Carissimi e lettori,
come Stilum Curiae anch'io ho ricevuto da un carissimo amico dalla bella terra di Toscana, che per varie ragioni e per sua espressa richiesta, e per tutelarlo non riveleremo la sua identità. Le sue considerazioni dopo tutti i pettegolezzi sui Mass media a proposito delle consacrazioni episcopali della FSSPX, Queste riflessioni sulla vicenda Vaticano-FSSPX, le portiamo alla vostra attenzione. Buona lettura e condivisione.
A.diJ
Nessuna pretesa di originalità e completezza, solamente alcune riflessioni che,
sparse, si possono ritrovare nell’informazione indipendente, quella reperibile su internet. Tutto il mondo ne ha parlato, i mass media, che generalmente non danno ampio spazio alle vicende interne alla Chiesa cattolica, hanno dato molto rilievo alle ordinazioni episcopali avvenute – nonostante la proibizione di Leone XIV – ad Econe (Svizzera) il 1° luglio 2026, un evento che è stato presentato con largo anticipo e che successivamente è stato lungamente commentato da giornalisti ed esperti vari. E così nelle conversazioni fra la gente, e così sul mondo dei social, e così negli organi di informazione che pretendono di fornire contenuti
approfonditi… abbiamo sentito di tutto, e purtroppo abbiamo sentito anche tanta incompetenza e tanta faziosità. Quei pochi che volevano, tramite internet potevano sentire la voce e le ragioni dei protagonisti, i cosiddetti lefebvriani, dal
nome di Marcel Lefebvre (1905-91), vescovo francese e fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Proviamo allora a dare qualche informazione corretta e a fare qualche riflessione non troppo disonesta. Per capire il presente, quello che hanno deciso e fatto i cosiddetti lefebvriani, bisogna conoscere almeno qualcosa del passato, in tutti i suoi aspetti: storia della Chiesa, filosofia, teologia. Altrimenti uno dei rischi che si corre è quello di
confondere la Causa con l’Effetto: tutto quello che ha fatto Monsignor Lefebvre, è stata una reazione ai grandi cambiamenti della Chiesa e nella Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II (1962-65). Non esiste una novità o una dottrina lefebvriana, Lefebvre ha continuato a fare quello che avevano a lui insegnato
prima del Concilio e che lui stesso aveva continuato a fare, ricevendo elogi, almeno prima del Concilio. Le scelte di Lefebvre non si possono comprendere al di fuori della teologia preconciliare, che ha come agito attraverso di lui, e
attraverso di lui è entrata in conflitto con le nuove teologie che hanno preso il sopravvento dal Concilio in poi. I problemi disciplinari che Lefebvre e i suoisuccessori hanno avuto con Roma sono la conseguenza della mancanza di intesa a livello teologico. Bisogna quindi partire dalla valutazione teologica del Concilio Vaticano II e del Magistero e della Pastorale dei Papi che hanno guidato la Chiesa dagli Anni Sessanta ad oggi.
I lefebvriani danno un giudizio negativo sul Concilio e incolpano la Gerarchia cattolica, Papi inclusi, di aver provocato la più grave crisi di tutta la storia della Chiesa, di aver deviato dal Magistero e dalla Pastorale che erano rimasti costanti, in sostanziale continuità, nei secoli precedenti. Secondo l’accusa il
Concilio sarebbe di impostazione antropocentrica, solamente pastorale (e non dogmatica, come sarebbe stato opportuno), aperta al mondo e decisa a non condannare gli errori, perché ai nostri giorni, secondo i Padri conciliari, per convertire gli uomini, sarebbe sufficiente proporre la Verità Sul banco degli imputati c’è la modernità filosofica – cioè il soggettivismo e il principio di immanenza – che è penetrata all’interno della Chiesa per mezzo del modernismo, una corrente filosofica e teologica che si basa sui seguenti pilastri: agnosticismo e immanenza, evoluzione dei Dogmi, separazione fra Cristo Storico e Cristo della Fede. Dalla fine dell’Ottocento sempre più uomini di Chiesa, più o meno apertamente, hanno insegnato e diffuso il modernismo. Il
Papa San Pio X ha spiegato e condannato il modernismo, ha smascherato le strategie dei modernisti, che non vogliono uscire dalla Chiesa, bensì cambiarla dall’interno, scalando la gerarchia. Non a caso la Fraternità fondata da Lefebvre porta il nome di Pio X e sostiene che ecclesiastici più o meno contaminati dal
modernismo sono arrivati al potere nella Chiesa a partire dal Papa Giovanni XXIII; sostiene che teologi più o meno modernisti hanno scritto i documenti del Concilio in modo ambiguo, in modo da poterli interpretare in senso cattolico come anche in senso modernista; sostiene che il Magistero ordinario dopo il Concilio, gradualmente, ha fatto prevalere le interpretazioni moderniste;
sostiene che ne è scaturita una crisi senza precedenti, a tutti livelli, dottrinale, liturgico, morale, una crisi che si è estesa fuori della Chiesa, favorendo la secolarizzazione della società. La Santa Sede nega che il Concilio sia stato una rivoluzione e nega che la Chiesa si trovi in una crisi senza precedenti. La Fraternità insiste che, per uscire dalla crisi, la gerarchia deve correggere gli errori
che hanno alterato la Dottrina dal Concilio in poi; nel frattempo, per rispondere ai tanti fedeli che richiedono la Dottrina di sempre, la Morale di sempre, la Spiritualità di sempre, la Fraternità ritiene di dover continuare il suo apostolato, anche senza il consenso di Roma. Qui si inserisce il dibattito sull’obbedienza. Senza entrare nei particolari, si ricorda che c’è una dottrina tradizionale,
codificata pure nel Codice di Diritto Canonico, che giustifica la disobbedienza in caso di necessità. In questi casi, propriamente parlando, non si ha neppure disobbedienza: l’eccezione è giustificata dal fatto che la legge universale non contempla il caso particolare, oppure c’è un ordine impartito dal superiore, tale
che, se eseguito, ostacolerebbe il fine ultimo, che deve essere sempre la salvezza delle anime. I lefebvriani sostengono che la situazione della Chiesa, ormai da decenni, è quella dello stato di necessità, per cui si può disobbedire, senza fare peccato, all’Autorità che, oggettivamente, comanda di agire in modo
da ostacolare la salvezza delle anime. Roma risponde che non c’è crisi estrema, non c’è stato di necessità e che l’obbedienza è dovuta. Le posizioni sono inconciliabili.
Concentrarsi sulla disobbedienza ad un ordine è fuorviante, perché tutte le leggi della Chiesa, come insegna il Diritto Canonico, hanno come unico fine ultimo la
salvezza delle anime. Se si scollegano le leggi dal fine ultimo, si cade nel legalismo, nel fariseismo, che si attacca alla lettera della legge, ma non ne capisce e neppure rispetta lo spirito. Il nocciolo della disputa è sostanziale, teologico e non legale-giuridico: esiste uno stato di necessità di cui è colpevole la Gerarchia? A seconda di come si risponde a questa domanda, si hanno poi delle logiche conseguenze dal punto di vista giuridico e pratico.
A chi spetta rispondere a questa domanda? Quali sono i criteri da adottare per arrivare ad una veritiera risposta? Dal punto di vista lefebvriano, utilizzando come criterio interpretativo il Magistero preconciliare, lo stato di necessità è evidente, è sufficiente informarsi su quello che accade nel mondo e nella Chiesa; e che Roma neghi tutto è comprensibile, umanamente parlando, perché
la Gerarchia è responsabile e non vuole ammettere le sue colpe. Roma, da parte sua, nega tutto e rivendica l’esclusiva per il giudizio sullo stato di necessità: spetta solamente all’Autorità decidere se esista o no una crisi eccezionale.
In questo quadro sono maturate le sanzioni contro il vescovo Lefebvre: sospensione a divinis nel 1976, scomunica nel 1988 per le prime quattro ordinazioni episcopali senza il mandato del Papa. La situazione del 1988, con alcune differenze, si è ripetuta il primo luglio 2026, quando i successori di Lefebvre hanno ordinato quattro vescovi contro l’esplicito divieto del Papa (dei
quattro vescovi del 1988 ne sono rimasti in vita la metà e non riescono più a soddisfare le richieste dei fedeli sparsi un po’ ovunque nel mondo). I lefebvriani invocano lo stato di necessità, da un lato, e dall’altro lato ripetono di non avere intenzioni scismatiche e di riconoscere Leone XIV come legittimo Papa, al quale si professano obbedienti entro i limiti dell’obbedienza dovuta. Roma ha risposto con la scomunica imputando due reati: la consacrazione senza il mandato pontificio e la volontà di scisma. La nascita della Fraternità e le consacrazioni
episcopali (1988 e 2026) vengono presentate, dai lefebvriani, come atti necessari per rispondere alle richieste di tanti fedeli, che si sono rivolti, prima a Lefebvre e poi ai successori, per avere un’istruzione religiosa come era prima del Concilio, per ricevere la S. Messa e i sacramenti come erano prima del Concilio, per formare sacerdoti secondo i metodi anteriori al Concilio. La
salvezza delle anime è il fine ultimo e questo giustifica anche le disobbedienze a Roma, nella misura in cui Roma impedisce la continuazione di questo apostolato. Grazie ad internet, ai siti, ai blog, a Youtube, ai social i lefebvriani hanno modo di far sentire la loro voce ed è un fatto che raccolgano larghe simpatie, al di là dei fedeli che abitualmente frequentano i loro apostolati. E
questa è un’enorme differenza rispetto al 1988, quando non esisteva internet e c’era solamente l’informazione mainstream (tv, radio, carta stampata), tutta schierata contro.
Alla narrazione lefebvriana Roma risponde che i problemi della Chiesa devono essere risolti all’interno della Chiesa, rimanendo nella piena obbedienza al Papa, che è il fondamento dell’Unità. La replica lefebvriana è che l’Unità si fa a partire dalla Fede, la prima Unità deve essere quella dottrinale, senza di questa l’Unità è solamente apparente; inoltre anche il Papa è subordinato alla Fede, Pietro è sì il fondamento della Chiesa, ma c’è un fondamento più profondo, divino, ed è la Fede, e Pietro ha il dovere di aderirvi. Se Pietro non rimane fisso su questo fondamento, e questo può accadere perché il Papa non gode di una assistenza continua che lo renda in ogni momento infallibile della Fede, allora Pietro non ha il diritto all’obbedienza. Roma in sostanza pretende un’obbedienza assoluta, praticamente cieca, al Papa, mentre i lefebvriani rispondono che l’obbedienza all’autorità umana è regolata e condizionata, perché l’obbedienza assoluta può e deve esserci solo nei confronti di Dio. La resistenza al Pietro
regnante è fatta in nome dei Pietri suoi predecessori, la riunione e la sottomissione, cum Petro et sub Petro, rimane, si sposta dal pontefice regnante (colpevole di essersi allontanato dalla continuità nell’insegnamento) ai suoi predecessori, che sono rimasti nella continuità. E questa resistenza si estende
anche al governo della Chiesa, nella misura in cui Pietro ostacola il
mantenimento della sana Dottrina e della Liturgia di sempre; esempi di cattivo governo sono le nomine di vescovi tutti aggiornati e lontani dalla Dottrina costante, come anche l’impedire la consacrazione di vescovi fedeli alla sana Dottrina. Il Pontefice non è, e non deve essere, un idolo, è l’amministratore e non
il padrone della Chiesa, la sua Autorità è in funzione del Bene Comune, se non agisce secondo il compito che gli ha affidato il Padrone, la salvezza delle anime, allora perde il diritto all’obbedienza.
Tenendo presente questo quadro, si capisce che l’offerta avanzata da Roma, di congelare le ordinazioni del 1° luglio in cambio dell’apertura di un percorso di dialogo dottrinale, sia stato un espediente per fermare a tempo indeterminato le ordinazioni. Dialoghi lunghi fra Roma ed Econe ci sono già stati negli anni scorsi (specialmente sotto Benedetto XVI) e non hanno prodotto alcun risultato, le posizioni di partenza sono rimaste inalterate.
Inoltre si deve rilevare che l’offerta vaticana di riaprire il dialogo è arrivata dopo mesi di silenzio (cioè assenza di dialogo), come è stato rivelato, il superiore dei lefebvriani aveva scritto al papa nell’agosto del 2025, domandando udienza; in assenza di risposta il suddetto superiore aveva annunciato pubblicamente, il 2
febbraio di quest’anno, l’intenzione di procedere con le ordinazioni episcopali.
Leone ha continuato a non rispondere, ha risposto invece il cardinale Fernandez, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede; l’incontro che ne è seguito non ha cambiato le posizioni. Leone si è mosso solamente due giorni prima delle ordinazioni, con una lettera, così in ritardo che è sembrato piuttosto un modo per scaricare la colpa sui lefebvriani, come dire, io ho proteso la mano, voi però l’avete rifiutata. Un Padre amorevole, un santo padre, si sarebbe comportato ben diversamente, intervenendo subito e in prima persona.
La cerimonia delle ordinazioni si è svolta con grande compostezza, migliaia e migliaia di fedeli che certamente non avevano l’aspetto di ribelli. Si è spiegato che non c’era alcuna volontà scismatica, la disobbedienza anche ripetuta non costituisce scisma, almeno finché c’è il riconoscimento dell’Autorità e tale riconoscimento è provato anche dal fatto che ai vescovi non è stata conferita
nessuna giurisdizione (conferimento che spetta esclusivamente al Papa). E’ stata una specie di “operazione sopravvivenza”, perché se i vescovi non fossero stati scelti dalla stessa Fraternità, questa non avrebbe potuto continuare ad ordinare sacerdoti formati come lo erano tutti i sacerdoti prima del Concilio.
Meno di 24 ore dopo è arrivata la scomunica, generalizzata, molto più severa di quella del 1988: un decreto che colpisce i sei vescovi coinvolti, più una nota esplicativa che estende la scomunica a tutti i sacerdoti della Fraternità ed agli innumerevoli fedeli che “aderiscono formalmente alla Fraternità”, una formula
vaga che lascia in sospeso innumerevoli persone. Successivamente è stata pubblicato un ulteriore documento che fissa le regole per il reinserimento dei sacerdoti della Fraternità che vorranno rientrare nell’esplicita comunione con
Roma: Prassi per la riconciliazione dei sacerdoti provenienti dalla Fraternità. I lefebvriani in vari modi hanno risposto che considerano ingiusta e quindi invalida la scomunica, continueranno a svolgere il loro apostolato come hanno fatto finora. Numerosi canonisti sparsi nel mondo, non lefebvriani, hanno analizzato questi tre documenti ed hanno evidenziato numerose e gravi pecche,nella sostanza e nella forma giuridica. Siamo basiti: possibile che alla Santa Sede non abbiano persone capaci di redigere in modo giuridicamente corretto
un documento? E la Prassi per la riconciliazione è allucinante per vari motivi,
sembra ispirata ai metodi visti durante la Rivoluzione Culturale in Cina, è così umiliante che otterrà l’effetto opposto, cioè terrà lontane la maggior parte delle persone che avranno ripensamenti. Per di più, da un punto di vista dottrinale, si costituisce come un abuso di Potere, perché -non nella lettera, bensì nello
spirito della Prassi – ha la pretesa di obbligare tutti i fedeli a sottomettersi a tutto il Magistero conciliare e postconciliare come se fosse interamente infallibile; mentre sappiamo che in questo Magistero non ci sono nuovi dogmi e che quindi i vari documenti e i vari passi all’interno di ciascuno documento si trovano a
livelli diversi di autorevolezza, con la conseguenza che il livello dell’assenso
richiesto ai fedeli non può che essere diversamente calibrato a seconda dei
casi; ma, e questo è il punto centrale, l’assenso non può essere preteso, se una
dottrina è stata già in precedenza condannata dalla Chiesa, questo è il punto
discusso più e più volte nei colloqui fra Roma ed Econe, sulla
continuità/discontinuità del prima e dopo il Concilio le posizioni sono
inconciliabili. Desolante è poi leggere nella Formula adhaesionis un tipo
implicito di papolatria, perché quando si vieta una qualsiasi critica nei confronti
del Pontefice, allora si cade nell’idolatria verso il Papa: “Promitto fidelitatem
erga Ecclesiam Catholicam et erga Romanum Pontificem […] abstinens me ab
omni publica declaratione, quae eiusdem personae vel Magisterio adversetur”.
Al di fuori dei dogmi e del Magistero ordinario infallibile (verità sempre ed
ovunque insegnate), al di fuori di un Magistero comunque autorevole per quanto
non infallibile, quando invece il Papa non si conforma all’insegnamento dei suoi
predecessori, oppure quando il Papa esce dal campo della Fede e della Morale,
allora le critiche rispettose sono lecite e talvolta doverose. La critica rispettosa è
presente nella Sacra Scrittura (San Paolo che rimprovera pubblicamente San
Pietro, Galati 2,11-14), nella Storia della Chiesa (quanti santi hanno rimproverato
in vari modi il Papa!), nel Codice di Diritto Canonico (can. 212 §3). La proibizione
di qualsiasi critica trasforma la Santa Chiesa in una delle tante tirannie
mondane che hanno divinizzato l’autorità umana.
Intanto, scherzando ma non troppo, c’è chi sostiene che le scomuniche siano
state implicitamente ritirate dopo 24 ore, infatti il 3 luglio Leone XIV ha tenuto un
discorso di accettazione e ringraziamento per una medaglia ricevuta in aprile, la
Liberty Medal conferitagli dal National Constitution Center per il suo impegno
nella promozione della libertà religiosa, della libertà di coscienza e di
espressione in tutto il mondo. Non ci vuol molto per capire che questa medaglia
sia logicamente incompatibile con qualsiasi forma di censura, meno che mai di
scomunica. Le parole dello stesso Papa testimoniano in modo inequivocabile la
contraddizione: “Questa stessa libertà garantisce anche il diritto di ogni persona
a rendere culto secondo la propria credenza, e degli individui, delle comunità e
delle associazioni a esprimere pubblicamente la loro fede. Di fatto, la libertà
religiosa ha dato vita alla tradizione americana di contemplare il dialogo
interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nel promuovere il bene
pubblico e arricchire i dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche che sono
state poste alla nazione e che hanno plasmato il corso della sua storia. È mia
speranza che questa tradizione continui a dare frutto in un dibattito pubblico
caratterizzato da moderazione, rispetto per i punti di vista altrui e da uno sforzo
costante per trovare un terreno comune nel promuovere la causa della pace e
della riconciliazione, in patria e all’estero.”. Per quanto tempo Leone rimarrà
nella contraddizione e alternerà le vesti dell’inquisitore e quelle del promotore
della libertà religiosa che mette tutte le fedi sullo stesso piano?
E’ presto per fare bilanci, ma, per il momento non si registrano fughe
significative dalla Fraternità, anzi, la domenica successiva alle scomuniche,
come si è visto da internet, in molte cappelle officiate dai sacerdoti della
Fraternità l’afflusso dei fedeli è aumentato. Le autorità romane hanno
riproposto, con molta più severità, lo schema del 1988: da un lato le
scomuniche, dall’altro lato un percorso per accogliere quelle persone che
vogliono fuggire dalla irregolarità canonica. Se si adotta il criterio dei numeri, si
può concludere che lo schema si è rivelato fallimentare, infatti, dopo le
scomuniche del 1988 – contrariamente alle aspettative di Wojtyla e Ratzinger – la
Fraternità è cresciuta, da circa 200 è passata a più di 700 sacerdoti. Era davvero
la mossa più intelligente riproporre lo schema fallimentare del 1988?
E poi non si può non rilevare la contraddizione che moltissimi, anche tra i non
lefebvriani, hanno rilevato fra gli slogan della Chiesa postconciliare-sinodale e il
trattamento riservato ai numerosi fedeli appartenenti a vario titolo alla Fraternità
San Pio X. Dialogo, dialogo… inclusione, inclusione… verso tutti, ah no, c’è
un’eccezione, non verso i tradizionalisti che si oppongono ai presupposti
relativisti sui quali poggiano il dialogo e l’inclusione.
Una macroscopica disparità di trattamento che risalta ancor più nel confronto
con quanto sta avvenendo in Cina dal 2018, quando è stato siglato un accordo
provvisorio per le nomine dei vescovi, un accordo così sfavorevole alla Chiesa
che alcune clausole vengono tenute segrete. Al di là delle ipocrisie diplomatiche
i fatti raccontano che le nomine vengono decise dal Partito cinese comunista e
ateo, Roma in un secondo momento si limita a ratificare. Nessuna protesta da
parte della Santa Sede, nessuna condanna per la mancanza di mandato
pontificio, nessuna condanna per scisma, nessuna scomunica, nessuna prassi
per la riconciliazione.
Nel marasma delle reazioni su internet non manca chi ricorre al sarcasmo,
giocando facile, come si dice, perché il cardinale Fernandez è il prefetto del
Dicastero per la dottrina della fede più discusso e contestato. E’ un dato di fatto
senza entrare nel merito, che molti cattolici lo considerino un eretico formale,
cioè nel senso pieno del termine. Così dicono: una scomunica da lui fulminata
equivale ad una medaglia al valore cattolico, un timbro che certifica la piena
ortodossia dottrinale.
Interessante notare anche quello che sta avvenendo nell’area dei
“conservatori”, da costoro sono venuti gli attacchi più animosi e faziosi, da
questa stessa area, dopo le scomuniche, si fanno avanti vescovi, sparsi nel
mondo, che fanno promesse, alcuni solamente concessioni più generose per la
celebrazione della Messa Vetus Ordo, altri si spingono a promettere
benevolenza e accoglienza per i “profughi”, per quelli che lasceranno la
Fraternità (i “penitenti” riceveranno un sorriso all’inizio e alla fine del tour delle
umiliazioni?). Rattrista che la Messa-di-sempre continui ad essere concepita
come una concessione, cioè un qualcosa di intrinsecamente condizionato e
revocabile, oggi viene concesso se fai il bravo, domani… chissà. Non si esce
dallo schema della Riserva Indiana, una zona recintata dove far sopravvivere la
Messa in latino e i tradizionalisti, a patto che accettino il divorzio fra la Liturgia e
la Dottrina, niente più armonia tra Lex credendi e Lex orandi, i fedeli devono
abituarsi ad una mentalità schizofrenica, da una parte la teologia preconciliare
sottesa al Vetus Ordo, dall’altra parte la professione pubblica di teologie
aggiornate e incompatibili con la teologia preconciliare.
Dopo tante annotazioni dal sapore amaro, vogliamo concludere professando
ottimismo: ora che le scomuniche sono state proclamate davanti al mondo
intero, ci aspettiamo che la Fraternità verrà trattata come la Santa Sede, dal
Concilio in poi, tratta gli scismatici e gli eretici, cioè con il massimo della
simpatia e degli onori.
Luglio 2026

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