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| Fecerunt itaque civitates duas amores duo: terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei, cælestem vero amor Dei usque ad contemptum sui Sant'Agostino, De CivitateDei, XIV, 28 |
Dilettissimi Confratelli e Seminaristi,
Cari Fratelli e Sorelle,
Due amori hanno edificato due città, dice Sant’Agostino, nella celebre pagina del De Civitate Dei: quella terrena, dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio; quella celeste, dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé. Non esiste una terza città, né un terreno neutrale dove i due amori possano accordarsi. Ogni uomo, e a maggior ragione ogni Pastore e Sacerdote, appartiene all’una o all’altra, e lo rivela con ciò che ama.
Nel giorno del Santo di cui porto il nome, permettetemi di meditare con voi come San Carlo Borromeo sia stato cittadino perfetto della città di Dio, e come oggi la gerarchia sinodale rivendichi opposta appartenenza.
I. Una sola sorgente
L’amore che edifica la città di Dio ha un nome: Deus caritas est. Ma Colui che è la Carità è anche la Verità: Ego sum via, et veritas, et vita. Non due attributi accostati, ma un’unica realtà divina: O æterna veritas, et vera caritas, et cara æternitas, canta Agostino nelle sue Confessioni. Ne discende che la Carità senza Verità è pericoloso sentimentalismo, e la Verità senza Carità è vuoto formalismo. L’Apostolo Paolo li lega in una sola formula: veritatem facientes in caritate (Eph 4, 15).
II. Da mihi animas
Quando Abramo, vittorioso, incontra il re di Sodoma, questi gli dice: Da mihi animas, cetera tolle tibi. Dammi le persone, tieniti il bottino (Gn 14, 17-24). Abramo rifiuta ogni cosa. I Padri e i Dottori medievali non hanno mai letto quella proposta con ingenuità. Ildeberto di Lavardin (1056-1133), Vescovo di Le Mans poi Arcivescovo di Tours, la mette sulle labbra dei demoni, che cercano soprattutto le anime; e San Tommaso d’Aquino la cita per dire che i nemici di Dio vogliono condurle nelle tenebre. È la voce del Tentatore, che offre il mondo in cambio dell’anima.
La Chiesa ha poi volto quelle parole in preghiera. Il discepolo ed amico di San Francesco di Sales, il vescovo Jean-Pierre Camus, ci narra del suo maestro che «desiderava solo convertire quelle anime ribelli alla luce della verità che risplende solo nella vera Chiesa», e che, pensando alla sua Ginevra ribelle, «diceva alle volte sospirando: da mihi animas, cetera tolle». Ne fece poi la sua celebre divisa San Giovanni Bosco. Notate, cari fratelli, come in questa frase la Carità e la Verità siano una cosa sola: il Pastore ama le anime fino a soffrire per esse, e per questo le vuole convertite, cioè condotte a quella luce che brilla soltanto nella vera Chiesa. Non vuole che restino tranquille nell’errore.
È quanto fece San Carlo. Nipote di un Papa e ricchissimo, vendette il principato di Oria e ne diede il ricavato ai poveri; percorse a piedi le valli alpine che nessun vescovo visitava da decenni; fondò seminari e monasteri. Il 26 ottobre 1569 un frate dell’Ordine degli Umiliati, da lui ammoniti, gli sparò alle spalle durante i vespri: Carlo offrì la vita a Dio e continuò a pregare. Nella peste del 1576, mentre i potenti lasciavano Milano, percorse a piedi nudi le strade, con la corda al collo, e si indebitò per sfamare i poveri. Cetera tolle: prendi tutto, ma lascia a me queste anime.
III. I vescovi agghiacciati
Il vescovo Camus riporta un episodio che sembra scritto per noi. Durante una visita pastorale sulle montagne del Faucigny, nell’Alta Savoia, San Francesco di Sales seppe di un povero pastore caduto in un crepaccio per cercare una pecora, e morto assiderato. E disse: «Se l’ardore di quel pastore non fu raffreddato nemmeno dal ghiaccio, perché siamo noi così codardi nel cercare le nostre pecorelle? Le povere vedove e le donnette di villaggio – aggiunse – sono come quelle valli, fertili di virtù, ed i vescovi costituiti in posto sì alto nella Chiesa di Dio sono tutti agghiacciati». Ma subito si accusò: «Quando sarò mai tanto riscaldato dal Sole, sino che si liquefaccia quel ghiaccio che sento in me stesso?».
Dilettissimi, Nostro Signore ha predetto questa glaciazione: Et quoniam abundabit iniquitas, refrigescet caritas multorum, per il dilagare dell’iniquità si raffredderà la carità di molti (Mt 24,12). Lo vediamo oggi nella gerarchia sinodale, fredda dell’amore di Dio, e perciò incapace di desiderare con ardore sacerdotale ciò che il nostro Santo Arcivescovo Carlo desiderava: il ritorno all’ovile di chi se ne era separato. Il Borromeo guardava oltre le Alpi, alle valli e alle città svizzere passate alla Riforma, e non si dava pace. Fondò a Milano il Collegio Elvetico per formare sacerdoti che le riconducessero alla Fede, e salì egli stesso per le gole più impervie della sua Diocesi in cerca della pecora smarrita. Al contrario la chiesa sinodale non sospira più dinanzi a quei confini spezzati dalle divisioni provocate dallo scisma protestante. L’errore le piace così com’è: ha sostituito conversione con cammino, eresia con sensibilità diversa, anime con periferie. Non cerca la pecora nel crepaccio, perché il crepaccio – cioè il luogo della perdizione – lo ha dichiarato “luogo teologico”.
Il Profeta ha un nome per i pastori che non abbaiano: canes muti, non valentes latrare, cani muti incapaci di latrare (Is 56, 10). E la fredda indifferenza ha un’altra faccia, che l’Apocalisse non esita a nominare: meretricis magnæ… cum qua fornicati sunt reges terræ, la grande meretrice con cui i re della terra hanno fornicato (Ap 17, 2). Una gerarchia che chiede il plauso dei potenti, che modella il proprio linguaggio sui loro idoli, che colpevolmente tace e si è fatta serva, vile, abietta, e cortigiana della Città del diavolo. Non lo dico per amarezza, ma perché il metodo è antico: da mihi cetera, animas tolle. Dammi il resto – gli onori, le sedi, la stima del mondo – e tieniti pure le anime. E chi ha ceduto le anime, vedrà dinanzi a sé nel giorno del Redde rationem, quella Cattedra ambrosiana che un Santo nipote di Papa Pio IV rese una fucina di Carità.
IV. Il nostro dovere
Non spetta a noi giudicare le coscienze. Spetta a noi non ripetere il motto della città terrena. Ogni volta che tacciamo la verità per non perdere un vantaggio, diciamo da mihi cetera. Ogni volta che diciamo la verità con Carità, pagandone il prezzo, diciamo da mihi animas.
San Carlo ci lasciò per motto una sola parola: Humilitas. L’umiltà è la veste della Carità, e il disprezzo di sé che Agostino pone alla radice della città di Dio. Chiediamo al grande Vescovo di Milano, Pastori che brucino di santo zelo per le anime, e a noi la grazia di non cedere mai a chi, con quel cetera, vuole strappare la nostra anima a Dio. E così sia.
✠ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
IV Novembre MMXXVI
S.cti Caroli Borromæi, Conf. Pont.Episcopi Mediolanensi
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