Nel secondo concistoro di Leone si parlerà di tutto tranne del tema relativo alla liturgia e al Vetus Ordo
di A.diJ.
Carissimi amici e lettori,
cerchiamo di essere realisti e restiamo ben saldi con i piedi per terra. La diffusione della lettera del cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio Cardinalizio, ai porporati, ha chiarito che la questione liturgica non farà parte del prossimo concistoro convocato da Leone XIV per i giorni 26, 27 e 28 giugno. L’agenda definitiva sarà incentrata sulla situazione internazionale, l’enciclica Magnifica humanitas e il processo sinodale, escludendo di proposito il tema relativo alla liturgia e al Vetus Ordo.
Era scontato, ma ciò dovrebbe aprire gli occhi a chi ancora si ostina a credere che Leone XIV sia il Papa della restaurazione. Egli non intende restaurare un bel niente.
Cari “conservatori” devoti, se pensate che con qualche “ritocchino” in senso tradizionale si possa rimediare a questo avvelenamento delle anime che viene servito da sessant’anni, ebbene siete in errore.
Leone è un convinto sostenitore del Concilio Vaticano II. Tale si è definito sin dal secondo giorno del suo pontificato. Lo considera la stella polare della Chiesa.
Già dall’inizio dell’anno in corso, Papa Leone XIV ha cominciato a dedicare le udienze del mercoledì al Concilio ecumenico Vaticano II, conclusosi oltre sessant’anni fa, l'8 Dicembre nel 1965.
Ha dedicato ampie riflessioni a costituzioni dogmatiche fondamentali come la Dei Verbum e la Sacrosanctum Concilium, per valorizzare il dialogo con il mondo contemporaneo.
Fin dall'inizio del suo pontificato, ha indicato le linee guide sulla collegialità, l'ecumenismo e il primato della Parola come priorità assolute nel solco tracciato dai suoi predecessori.
Per Leone XIV bisogna che tutti noi «Camminiamo sulla via del Concilio ». E qui casca l'asino.
Il Concilio Vaticano II ha demolito la liturgia: ha deliberatamente abolito la Santa Messa di sempre, definita dal Concilio di Trento come culto perfetto e supremo reso a Dio poiché attualizza e rende presente il Sacrificio di Gesù Cristo sulla Croce.
L’eccellenza della Messa tridentina deriva da due elementi fondamentali. Per primo la sua natura sacrificale. La Messa non è un semplice ricordo, ma la ripresentazione reale del Sacrificio di Cristo per la salvezza dell'umanità.
Inoltre vi é la presenza reale nell'Eucaristia. Cristo è realmente presente nelle specie del pane e del vino. D’altra parte, ciò che accade nella celebrazione della Santa Messa è ciò che Cristo continua a realizzare attraverso i sacerdoti sugli altari: il suo grande atto immolativo e salvifico.
Il nuovo culto inaugurato da Paolo VI lo ha rimpiazzato con un rito diverso: una nuova celebrazione nelle lingue parlate, che permettono più con-celebrazioni, meno celebrazioni . Con questa riforma, dopo il Concilio, non solo sono stati girati gli altari "coram populo" verso i fedeli e non più verso il santo tabernacolo "coram Deo" , ma si è imposta una nuova Messa, in una nuova Chiesa, con un nuovo credo.
Infatti Il Concilio ha impegnato la Chiesa cattolica in quel dialogo ecumenico precedentemente condannato da papa Pio XI nel 1928 con l'enciclica Mortalium Animos, che condannava l'irenismo che metteva sullo stesso piano la verità cattolica e gli errori delle altre confessioni.
L'unico ecumenismo concepibile per la Santa Chiesa cattolica è il ritorno delle altre confessioni scismatiche ed eretiche alla vera ed unica Chiesa voluta da nostro Signore. Papa Pio XI sosteneva che l'ecumenismo retto sta nel preservare l’integrità della dottrina cattolica, aspettando che le altre confessioni cristiane, scismatiche ed eretiche, tornino all'unità originaria. E questo implica “restare fermi e ben ancorati alla riva giusta.
Inoltre il Concilio ha imposto il principio liberale della libertà religiosa che pospone la Verità trascendente alla libertà individuale. Anteponendo quindi l’individuo a Dio.
Carissimi amici, quello che nessun modernista “conservatore” vi dice è questo: se il Concilio Vaticano II senza la successiva radicale riforma liturgica della Messa, avesse conservato la liturgia nella forma tridentina, si sarebbe creata una dissonanza dottrinale.
I documenti conciliari spingono infatti verso l'apertura al mondo: all'ecumenismo, alla sinodalità ,alla collegialità, al liberalismo, persino
alle religioni non cristiane, che mal si sposano con il rito tridentino che è profondamente incentrato sul sacrificio eucaristico e sulla sacralità
del mistero divino.
La Messa tradizionale in latino – codificata da Papa Pio V dopo il Concilio di Trento – pone al centro dell'attenzione l'azione di Dio piuttosto che l’assemblea, cioè gli uomini, esprimendo la sua teologia attraverso specifici elementi cardine. Al contrario la nuova liturgia post-Concilio mette al centro l’assemblea, quindi gli uomini.
Mantenere la Messa di sempre in latino e la ritualità pre-conciliare senza alcuna transizione avrebbe avuto una conseguenza storica e teologica specifica. Cioè la sopravvivenza della Fede come mistero sacro; l'immutabilità del rito avrebbe preservato un forte senso del sacro, del silenzio e dell'adorazione, tutelando la dottrina sul sacrificio eucaristico da successive derive interpretative.
Per quale ragione quindi il Concilio Vaticano II ha obbligato a una riforma liturgica, quando già Giovanni XXIII ne aveva appena fatta una nel 1962?
Ho fatto personalmente a un cardinale di Santa romana Chiesa questa domanda, mentre sorseggiava un calice di buon vino.(Il proverbio non sbaglia mai: "In vino veritas"). Così mi ha riposto: Se questa riforma non fosse stata fatta avrebbe generato una grave frattura teologica: la nuova ecclesiologia conciliare (aperta al dialogo e al ruolo dei laici) avrebbe cozzato con una liturgia centrata solo sul clero, causando probabilmente uno scisma interno anticipato o una profonda paralisi istituzionale.
La liturgia è considerata l'espressione della fede (lex orandi, lex credendi). Mantenere intatta la Messa tradizionale – ha continuato il cardinale- avrebbe reso quasi impossibile per i fedeli comprendere e applicare i documenti conciliari sul dialogo ecumenico, la collegialità episcopale e la rivalutazione del ruolo dei laici.
Sono stati quindi i cambiamenti dottrinali (libertà religiosa, ecumenismo, dialogo con l’ebraismo e le altre confessioni non cristiane, come dichiarato nei documenti del Concilio) a spingere consequenzialmente verso una nuova Messa più antropocentrica.
Se la dottrina con il Vaticano II è passata dal teocentrismo e il cristocentrismo all’antropocentrismo liberale, così anche la Messa tridentina, teocentrica e cristocentrica, doveva lasciare il passo a un
culto maggiormente antropocentrico.
La liturgia è considerata l'espressione della fede (lex orandi, lex credendi). Mantenere intatta la Messa tradizionale – ha continuato il cardinale- avrebbe reso quasi impossibile per i fedeli comprendere e applicare i documenti conciliari sul dialogo ecumenico, la collegialità episcopale e la rivalutazione del ruolo dei laici.
Sono stati quindi i cambiamenti dottrinali (libertà religiosa, ecumenismo, dialogo con l’ebraismo e le altre confessioni non cristiane, come dichiarato nei documenti del Concilio) a spingere consequenzialmente verso una nuova Messa più antropocentrica.
Se la dottrina con il Vaticano II è passata dal teocentrismo e il cristocentrismo all’antropocentrismo liberale, così anche la Messa tridentina, teocentrica e cristocentrica, doveva lasciare il passo a un
culto maggiormente antropocentrico.
Commenti
Posta un commento