diA.diJ
in questo ottobre 2026, mentre l'autunno avvolge le nostre contrade, un inverno ben più gelido e minaccioso stringe in una morsa l'identità spirituale del nostro popolo. Proprio in questi giorni si consuma a Torino l'ennesimo capitolo di una resa identitaria che non trova precedenti. Sarete ormai certamente informati del progetto che prevede l'innalzamento di un imponente complesso islamico nell'area delle ex Fonderie Nebiolo, tra via Bologna e corso Novara. Un'operazione da oltre 17 milioni di euro finanziata in gran parte con fondi provenienti dall'estero – segnatamente dal Marocco – che vedrà sorgere una Grande Moschea con sala di preghiera capace di accogliere diverse migliaia di fedeli, sormontata da un minareto alto venti metri. Il tutto in una città che sconta bilanci drammatici e strade dissestate, ma che per l'espansione dell'Islam sa sempre rintracciare corsie urbanistiche preferenziali.
Di fronte a questa palese forzatura identitaria si sta verificando un legittimo moto di resistenza: comitati di cittadini, residenti del quartiere Aurora e persino il Presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, hanno espresso ferma contrarietà, definendo l'opera come un potenziale fattore di divisione sociale e un simbolo identitario internazionale fuori scala.
Eppure, in questo scenario di profonda faglia culturale, la domanda sorge spontanea e bruciante: chi manca clamorosamente all'appello nella difesa della civiltà cristiana? Chi sceglie il silenzio, o peggio, la capitolazione?
La risposta porta direttamente ai vertici della Chiesa torinese, impersonati dall'Arcivescovo, il Cardinale Roberto Repole. Colui che per mandato divino avrebbe il dovere assoluto di custodire e pascere il gregge cattolico – nonché di vigilare sulla Sacra Dottrina – ha preferito derubricare l'intera vicenda a una generica "occasione per riflettere", offrendo di fatto una scandalosa sponda teologica alla penetrazione islamica nel cuore del Piemonte.
La capitolazione della Curia: la "laicità aperta" come disarmo spirituale
Interpellato direttamente a margine della firma per la candidatura Unesco del Chilometro Quadrato della Carità, il Cardinale Repole ha esplicitato la linea di pensiero che guida l'attuale declino ecclesiale, rilasciando dichiarazioni che lasciano attoniti per la loro gravità:
«Abbiamo interpretato la laicità in un modo per certi aspetti sbagliato, come se fosse l’indifferenza strutturale al fenomeno religioso. Questa, invece, è un’occasione per riflettere sul fatto che il fenomeno religioso non è, secondo la versione tipicamente illuminista, qualcosa di individuale che non tocca la dimensione sociale dell’uomo, ma è qualcosa che tocca la nostra società».
Il porporato ha poi rincarato la dose, sostenendo che la laicità debba consistere nella capacità di integrare la dimensione religiosa come elemento strutturale dell'umano, nel rispetto delle diverse identità: «Non si tratta di non avere un’identità, si tratta di riscoprire che quanto più sono me stesso, tanto più sono strutturalmente in dialogo. E quanto più sono strutturalmente in dialogo, tanto più cresco, anche come persona o come istituzioni, nella mia identità».
Queste asserzioni non sono un'innocua analisi accademica: rappresentano un esplicito e intollerabile disarmo spirituale. Sotto la veste di una speculazione sulla laicità, l'Arcivescovo spaccia per "crescita" quella che è a tutti gli effetti una resa incondizionata, avallando l'idea che l'identità cattolica possa rafforzarsi attraverso il dialogo strutturale con una dottrina che nega radicalmente le fondamenta della Fede. È l'irenismo sincretista elevato a sistema di governo diocesano.
Il magistero dimenticato di San Giovanni Bosco
È precisamente in questo cedimento che si consuma il tradimento più doloroso dell'eredità spirituale locale. Torino non è una città qualunque: è la culla dei Santi Sociali, la terra fecondata dal sangue, dal sudore e della dottrina di cui San Giovanni Bosco ne è stato fedele interprete. Ed è proprio il Fondatore dei Salesiani a pronunciare, dalle pagine della storia, la condanna più netta contro l'odierno relativismo clericale.
Don Bosco, che l'attuale clero riduce troppo spesso a una macchietta filantropica buona solo per raccogliere consensi e gestire oratori svuotati di Dio, possedeva una visione limpida e rigorosa dei pericoli dottrinali. Nella sua celebre Storia Ecclesiastica del 1845 – testo sul quale si sono formate generazioni di giovani piemontesi – egli scriveva senza mezzi termini che l'Islam rappresenta una superstizione gravemente contraria alla Verità evangelica, fondata sulla negazione della Santissima Trinità, della Divinità di Nostro Signore e del valore salvifico della Croce.
Per il Santo di Valdocco, l'Islam non era affatto un'opportunità di confronto sociologico, ma un errore dottrinale da cui proteggere le anime. Don Bosco insegnava ai suoi ragazzi a edificare la propria vita sull'unico presupposto teologico immutabile: l'esclusività della Redenzione operata da Gesù Cristo e la necessità di appartenere alla Santa Chiesa Cattolica per conseguire la salvezza. Egli spese l'intera sua esistenza terrena per strappare la gioventù torinese all'ignoranza e all'insidia delle dottrine eterodosse. Oggi, il Cardinale Repole preferisce compiacere l'agenda dell'inclusivismo globale, di fatto rinnegando l'insegnamento del loro più grande e illustre patrono.
L'incompatibilità teologica e la falsa via del sincretismo
La scelta dinanzi alla quale si trova la diocesi di Torino è radicale e non ammette infingimenti diplomatici: o si sta con la teologia dogmatica e cristocentrica della Santa Chiesa cattolica, di cui San Giovanni Bosco è stato fedele interprete, o si sposa il relativismo del dialogo interreligioso esasperato. Non è possibile conciliare le due posizioni. Se l'Islam fosse una fede utile alla "crescita" attraverso il dialogo, allora l'intera opera missionaria, catechistica ed educativa di Don Bosco sarebbe stata un inutile esercizio di intolleranza. Ma la Verità non muta con il mutare dei secoli.
Elogiare e spianare la strada all'innalzamento di grandi complessi islamici non significa tutelare la libertà di coscienza; significa legittimare la diffusione di una dottrina teologico-politica che nega la regalità sociale di Cristo e che considera la Civiltà cristiana come un retaggio destinato a scomparire. Il silenzio complice che avvolge l'episcopato piemontese dinanzi a questa ritirata è sconcertante. Molti pastori sembrano ormai preferire il plauso dei media progressisti e la fotografia di rito accanto alle autorità islamiche piuttosto che l'ingrato ma glorioso compito di difendere l'integrità del depositum fidei.
Noi lo ribadiamo con la fermezza che nasce dalla fedeltà alla Tradizione: Torino non ha alcun bisogno di minareti volti a ridisegnare i confini della sua anima spirituale. Ha bisogno, al contrario, che le campane di Valdocco della Consolata tornino a suonare a distesa per risvegliare la fede assopita dei battezzati, ricordando a un popolo smarrito che l'unica vera pace fiorisce esclusivamente ai piedi della Croce di Cristo Re.
Facciamo un appello al popolo piemontese: L'ora della resistenza culturale
Cari amici e lettori del Piemonte, a voi ci rivolgiamo in quest'ora di profondo sconcerto. La terra che calpestate è stata consacrata dai passi di giganti della santità, da uomini che non hanno mai arretrato di un solo millimetro davanti all'errore e al compromesso. Cedere oggi all'inerzia significa rendersi complici della cancellazione della nostra memoria storica e della nostra Fede.
Non è più il tempo di delegare la difesa della nostra civiltà a pastori che hanno deposto le armi dello spirito per indossare i panni del conformismo mondano. Il silenzio della Curia deve essere coperto dal grido fermo e dignitoso del laicato fedele. Rifiutate il ricatto morale di chi vi impone il sincretismo camuffato da progresso sociale.
Fate sentire la vostra voce nei comitati, nelle piazze, nelle parrocchie, esigendo il rispetto per i simboli e la storia che hanno reso grande il Piemonte.
Tornate a Valdocco, alla Consolata, alla Sacra di San Michele, non come visitatori di musei polverosi, ma come soldati di una Fede viva.
L'insegnamento di San Giovanni Bosco non è un cimelio da archivio, ma un mandato d'azione. Custodite le vostre radici, difendete le vostre case e non permettete che la Torino dei Santi venga barattata sull'altare del relativismo globale. Se i pastori tacciono, parlino le vostre opere, la vostra fermezza e la vostra incrollabile fedeltà a Cristo Re. La storia vi guarda, la Fede vi chiama: è l'ora della resistenza culturale.

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