nel corrispondere alla volontà del Signore. Ciò significa che le buone azioni che compiamo, i sacrifici che accettiamo, le penitenze e i digiuni che facciamo, le preghiere che recitiamo salgono al cospetto della Maestà Divina con su scritto, per così dire, il nostro nome. Dirigatur, Domine, oratio mea sicut incensum in conspectu tuo; elevatio manuum mearum sacrificium vespertinum (Sal 140, 2). E quel nome noto solo all’onniscienza di Dio vi rimane anche quando quelle buone opere sono riposte nel Tesoro di Grazie insieme ai meriti infiniti di Nostro Signore e a quelli di tutti i Santi a cui attinge la Provvidenza. Questa è una grande consolazione, perché rende ciascuno di noi veramente unico nel progetto di Dio. Ma per lo stesso motivo sono individuali e uniche anche le nostre colpe, i nostri peccati: «Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?» (Mt 26, 68). Ogni nostro peccato – meditiamolo spesso, specialmente in questa Quaresima – è uno sputo al Volto di Cristo, un colpo di canna che affonda le spine della corona nel Suo Capo. Ogni nostra colpa è una verberata che lacera le Sue Carni, un colpo di flagello che le squarcia, un colpo di martello nei palmi delle Sue Mani, una ferita di lancia al Suo Costato. E quei colpi, quegli schiaffi, quegli sputi portano su scritto il nostro nome. Come portano il nostro nome le frecce acuminate con cui trapassiamo il Cuore Immacolato della Sua Santissima Madre, misticamente unita alla Passione del Figlio.

Ma se le vicende presenti e l’attacco infernale del Nemico ci vedono impegnati in una guerra logorante che troppo spesso ci distoglie dalla preghiera, dal raccoglimento e dalla penitenza, in questo sacro tempo di Quaresima noi siamo chiamati ad esercitare lo spirito – come in un allenamento dell’anima – per rafforzarlo nell’amore di Dio, nell’unione alla Sua Passione e nella fuga dal peccato.

Così, come un soldato si cimenta in quelle discipline nelle quali si troverà poi a combattere, parimenti il fedele, che è soldato di Cristo, non può affrontare con efficacia lo scontro spirituale senza prima essersi esercitato nella lotta contro il mondo, la carne e il diavolo. La preghiera posta alla fine dell’imposizione delle Ceneri usa una terminologia chiaramente militare: Concede nobis, Domine, præsidia militiæ christianæ sanctis inchoare jejuniis: ut, contra spiritales nequitias pugnaturi, continentiæ muniamur auxilio. E se nella battaglia quotidiana dobbiamo schierarci principalmente contro nemici esterni, durante la Quaresima il nostro primo nemico siamo noi stessi, ad iniziare dal nostro difetto dominante: perché le armi che ci mette a disposizione il Signore devono trovarci in grado di impugnarle, mentre troppo spesso crediamo di poter scendere nel campo di battaglia con le nostre sole forze.

Immutemur habitu, in cinere et cilicio. Cambiamo comportamento, mutiamo la nostra condotta nella cenere e col cilicio, ossia tenendo ben fisso il nostro destino eterno, e con esso la caducità delle cose di questo mondo. Cambiamo la prospettiva dalla quale osserviamo gli eventi, considerando che tutte le nostre azioni, buone e cattive, non rimangono senza nome, né senza ricompensa o punizione. Non possiamo prendere a pretesto della nostra indolenza la società, la Gerarchia, i governanti, gli eversori del Nuovo Ordine Mondiale, i traditori, i malvagi, i tiepidi cercando di giustificare la nostra condotta o di sottrarci alla cenere e al cilicio, ossia allo spirito di penitenza e rinuncia alle cose di questo mondo che è l’unica palestra di umiltà e santità. Non declines cor meum in verba malitiæ, ad excusandas excusationes in peccatis (Sal 140, 4). Perché il Giudizio di Dio è personale, e individuale è il merito delle nostre azioni. Le iniquità altrui siano dunque uno sprone a rimediare, riparare, espiare e non un alibi dietro al quale nasconderci. Emendemus in melius: ripariamo al male commesso nella nostra ignoranza affinché, colti all’improvviso dal giorno della morte, non cerchiamo inutilmente tempo di pentirci e non ci sia possibile trovarlo (Impositio Cinerum, Responsorium).

Guardiamo alla Vergine Santissima, prescelta dalla Santissima Trinità per essere tabernacolo vivente del Dio Incarnato: il Suo benedetto Fiat – personale e formulato nel silenzio dell’interiorità – ha reso possibile la nostra Redenzione. Sia esso ogni giorno – e specialmente in questo tempo propizio di digiuno e penitenza – il modello di obbedienza alla volontà del Signore. E così sia.



+ Carlo Maria, Arcivescovo

14 Febbraio 2024
Feria IV Cinerum

domenica 11 febbraio 2024

Le solenni “Sante Quarantore”




“Solenni Quarantore” o “Sante Quarantore”: ci viene subito in mente che si tratti di una forma di adorazione eucaristica ma ci chiediamo: “Perché 40 ore?”, “Perché dobbiamo farle?”, “Cos’è di preciso l’adorazione eucaristica e come va fatta?”

Quaranta ore, secondo il calcolo di S. Agostino, dalle tre di quel giorno che gli Ebrei chiamavano “parasceve” alle sette del mattino dell’ottavo giorno, dal momento in cui Cristo, “chinato il capo, spirò” all’annuncio della resurrezione.

Le Quarantore, una pratica che pare sia nata in Dalmazia nel 1214 e fu poi portata in Italia a inizio Cinquecento, (dovrebbe essere stata praticata a Roma in occasione del “sacco” nel 1527, come preghiera di intercessione e liberazione, e poi in concomitanza di altre calamità naturali sociali o sanitarie), lanciata dai Barnabiti e consolidata dai Gesuiti, per passare poi, in Spagna, Francia, Germania e nel resto d’Europa e poi nell’Ottocento negli Stati Uniti, allorché il Vescovo Neuman le introdusse nella diocesi di Philadelphia.
Se le Quarantore sono nate come una modalità di adorazione prolungata legata al venerdì santo, dobbiamo ricordare che i Gesuiti le proposero in forma solenne e festosa in occasione di uno spettacolo licenzioso, a cui dovevano costituire un’alternativa. E ci riuscirono pienamente. Si diffuse pertanto l’idea di celebrarle a Carnevale, tempo di trasgressione, e poi quattro volte l’anno. Divennero poi una modalità di preghiera intensa in occasione di grandi calamità naturali e ad esse fu associata l’elargizione di indulgenze. “La storia dice che, durante i giorni della solenne esposizione, le città cambiavano fisionomia: i negozi chiudevano; i lavori dei campi erano sospesi; le barriere sociali cadevano e la fede rifioriva nel cuore della gente che imparava a pregare e a meditare. L’adorazione coinvolgeva tutte le categorie di persone che, giorno e notte, si avvicendavano in preghiera, spesso in modo inventivo e spontaneo, per quaranta ore davanti a Gesù Eucaristia. Per tre giorni si stabiliva quasi una tregua Dei perché «i violenti diventavano mansueti; i ladri restituivano il maltolto; i falsari diventavano onesti; i nemici si riconciliavano; la gioventù si innamorava di Dio e i sacerdoti non si allontanavano dall’altare e dai confessionali»” (Egidio Picucci , “L’Osservatore Romano”, 2-3 maggio 2005). Una staffetta di adoratori che non lasciassero mai il Santissimo inadorato, che si alternava nelle ore diurne e notturne, era il panorama delle Quarantore prima nelle grandi città, poi nei piccoli centri.
È opportuno che riscopriamo il valore e il culto per l’Eucaristia: i padri spirituali sottolineano l’importanza dell’attenzione nel ringraziamento dopo-comunione come elemento basilare per crescere nella spiritualità eucaristica. Fare adorazione (dal latino “ad orem”, cioè ‘alla bocca’, dove si porta il dito indice in segno di richiesta di silenzio, per rispetto verso qualcosa che è più importante) è ritrovarsi come i discepoli che 2000 anni fa si radunavano attorno a Gesù e lo ascoltavano, dialogavano con lui, rileggevano la propria vita alla luce delle sue parole, si convertivano. L’adorazione eucaristica è momento di discernimento delle situazioni della propria vita davanti a Gesù sacramentato.Le Quarantore sono la rievocazione del periodo che intercorre tra la morte di Gesù e la sua risurrezione. Nella Bibbia spesso il numero 40 viene utilizzato come simbolo per indicare un periodo di prova e di isolamento. Nella prassi rituale ricorrono due modalità di celebrazioni delle Quarantore: un turno annuale ininterrotto di adorazione che si perpetua di chiesa in chiesa e una forma sporadica, solo ad alcuni momenti dell’anno, fatta spesso senza l’adorazione notturna, che è quella più diffusa e in uso ancora oggi in molte comunità parrocchiali. 
Nei secoli XVII e XVIII questa seconda forma fu introdotta nei tre giorni precedenti il mercoledì delle Ceneri come funzione riparatrice da opporre alle intemperanze del Carnevale, sostenuta e diffusa soprattutto dai Gesuiti ma già prima del 1550 l’esposizione prolungata del Santissimo Sacramento a Roma fu voluta fortemente dal buon San Filippo Neri per la Confraternita della SS. Trinità dei Pellegrini a Roma,che ne organizzò diverse, nella chiesa di San Salvatore in Campo e nella sede di alcune Confraternite quali, Santa Caterina da Siena, Orazione e buona Morte... Questa devozione fu valorizzata da Giovanni Giovenale Ancina che formulò delle istruzioni precise e compose pezzi musicali dedicati a questa celebrazione.
Eventi ancora più spettacolari,venivano offerti tra una predica, che nello Stato Pontificio non si negava mai a nessuno, una sacra rappresentazione e una Via Crucis, erano le Quarantore.

Diverse erano le forme di rappresentare l’esposizione nelle Quarantore: ad esempio i Cappuccini usavano una scenografia povera costituita da croci e corone di spine che richiamavano la Passione di Gesù mentre i gesuiti pagavano fior di baiocchi agli artisti, per queste architetture effimere, come per esempio Carlo Rainaldi, tanto che questi catafalchi, furono, in analogia con quelli delle processioni, definiti “macchine”, strumenti per provocare lo stupore del pubblico.
Anche l’Esquilino non fu esente da questa passione: il Borromini era responsabile della macchina delle Quarantore di Santa Maria Maggiore, che colpì l’immaginazione dei contemporanei con le sue false prospettive e il viaggiatore napoletano Andrea Dessì ne cita, una definita molto semplice, presso la chiesa dei Celestini a Sant’Eusebio e una a Santa Bibiana, progettata dallo scenografo del Teatro Barberini Francesco Guitti, delle quali, per lo meno per quanto ne so io, non ne sono rimaste testimonianze iconografiche.

A continuare queste tradizioni, a Roma non rimangono che la Basilica dei Santi Celso e Giuliano via del Banco di Santo Spirito, la chiesa Arciconfraternita di S. Maria dell’Orto a Trastevere che allestisce una struttura in legno intagliato e dorato, scolpita nel 1848 dal Maestro Filippo Clementi, che ospita ben 213 candele vere che vengono accese il Giovedì Santo dopo la S. Messa i “Coena Domini”.E la chiesa del
la Confraternita della SS. Trinità dei Pellegrini a Roma.





sabato 10 febbraio 2024

XXII Motivi per rifiutare il messale scaturito dalla riforma Roncalliana Giovanni XXIII 1962




I) Il Messale di San Pio X è stato promulgato da un Papa Santo canonizzato che condannò il modernismo e composto con la collaborazione di sacerdoti assolutamente ortodossi, in egual modo colti e pii.

(il messale roncalliano è stato promulgato da un papa già sospettato di modernismo che aprì le porte della Chiesa a eretici massoni e scismatici servendosi della preziosissima opera di demolizione dei frà massoni F.Antonelli e Annibale Bugnini.

II) Il messale di San Pio X è basato sui principi del Cattolicesimo in materia liturgica, seguita sempre e in ogni circostanza dai papi.
Questo messale fu utilizzato,senza manomissioni, fino all'ascesa del cosidetto "Movimento Liturgico" negli anni cinquanta.

( il messale roncalliano fu basato invece sui principi del movimento liturgico condannati dai papi).

III) Il Messale di San Pio X non innova nulla ma rimane strettamente legato alla tradizione per usare le parole di papa Benedetto XIV lambertini

( Il messale roncalliano è un ponte che apre una strada ad un promettente futuro per usare le parole di Annibale Bugnini)

IV) Nel Messale di San Pio X le preghiere ai piedi dell'altare sono sempre recitate

( nel messale roncalliano sono omesse alla festa della Purificazione mercoledì delle ceneri domenica delle Palme giovedì Santo e Sabato Santo e i quattro giorni delle rogazioni

V)La Colletta nel Messale di San Pio X nei giorni di minore rango liturgico, oltre la colletta del giorno, vengono recitate le collette di Nostra Signora Di Nostra Signora di tutti i Santi contro le persecuzioni della Chiesa per il Papa o per i fedeli defunti ecc..

(nel messale roncalliano tutte le collette vengono abolite)

VI) Le commemorazioni di unna festa di un rango minore di un Santo o di una domenica sono fatte in accordo con le rubriche del messale di San Pio X.

(nel messale roncalliano vengono abolite)

VII) Nel Messale di San Pio X le letture sulle Quattro Tempora sono sempre recitate

(nel messale roncalliano l'intero blocco delle letture diventono facoltative)

VIII) Nel messale di San Pio x l'epistola viene sempre letta dal sacerdote in una messa solenne , come stabilito da San PIO V

(Nel messale roncalliano siede a lato come nella riforma montiniana)

IX) il Vangelo viene sempre letto dal celebrante in una messa solenne come specificamente stabilito da San Pio V

(nel messale roncalliano lo può ascoltare mentre un'altro lo legge)

X) Nel Messale di San Pio X la sequenza del "Dies irae" deve essere sempre cantata in una messa da morto solenne

(nel messale roncalliano diventa opzionale)

XI)Il Credo nel Messale di San Pio X è recitato in moltissime feste, d'accordo con le rubriche

(nel messale roncalliano e abolito in moltissime feste)

XII) Il Canone, nel messale di San Pio X rimane invariato come dai tempi di San Gregorio Magno.

( nel messale roncalliano viene inserito San Giuseppe in modo tale da rendere il Canone ulteriolmente plasmabile e mutalile)

XIII) Nel Messale di San Pio X il Confiteor Misereatur e Indulgentiam devono sempre essere detti prima della Santa Comunione del Popolo

( nel messale roncalliano vengono aboliti )

XIV) Nel Messale di San Pio X il benedicamus Domino è detto al posto dell'ite missa est nelle domeniche di avvento quaresima nelle vigilie e nelle messe votive

( nel messale roncalliano è abolito eccetto quando dopo la messa segue una processione)

XV) Nel Messale di San Pio X l'ultimo Vangelo deve essere recitato alla fine della messa può essere l'inizio del vangelo di San Giovanni o il propio della festa occorrente.

( nel messale Roncalliano è abolito l'ultimo vangelo propio della festa con una sola eccezione non viene letto la III Domenica di Natale Giovedì Santo Sabato Santo e alla messa da requiem)

XVI) Nel Messale roncalliano sono abolite le seguenti feste:

San Giuseppe patrono della Chiesa universale e trasformato in artigiano

circoncisione di Nostro Signore Gesù trasformata in ottava di Natale

la festa del Santo Rosario della B.V.Maria traformata in festa della madonna del Rosario

XVII) Sono degradate le seguenti feste nel messale Roncalliano

San Giorgio

B.V.Maria Del Carmine

S.Alessio

Santi Ciriaco, Largo,e smeragdo,

impressioni delle stimmate di San Francesco

S.Eustachio e compagni

Nostra Signora della Mercede

San Tommaso becket

san Silvestro e la festa dei Sette Dolori di Maria Santissima

XVIII)Sono abolite nel messale roncalliano le seguenti ottave:

Epifania


Immacolata Concezione

Le ottave dei Santi Apostoli : Mattia, Giacomo, Bartolomeo, Matteo, e per finire l'ottava di tutti i Santi.

XIX) vengono abolite nel messale roncalliano le seguenti vigilie:

Epifania,Pentecoste,Immacolata Concezione,Tutti i Santi, Mattia Apostolo bartolomeo Apostolo, Giacomo Apostolo, Matteo Apostolo.

XX) Nel Messale di San Pio X i tre toni di voci del celebrante sono;udibile, segreto udibile dai circostanti l'altare


(nel messale roncalliano Aboliti)

XXI)Nel messale di San Pio X il celebrante sia se si trova al lato dell'Epistola che a quello del Vangelo fa sempre la riverenza verso la Croce quando nomina il Santo Nome

(nel messale Roncalliano la reverenza alla croce viene Abolita)

XXII) I Riti della settimana Santa sono riportati nel Messale di San Pio X fedelmente come sono le prescrizioni di San Pio V

(Con la riforma roncalliana del messale non abbiamo più una settimana Santa  fedelmente alle prescrizioni di san Pio V ,ma bensì più fedele alla rifoma Montiniana con qualche piccolissima modifica.)





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