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LE CHIAVI SCIPPATE: Il Sinodo scardina le Chiavi di Pietro per consegnare la Sposa di Cristo al mondo



di A. di J.
Carissimi amici e lettori, 
le notizie che giungono dalle segrete stanze delle commissioni sinodali non rappresentano più una semplice deviazione pastorale o una passeggera intemperanza modernista, bensì configurano un vero e proprio colpo di Stato canonico. 
La Segreteria generale del Sinodo, attraverso la diffusione della Relazione finale della Commissione Canonistica, palesa il nefasto disegno di voler riformare il Codice di Diritto Canonico al fine di consolidare in radice nella legge le prassi abusive già capillarmente introdotte negli ultimi tempi. Ci troviamo dinanzi a una manifesta eresia giuridica che mira a scardinare i sacri canoni per sovvertire la costituzione divina della Chiesa, tentando di abbattere quel principio immutabile secondo cui la Chiesa stessa è, per volontà del suo Fondatore, una societas chemice inaequalis – una società chimicamente per sua natura disuguale, divisa divinamente in Pastori e gregge.
I novatori propongono di emendare l'ossatura stessa del diritto — toccando i canoni 145, 204, 208, 212, 228, 230, 275, 476, 483, 749, 1112, 1421 e 1425 — per conferire al laicato prerogative che lo Spirito Santo ha riservato esclusivamente al sacerdozio ministeriale. 
Si vorrebbe consentire ai laici di presiedere le sacre liturgie, esercitare in forma autoritativa il ministero della Parola, amministrare ordinariamente il Santo Battesimo, assistere ai matrimoni e distribuire la Santa Comunione,(questo già lo fanno abbondantemente) giungendo persino a creare l'inedita ed eversiva figura del "delegato vescovile" per l'esercizio di missioni pastorali e di governo. Contestualmente, si esige l'obbligatorietà e la regolarità metodica dei Consigli pastorali parrocchiali e diocesani, dei sinodi e dei concili provinciali, imponendo altresì forme di rendicontazione economica pubblica ed esterna che ridurrebbero le diocesi e le parrocchie a mere organizzazioni filantropiche secolari. 

È la riproposizione, in veste moderna, degli errori già condannati dal sommo pontefice Pio VI nella bolla Auctorem Fidei del 1794, con la quale fu fulminato il Sinodo di Pistoia per aver preteso che la potestà di governo derivasse alla gerarchia dalla comunità dei fedeli, quasi che la Chiesa fosse una repubblica democratica e non una monarchia soprannaturale.
Questa pretesa democratizzazione si estende fino a colpire il Primato della Sede Apostolica. Secondo la dottrina e il diritto finora vigenti, in conformità al canone 446, i decreti dei concili particolari non possono godere di alcuna forza vincolante né essere promulgati senza il previo esame e la formale approvazione di Roma, ossia senza la recognitio della Santa Sede. Il rapporto sinodale suggerisce invece due soluzioni apertamente ribelli: stabilire un termine perentorio di un anno entro il quale la Santa Sede debba pronunciarsi, decorso il quale il silenzio romano equivarrebbe a un assenso automatico, oppure concedere alle Chiese locali la facoltà di procedere autonomamente alla promulgazione. Tale espediente, mascherato sotto l'ipocrita formula di una "sana decentralizzazione", non è che un cancro ecclesiologico destinato a frantumare l'unità cattolica in cento chiese nazionali autonome, sul modello delle sette protestanti, ignorando il principio cardine Roma locuta, causa finita est.
Qui risiede l'insanabile errore teologico che i canonisti sinodali ostentano di ignorare per cecità o per deliberata malafede: la Chiesa non possiede, né possederà mai, l'autorità di investire il laicato di una potestà di giurisdizione o di governo che vada a interferire con il mandato divino impresso nell'Ordine Sacro. Le norme fondate sulla Rivelazione o sulla struttura sacramentale sono iuris divini, non disponibili all'arbitrio umano; nessun Pontefice, nessun Sinodo e nessuna adunanza di vescovi possiede la facoltà di mutare ciò che Cristo ha stabilito per l'eternità. Il divin Fondatore ha detto a Simone: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli» (Mt 16,18-19). Questo potere di legare e sciogliere non fu conferito alla moltitudine dei credenti, né ad assemblee paritarie, bensì unicamente al Vicario di Cristo e, in comunione con lui, al corpo episcopale. Ai soli Apostoli fu comandato: «Andate e battezzate», «Fate questo in memoria di me», «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi».
Pertanto, il cosiddetto sacerdozio comune dei fedeli, strumentalizzato dai modernisti, con il post-concilio non può essere inteso come una partecipazione democratica al governo o al culto pubblico della Chiesa. Nella memorabile enciclica Mediator Dei del 1947, il venerato pontefice Pio XII ha tracciato una linea invalicabile, chiarendo che il sacerdozio dei fedeli è puramente interiore, mistico e spirituale, volto all'offerta di sacrifici interiori. Pio XII ammoniva severamente che i laici non godono in alcun modo di un sacerdozio pubblico, né del potere sacramentale di compiere il Sacrificio dell'altare: «Il sacerdozio ministeriale differisce da quello comune non solo per grado, ma per essenza». L'eresia di Martin Lutero — il quale proclamò un sacerdozio universale che negava l'esistenza del sacerdozio sacramentale e l'autorità del clero ordinato — rappresenta una totale perversione del disegno divino. Il fedele laico, privo del carattere indelebile impresso dall'ordinazione, non possiede la potestas docendi in senso autoritativo né la facoltà di compiere atti cultuali in persona Christi Capitis.
Il fulcro dell'assalto sinodale si concentra sull'abbattimento del Canone 129 §1, la vera diga dogmatica che difende la struttura gerarchica della Chiesa. Il canone recita testualmente: «Alla potestà di governo, che nella Chiesa è per istituzione divina e viene detta anche potestà di giurisdizione, sono abili, a norma delle disposizioni del diritto, coloro che hanno ricevuto l'ordine sacro». I modernisti intendono alterare questa norma millenaria inserendo la possibilità che anche i non ordinati esercitino la potestas iurisdictionis. Questa è un'autentica eversione: la giurisdizione nella Chiesa è indissolubilmente legata all'Ordine sacro per diritto divino. Separare la potestà di governo dal carattere sacramentale significa secolarizzare l'autorità ecclesiastica, trasformandola in una funzione puramente amministrativa o burocratica. Ai laici, come stabilisce il paragrafo successivo dello stesso canone, è concessa unicamente una pia cooperazione (cooperari possunt), la quale rimane intrinsecamente subordinata, consultiva e mai deliberativa o originaria.
A questa eversione giurisdizionale si salda strettamente lo smantellamento del Canone 230, il baluardo che regola i ministeri liturgici. Nella formulazione finora difesa per arginare la marea secolarizzatrice, il canone circoscrive rigorosamente l'azione dei laici alla supplenza eccezionale, stabilendo al paragrafo 3 che essi possono esercitare il ministero della Parola, presiedere alle preghiere liturgiche e amministrare il battesimo solo «ove lo richieda la necessità della Chiesa, in mancanza dei ministri» (ubi ministeriorum inopia exstet). La cabala sinodale punta a riscrivere radicalmente questo canone per trasformare la supplenza straordinaria in un diritto ordinario e nativo del laicato. Vogliono far decadere il presupposto assoluto della reale mancanza del clero ordinato, spalancando così le porte del presbiterio a ministeri laicali istituzionali e permanenti di presidenza liturgica. Modificare il Canone 230 in tal senso significa istituzionalizzare l'abuso, espellendo formalmente la figura del sacerdote dal centro della vita sacramentale per sostituirla con un funzionariato assembleare privo del carattere sacro.
Il vero obiettivo di questa manovra è lo scippo delle chiavi petrine per consegnare la sposa di Cristo nelle mani delle oligarchie progressiste e dei comitati d'affari. Imporre la gestione economica "trasparente ed esterna" e rendere deliberativi i consigli pastorali significa declassare il parroco da pastore d'anime a mero presidente di un consiglio di amministrazione, esautorando i Vescovi per compiacere lo spirito del secolo. Si assiste alla prassi tipica di ogni rivoluzione: prima si tollera e si incoraggia l'abuso liturgico e disciplinare nella base (in odium fidei), e successivamente si adegua la legge per legittimare il disordine compiuto.
Davanti a questo imminente pericolo, la carità verso la verità ci impone di proclamare con fermezza che un simile Codice così riformato sarebbe intrinsecamente nullo, invalido e privo di ogni forza obbligante per la coscienza cattolica: ipso facto nullum et irritum. 
Qualsiasi canone che pretenda di elevare il laico a ministro ordinario del culto o a detentore di giurisdizione ecclesiastica sarà considerata carta straccia. Un laico che presume di presiedere una liturgia non compie un atto sacro, ma una parodia sacrilega; un decreto conciliare distribuito o promulgato senza il formale e libero assenso della Sede Apostolica costituisce un atto scismatico. La Chiesa non ha l'autorità di suicidarsi né di alienare i diritti divini di Pietro in favore delle mode del mondo. Se questa riforma trovasse disgraziatamente compimento, essa non esprimerebbe il Magistero della Chiesa Cattolica, ma il manifesto di una nuova e aliena religione sinodale alla quale noi, per grazia di Dio e fedeltà alla Tradizione immutabile, non presteremo alcuna obbedienza: Non possumus!



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