Blog della Tradizione Cattolica Apostolica Romana

domenica 21 marzo 2021

“Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio” ma noi attraverso le sue piaghe siamo stati guariti



(di don Bruno osb)

Le parole “Passio Christi passio hominis” ci invitano a mettere in relazione la passione, così carica di sofferenza di Gesù, con le tanti passioni, croci e sofferenze che nel corso della storia, ed in particolar anche oggi, segnano la vita dell’umanità e e scoprire come la passione del Signore illumina di luce nuova le numerose e spesso inspiegabili croci che gravano sulle spalle di tante persone.

Come non pensare alle grandi tribolazioni di molte famiglie povere, dei senza lavoro, alle croci quotidiane dei malati e dei moribondi, di quanti faticano a vivere dignitosamente, e alle tante sofferenze nascoste vissute nel silenzio tra lacrime e disperazione?

Soltanto la luce che promana da Gesù sofferente e risorto riesce ad arricchire di significato retentivo tutte le nostre sofferenze, se vissute e offerte con amore e con la certezza che nulla di quanto nel nostro vissuto quotidiano ci accosta alla croce di Cristo è privo di senso o va perduto.
Si può dire che tutta la vita di Gesù è orientata alla croce: le stesse narrazioni tre evangeliche si presentano come “storie della passione". 
I “giorni della sua carne” (cf. Eb 5,7) stanno senza eccezione sotto il segno grave e doloroso della croce: “Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio” (Imitazione di Cristo, l. II, cap. 12).

Da quando l’annuncio cristiano risuona nel tempo, il racconto della storia di Dio fra gli uomini è indissolubilmente unito a “quella passione, che è la storia della sua vita”, il Vangelo delle sue sofferenze. Non si capirà la vita di Gesù senza la croce, come non si capirà la croce senza il cammino verso di essa. 
È perciò che la comunità delle origini ha potuto riconoscere in Gesù Nazareno “l’uomo dei dolori” di cui parla il Profeta (cf. Is 53,3): “Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non aprì la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato...” (At 8,32-33). Gesù di Nazaret è il Servo, l’Innocente che soffre per puro amore sotto il peso dell’ingiustizia del mondo! È giustificata una simile lettura delle opere e dei giorni del Nazareno? I Vangeli sono molto discreti su questo punto: la loro testimonianza non ha niente di emotivo o di passionale. Essa consente tuttavia di intravedere nella vicenda di Gesù almeno tre livelli dell’esperienza umana del dolore: il livello della finitudine fisica, quello della finitudine psicologica ed infine il livello della sofferenza morale e spirituale. Gli Evangelisti non nascondono gli aspetti umanissimi della finitudine fisica di Gesù: la sua fame (cf. Mt 4,2: “Gesù ... ebbe fame”; Lc 4,2), la sua sete (cf. Gv 19,28: “Ho sete”), il sonno (cf. Mc 4,38 e par.: “Gesù se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva”). Il grido di Gesù morente (cf. Mc 15,34) è peraltro segno di una straziante sofferenza anche sul piano fisico. L’importanza di questi rilievi - all’apparenza marginali - non sta solo nella garanzia di storicità che contribuiscono a dare al racconto (chi avrebbe inventato tratti così ordinarie perfino scandalosi della figura di Colui che veniva annunciato come il Cristo?), ma anche nel valore che implicitamente vi annette la comunità delle origini: contro ogni riduzione doceta - tendente sin dall’alba del cristianesimo a salvaguardare la divinità del Figlio diminuendo la consistenza della sua umanità - la fede pasquale ha cura di sottolineare la verità dell’incarnazione, quella per la quale alla nostra carne è offerta e promessa salvezza nella carne del Redentore dell’uomo. Non a caso grandi mistici e santi hanno messo al centro delle loro attenzioni la fisicità di Gesù, con tutta la verità dei suoi condizionamenti e dei suoi limiti: dall’amore alle piaghe del Signore, venerate tanto appassionatamente da San Francesco da riceverle nella propria carne, alle invocazioni di Sant’Ignazio (“Corpo di Cristo, salvami. Sangue di Cristo, inebriami. Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, confortami... Dentro le Tue piaghe, nascondimi”), alla tenerezza del Bambino appena nato, cantata da Sant’Alfonso de’ Liguori. Veramente, il cristianesimo non è la religione della salvezza dalla storia, ma della salvezza della storia: nessuno spiritualismo disincarnato è giustificato per i discepoli di Colui, che l’alto Medio Evo amava designare come “Dominus humanissimus”...La discrezione dei Vangeli rispetta ancor più il silenzio sulla finitudine interiore sperimentata da Gesù, interrompendolo appena con segni e richiami improvvisi, rivelatori di una sua familiarità con i limiti della condizione umana e con il dolore. Emerge, così, qualche tratto dell’esperienza da lui fatta della finitudine psicologica: Gesù cresce “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini” (Lc 2,52), passando dunque da un livello presente, ma implicito, ad un livello sempre più tematizzato ed esplicito della sua coscienza umana di Figlio. Questa “messa in parentesi” della sua conoscenza divina è un aspetto della più generale “kénosi” a cui lo ha spinto liberamente il suo amore per gli uomini (cf. Fil 2,6ss), e spiega come nel cammino della sua autocoscienza di uomo ci siano zone d’ombra, su cui egli sente il bisogno di far giungere continuamente la luce e il conforto del dialogo col Padre nella preghiera. Il peso che egli avverte dinanzi al presentito, lacerante futuro di dolore e di morte, si lascia intravedere nei segni di quella che Origene chiamava con amoroso pudore l’“ignorantia Christi”: così, mentre mostra di ignorare il giorno del giudizio (cf. Mc 13,32 e Mt 24,36), come anche semplici fatti della vita quotidiana (ad esempio in Mc 5,30-33, avvertita la potenza che era uscita da lui, chiede: “Chi mi ha toccato il mantello?”), Gesù nel Getsemani prega perché gli sia risparmiato il calice della passione (cf. Lc 22,42 ). La sua anima è “turbata” (Gv 12,27): è “in preda all’angoscia ... e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra” (Lc 22,44), pur essendo il suo cuore totalmente consegnato al Padre nella preghiera.
Gesù insomma - non diversamente da quanto avviene per ogni essere umano - cresce alla scuola del dolore, come ci assicura l’Autore della Lettera agli Ebrei: “Nei giorni della sua carne egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì” (5,7s). Tutto questo, certamente, nulla toglie alla conoscenza straordinaria e profetica di cui in tanti momenti appare dotato (così ad esempio in Gv 6,71 e 13,11 in riferimento al tradimento di Giuda; in Mc 2,6-8 in rapporto ai pensieri nascosti degli scribi; in Mc 11,2, in riferimento ai prossimi eventi della Pasqua; così, nei molteplici “vaticinia passionis”: Mc 8,31; 9,31 e 10,33ss; ecc.): nei tratti umanissimi in cui si mostra l’esperienza di una certa finitudine psicologica si rivela, però, in maniera peculiare la partecipazione reale del Cristo alla nostra condizione umana, il suo essere veramente compagno del nostro dolore, tante volte legato all’esperienza dell’oscurità davanti al domani e al mistero dell’altrui sofferenza. È proprio per aver conosciuto questa condizione che egli può venirci in aiuto come “causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,9).
Gesù conosce infine l’esperienza della sofferenza sul piano morale e spirituale: di fronte alla morte dell’amico non trattiene il pianto (cf. Gv 11,35), manifestando il dolore che solo l’amore conosce: “Vedete come lo amava!” (11,36). Al pensiero dell’ora vicina della fine, la sua anima è “triste fino alla morte” (Mc 14,34), d’una tristezza che rivela il suo attaccamento alla vita e che fu ed è di conforto a innumerevoli ore di tristezza umana (si pensi solo a San Tommaso Moro, che in attesa della morte ingiustamente subita trova forza scrivendo un “De tristitia animae Christi”!). Sullo sfondo di questa continua discrezione appare ancora più violento il forte grido della croce: “Mio Dio, Mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34): segno dell’abisso di un infinito dolore? Gesù, in realtà, ha sentito la soglia imponderabile e amara della morte: la storia della sua libertà, il suo continuo esodo da sé per amore del Padre e degli uomini, la sua vita di preghiera, il cammino cosparso di prove della sua esistenza terrena ne sono la conferma costante. Oscurità e tentazione si sono scontrate nel profondo del suo spirito  con l’incondizionata dedizione al Padre, che ne è stata come sigillata, fino al “sì” che lo ha portato alla morte: “Abba, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu!” (Mc 14,36). Questa interiore esperienza di finitudine, questa fatica di vivere assunta nella forza di un più grande amore e della speranza riposta nel Padre suo, apre Gesù alla comprensione reale del patire umano: la sua compassione per la folla (cf. ad esempio Mt 9,36; 15,32), il suo commuoversi davanti agli infelici e ai sofferenti (cf. Mc 1,41; Mt 20,34; Lc 7,13; ecc.), rivelano una sensibilità all’altrui dolore, che solo chi del dolore ha fatto esperienza riesce ad avere. Il Sofferente, che comprende e ama, dà ristoro e forza a chi è oppresso dal patire: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero” (Mt 11,28-30).
All’esperienza dell’interiore finitudine e alla compassione che ne deriva per l’altrui soffrire, si aggiunge nella vita di Gesù l’impatto durissimo col dolore provocatogli dagli uomini: considerato un esaltato dai suoi (“È fuori di sé”: Mc 3,21), accusato di essere un indemoniato dagli scribi (cf. Mc 3,22 e par.), definito un impostore dai potenti (cf. Mt 27,63), egli sente tutto il peso dell’ostilità che si accumula nei suoi confronti. Non è rattristato per le accuse, ma per la durezza dei cuori, da cui esse provengono (cf. Mc 3,5). Gli avversari non si stancheranno di attaccarlo in tutti i modi: la sua inaudita pretesa li irrita (cf. Mc 6,2-3; 11,27-28; Gv 7,15; ecc.), la sua popolarità li spaventa (cf. Mc 11,18; Gv 11,48; ecc.). Gesù mette in discussione con la parola e con la vita le loro certezze, e, col suo successo fra il popolo, rischia di scuotere dalle fondamenta il precario ordine esistente. Ma egli è troppo libero per fermarsi sotto il condizionamento della paura: continua perciò per la sua strada, nella fedeltà al “sì” radicale detto al Padre. Si fa, è vero, accorto: riesce a sfuggire ai tentativi di lapidazione e di arresto (cf. Lc 4,30; Gv 8,59; 10,39); evita occasioni di scontro (cf. Mc 7,24; 8,13; ecc.). Gesù non ha nulla dell’eroe romantico, un po’ esaltato e un po’ incosciente. Egli sa e mette a fuoco nel crogiuolo di questa sofferenza la scelta, che segnerà la svolta dei suoi giorni terreni: il viaggio decisivo a Gerusalemme. “La città del gran Re” (Mt 5,35) è il luogo dove i destini d’Israele e dei profeti devono compiersi (cf. Lc 13,33). Gesù prevede ciò che l’aspetta a Gerusalemme come conseguenza della radicalità della sua vita e del suo messaggio: il rifiuto incontrato in Galilea, ben più profondo dei facili entusiasmi della folla, gli ha consentito di tematizzare senza più ombre che egli dovrà bere fino in fondo il calice del destino del giusto. In questo senso, è la “crisi” che attraversa tutta la “primavera galilaica” a portarlo a Gerusalemme: essa è una dolorosa esperienza di finitudine, assunta però in un più chiaro slancio di donazione al Padre e di fede nella finale vittoria della giustizia e dell’amore. Sarà questa opzione di obbedienza totale, più forte di ogni sconfitta, che lo porterà infine incontro alla morte di croce.
Con l’andata a Gerusalemme si entra in pieno nella storia della passione. Gesù vi si dirige “decisamente” (Lc 9,51: letteralmente: indurì la faccia per andarvi), camminando avanti ai suoi, che lo seguono sconcertati (cf. Mc 10,32). Nella città di Davide lo scontro raggiunge il suo apice: sono ormai coinvolti da vicino il Sinedrio e la nobiltà laica e sacerdotale che esso rappresenta. Il Nazareno è consapevole dell’iniquità  che sta per consumarsi riguardo a lui, ma l’affronta con la ricchezza di senso di chi vede la morte ingiustamente subita come una volontaria donazione, vissuta in obbedienza al Padre e feconda di vita: ne sono prova i racconti dell’Ultima Cena, nei quali il Servo confida ai suoi il memoriale dell’alleanza nuova nel suo sangue. In questo quadro di finitudine, fonte di sofferenza liberamente accolta, viene a situarsi anche la vicenda del processo di Gesù: è l’ora degli avversari, “l’impero delle tenebre” (Lc 22,53). Per quali motivi è stato condannato il Nazareno? Agli occhi del Sinedrio egli è il bestemmiatore (cf. Mc 14,53-65 par.), che con la sua pretesa e la sua azione (soprattutto la “scandalosa” purificazione del tempio: cf. Mc 11,15-18 e par.) ha meritato la morte secondo la Legge (cf. Dt 17,12). E tuttavia Gesù non ha subito la pena riservata ai bestemmiatori, la lapidazione (cf. Lv 24,14): egli è stato giustiziato dagli occupanti romani, subendo la pena inflitta agli schiavi disertori e ai sobillatori contro l’impero, l’ignominiosa morte di croce. La sua condanna è stata, alla fine, politica, come attesta il “titulus crucis”, la scritta con la motivazione della condanna posta sul palo della vergogna: “Gesù Nazareno Re dei Giudei” (Gv 19,19). La sua morte è per la Legge il giorno in cui muore il bestemmiatore e per il potere il giorno in cui muore il sovversivo. La fede pasquale vi riconoscerà il giorno in cui, nell’Innocente che muore, è il Figlio di Dio che si è consegnato alla morte per noi.
Meditando su questo “Vangelo delle sofferenze” del nostro Maestro e Signore, non possiamo non interrogarci su come noi viviamo la nostra quotidiana esperienza del limite e l’inevitabile incontro col dolore, che segna la vita nostra ed altrui. Sappiamo che il discepolo non è da più del Maestro: se lui ha sofferto, come potremmo noi evitare la via del dolore? Potremmo dire come Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24)? Il timore e tremore delle nostre possibili risposte può essere superato con l’unica certezza sulla quale è possibile rischiare tutto: la certezza della fede. Il Maestro dà ciò che chiede e mai ci prova senza offrirci la via d’uscita: egli è con noi nell’ora del dolore e ci aiuta a sopportare ed offrire le nostre sofferenze. Ne è talmente convinto Ignazio di Loyola da non esitare a indicarci nella sequela di Gesù in cammino verso la Croce tre gradi di umiltà, di cui il terzo è la meta perfetta a cui tendere in compagnia del Salvatore: “Il primo modo di umiltà ... consiste nell’ubbidire in tutto alla legge di Dio, nostro Signore ... Il secondo è non volere e bramare d’esser ricco piuttosto che povero, onore piuttosto che disonore, di non desiderare una vita lunga piuttosto che breve... La terza è umiltà perfettissima e si ha quando ... per imitare e somigliare più concretamente a Cristo nostro Signore, io voglia e scelga piuttosto la povertà con Cristo che la ricchezza, gli obbrobri con Cristo che ne è ricolmo piuttosto che gli onori, e il desiderare di essere ritenuto stupido e pazzo per Cristo che per primo fu considerato tale, piuttosto che savio e prudente in questo mondo”

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