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Blog della Tradizione Cattolica Apostolica Romana

giovedì 18 aprile 2024

La professione di Fede e il sospetto di eresia





Corde creditur ad iusititiam, ore autem confessio fit ad salutem (2Tess. 1, 11)

di don Mauro Tranquillo

La fede, virtù senza la quale non si può piacere a Dio, non può limitarsi a essere una convizione interiore. Deve essere espressa esternamente, specialmente per essere diffusa. L’adesione alle verità non può essere separata dal rifiuto degli errori, rifiuto che non può permettersi di essere ambiguo o tacito, specialmente quando l’errore è clamoroso. L a virtù teologale di fede ha come atto primordiale l’adesione dell’intelligenza a Dio che si rivela. Un atto quindi assolutamente interiore, invisibile. Tuttavia questo atto interiore non è l’unico atto della virtù di fede: l’adesione a Dio che si rivela deve essere necessariamente espressa all’esterno con degli atti sensibili, parole e gesti. Questo si chiama professione (o confessione) della fede, e san Tommaso ne parla nella terza questione della Secunda Secundae della sua Somma. Tale atto di fede esternamente manifestata è quindi necessario alla salvezza secondo due modalità. La prima è quella affermativa, che obbliga a esprimere la nostra fede in determinate circostanze, che poi esamineremo; la seconda, non meno importante, è negativa: ci è proibito semper et pro semper compiere qualsiasi atto che direttamente o indirettamente appaia come una negazione delle verità di fede, anche nel caso in cui mantenessimo nel nostro cuore l’adesione a queste verità. Procederemo secondo queste due linee all’esame della questione.

Il precetto affermativo della professione di fede

La manifestazione esterna della fede non può essere, come è chiaro, un atto compiuto continuativamente (ovviamente parliamo di diretta confessione di fede, non degli atti delle altre virtù, che indirettamente rendono testimonianza che siamo coerenti con ciò che crediamo). Quando sarà dunque necessario e obbligatorio esprimere a parole o gesti la nostra fede? In generale, per diritto divino, occorre manifestare la fede quando l’onore di Dio o l’utilità del prossimo lo richiedono. San Tommaso presenta i tipici casi di colui che tacendo la fede in una determinata circostanza lascerebbe credere di non averla (dando così scandalo ai presenti e “vergognandosi” di Dio), specialmente se espressamente interrogato a riguardo dalle autorità; o di colui che deve istruire e confermare il prossimo. Atti di fede esterni sono richiesti al to di ricevere i sacramenti (si recita ad esempio il Credo in occasione del battesimo, della Cresima, dell’Ordine; ma come vedremo poi, sono i sacramenti stessi a significare la fede). Professioni di fede esplicite su punti specifici possono essere richieste in determinati luoghi e circostanze, specie quando un’eresia imperversa in una regione o in un tempo: non è lecito il silenzio di fronte a un errore che domina tutta una società cui siamo supposti aderire. È d’altra parte interessante notare come san Tommaso nella quaestio citata (art. II ad 3um) ricordi che in alcuni casi può essere doveroso non fare un atto di fede esterno: cioè quando non solo non ce n’è la necessità, ma anzi sarebbe dannoso mettersi ad affermare la fede in determinate circostanze, per esempio quando si prevede solo «turbamento degli infedeli senza alcuna utilità della fede o dei fedeli». La Chiesa ha poi il potere di imporre per legge la professione di fede esterna in determinate circostanze: al momento della conversione dell’infedele o dell’eretico, ad esempio, non basta un atto interno di fede per essere ammessi nella Chiesa, ma occorre un atto esterno e pubblico, essendo la Chiesa una società pubblica per sua natura. Inoltre la Chiesa impone una professione di fede a tutti coloro che sono chiamati ad avere un ruolo di insegnamento o di responsabilità. Dalla più alta antichità esistevano, per esempio, gli “scrutini” per i candidati alla consacrazione episcopale, che venivano interrogati sulla loro adesione ai dogmi dal Metropolita (il rito è ancora contenuto nel Pontificale Romano). Nel 1564, durante il Concilio di Trento, il Papa Pio IV impose a tutti coloro che avrebbero ricevuto gli ordini maggiori, come a tutti coloro che ottenessero un incarico ecclesiastico o di insegnamento, l’obbligo di giurare una precisa professione di fede, che comprendeva il Credo e l’elenco di una serie di verità esplicitamente menzionate, onde evitare l’infiltrarsi di protestanti in seno a posti di responsabilità nella Chiesa, come stava avvenendo in Germania. Ovviamente tale formula conteneva anche l’espressione più generale di adesione a qualunque insegnamento della Chiesa Romana, e di condanna di qualunque dottrina la Chiesa condannasse, essendo impossibile enumerare una per una tutte le verità rivelate. Per evitare che i modernisti snaturassero tale giuramento con la loro concezione dei dogmi (cui possono anche affermare di aderire, ma non certo nel senso che credono che il contenuto dei medesimi corrisponda a realtà esterne alla coscienza), il Papa san Pio X aggiunse al testo di Pio IV il famoso giuramento antimodernista (1910), che riprovava esplicitamente tali interpretazioni. Entrambi questi testi sono stati messi da parte dalla setta modernista oggi imperante (decreto di Paolo VI, 1966), che chiede l’adesione a una nuova formula, meno precisa e senza allusioni al modernismo, elaborata dal Card. Ratzinger ed imposta da Giovanni Paolo II nel 1989 (a modifica di un testo ancora più striminzito che era stato introdotto nel 1967). La clausola finale di questo nuovo testo è particolarmente contraria alla dottrina cattolica: «Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio dei Vescovi propongono quando esercitano il loro magistero autentico». Questo semplice “o” contiene tutta la dottrina conciliare del doppio soggetto del potere supremo, condannata dalla Chiesa.

Professione della fede nei Sacramenti

È un errore particolarmente dannoso il limitarsi a vedere i Sacramenti (e la Messa) come mere “macchine della grazia”, pensando che, purché sia compiuto validamente il rito, tutto il resto sia secondario. San Tommaso ci insegna che «omnia sacramenta sunt quaedam fidei protestationes» (1), tutti i sacramenti sono delle professioni di fede, e producono la grazia proprio in quanto la significano: questa significazione è essa stessa una manifestazione di quanto crediamo (l’errore protestante consisterebbe invece a escludere l’aspetto dell’efficacia per farne solo delle manifestazioni di fede). Se il carattere del Battesimo è dato per rendere il soggetto capace di ricevere i beni del culto cristiano (pubblico per sua natura), cioè in particolare gli altri sacramenti in quanto tali (è un carattere anzitutto passivo), quello della Cresima ci rende attivi negli atti del culto in quanto professioni di fede pubbliche (l’Ordine poi rende attivi negli atti di culto in quanto tali). Partecipare al culto della Chiesa, specie nei Sacramenti, non è solo ricevere la grazia, ma anche allo stesso tempo fare un’eminente professione pubblica di fede, compiere l’atto proprio e specifico del carattere della Cresima. I due aspetti non possono essere separati. La stessa professione di fede nella vita pubblica, compresa quella dei martiri, è fatta sotto la mozione della grazia della Cresima solo in quanto è, in senso largo, un atto di culto a Dio. Essendo dunque il culto della Chiesa, massimamente nella celebrazione dei Sacramenti, la professione di fede per eccellenza, è chiaro che nella celebrazione di questo culto ogni ambiguità sul contenuto della fede (e a maggior ragione ogni errore esplicito) assume un carattere di estrema gravità. Occorre quindi che il culto e la ricezione stessa dei Sacramenti si svolgano non solo in modo “meccanicamente” valido, ma anche in un contesto in cui risplenda nettissima la professione della fede cattolica. La partecipazione attiva a un rito è infatti adesione a quello che il rito esprime nella sua totalità, quindi anche alla dottrina che è esplicitamente professata in quella circostanza, oltre a quella oggettivamente espressa da gesti e parole. Si può ben capire fin d’ora quanto questo differisca da ogni forma di donatismo, l'eresia che negava l'efficacia dei sacramenti alla personale fede o dignità del celebrante. Si tratta al contrario della fede oggettivamente espressa dal rito celebrato nelle circostanze date, non di questioni personali. Sarebbe assolutamente pensabile che un sacerdote indegno o perfino eretico (ammettendo che la Chiesa lo riconosca ancora come suo ministro) celebrasse una Messa o un sacramento nei quali si professa integra la fede cattolica, dal momento in cui la sua eresia non si manifesta in nessun modo in quella circostanza: il fedele aderirebbe infatti al rito della Chiesa, non alle personali convinzioni del celebrante (2). D’altro canto, la Chiesa insegna che sebbene di per sé si debba genuflettere davanti all’Ostia consacrata da ministri non cattolici, si deve tuttavia evitare di dare l’impressione di mischiarsi agli acattolici e di condividerne le dottrine compiendo questi atti, dei quali bisogna quindi evitare le occasioni (3) (e questo vale pure per la visita a templi acattolici e l’onore che si potrebbe rendere a eventuali immagini sacre in essi contenute) (4): segno di quanto la Chiesa sia lontana dall’accontentarsi di una semplice dinamica sacramentale valida, ma sappia bene che la partecipazione a un culto indica l’adesione alla fede che quel culto nella sua integrità significa.

Il precetto negativo e il sospetto di eresia

Il precetto negativo riguardo la professione di fede obbliga semper et pro semper: ciò significa che non è mai lecito compiere un atto che comporti o lasci intendere la negazione della fede, o la occulti ingiustamente, o lasci intendere l’adesione a dottrine non cattoliche. Non sarebbe per esempio lecito bruciare l’incenso agli idoli, ma nemmeno farlo esternamente con l’animo di onorare però il vero Dio. Si capisce che il campo è molto vasto. Non tratteremo però qui l’esplicita adesione all’errore, o l’apostasia, che sono casi evidenti di negazione della fede, quanto una serie di situazioni intermediarie. Alcuni di questi casi di ambiguità rientrano in una categoria giuridica precisa, che viene chiamata dal diritto canonico sospetto di eresia: per esempio il fare patto tra gli sposi di far battezzare o educare i figli fuori dalla religione cattolica, o compiere di fatto tali azioni (can. 2319); il sacrilegio sulle specie consacrate (can. 2320); l’appello al Concilio contro una sentenza del Papa (can. 2332); l’ostinazione nella scomunica per più di un anno (can. 2340); la simonia nell’amministrazione dei sacramenti (can. 2371); l’aiuto alla propaganda degli eretici con parole di lode o aiuti materiali (ovviamente senza aderire formalmente all’eresia, il che sarebbe semplicemente apostasia), la comunicazione in sacris con loro (per esempio se un cattolico partecipasse attivamente a una funzione luterana) (can. 2316) (5); prima del codice del 1917 la stessa sodomia, l’esercizio della magia, la violazione del sigillo della confessione e il possesso di libri proibiti. Tutti questi atti infatti, benché non corrispondano a dirette negazioni della fede, lasciano intendere che chi li compie si dissoci dal credo della Chiesa, non essendoci altre spiegazioni plausibili a tali comportamenti (alcuni peccati si commettono infatti per fragilità, ma altri si spiegano difficilmente senza una particolare malizia dell’intelletto). Il sospetto di eresia comporta, dopo le debite monizioni, l’interdizione dagli atti legittimi, la sospensione per i chierici, e dopo sei mesi di impenitenza l’assimilazione de jure agli eretici (can. 2315). Secondo le Decretali il sospetto d’eresia può essere di tre tipi: lieve, se gli indizi sono di poca importanza; violento, se si fonda su certi argomenti; veemente se si fonda su argomenti probabili. Il diritto naturale impone al sospetto di eresia di riparare e di professare apertamente la sua fede cattolica, con un atto proporzionato alla gravità del sospetto suscitato, ovvero più o meno pubblico. Gli antichi canoni prevedevano vari modi e circostanze in cui pronunciare tale ritrattazione, detta “purgazione”. Tali atti hanno, prima ancora che una valenza canonica, una indubbia connotazione morale, per cui anche se la Chiesa non li punisse più nel suo diritto, resterebbero peccati mortali contro la virtù di fede, e anche contro la carità se vi si aggiungesse lo scandalo.

Qualche applicazione alla situazione presente

Alla luce di tutto quanto esposto finora, vediamo alcuni casi concreti che si riferiscono alla situazione attuale. Sappiamo che a partire dal Concilio Vaticano II si richiede ai cattolici un’adesione a dottrine contrarie al Magistero della Chiesa. Ne abbiamo parlato tante volte: quella sul diritto naturale a non essere impediti nel culto di qualsiasi religione, quella sul doppio soggetto del potere supremo, quella sul rapporto con le false religioni, etc. Quando un’adesione a queste dottrine è richiesta in modo esplicito (come è accaduto recentemente alla Fraternità San Pio X), il più chiaro diniego è necessario. Ma allo stesso modo non sarebbe lecito aderirvi anche solo esternamente, pur mantenendo la fede all’interno di se stessi, né tacere davanti a una situazione in cui l’utilità del prossimo è così gravemente in gioco, e in cui il silenzio può apparire come approvazione. Specialmente chi è inserito nel sistema ecclesiastico ordinario, per mantenere la professione di fede cattolica, deve prendere pubblicamente le distanze da questi errori, che i superiori professano e cui si suppone egli aderisca. Questo deve avvenire a qualsiasi prezzo, e qualora se ne colga la gravità, si è tenuti in coscienza a farlo. La vicenda di Mons. Lefebvre si spiega essa stessa in questo modo: il tacere gli errori professati dal Concilio, che egli chiaramente percepiva come tali, sarebbe parso l’approvarli insieme al resto dell’episcopato mondiale. Denunciarli pubblicamente diventava allora strettamente necessario, a qualsiasi prezzo, come dovere primordiale. Se oggi tale professione di fede contro gli errori viene punita dalle autorità, si capisce che lo stato di grave necessità generale non è una favola. Alleghiamo qui la dichiarazione di Mons. De Castro Mayer il giorno delle consacrazioni episcopali, dove l’altro grande Vescovo spiega la sua presenza a Ecône quel giorno proprio come una necessaria professione di fede. Ugualmente, da quanto abbiamo enunciato appare chiaro che, dal momento in cui percepiamo quanto la nuova messa si distacchi dalla professione di fede cattolica su sacrificio, sacerdozio e presenza reale (cf. Breve esame critico), non possiamo mai prendervi parte, nemmeno sotto il pretesto di partecipare ai sacramenti. Infatti non possiamo contraddire, con la partecipazione a un rito non cattolico, la fede che il sacramento valido in se stesso significa: sarebbe commettere un peccato che ostacolerebbe gli stessi frutti del sacramento, anche ricevuto validamente. Potremmo noi assistere passivamente, e magari avvicinarci solo alla comunione? Evidentemente no, perché partecipare alla comunione durante quel rito sarebbe la massima adesione possibile al contenuto di quel rito. Perfino in punto di morte non si devono accettare i sacramenti in un rito o da ministri non cattolici, qualora questo diventi o anche solo possa sembrare un’adesione ai loro errori. Quanto alle Messe tradizionali celebrate da sacerdoti che fanno professione di accettare gli errori del Concilio, o a quelle celebrate in virtù del motu proprio, lungi da ogni donatismo, dovremo fare attenzione non alla fede personale del celebrante, ma a quella di cui si fa professione esplicita in quella particolare celebrazione. Se si intende esplicitamente celebrare in virtù del motu proprio, che assimila l’antico rito al nuovo (e che nell’istruzione applicativa richiede, come il vecchio indulto, l’adesione al Concilio) (6), è ovvio che si sta partecipando alla professione di una falsità, e ci si deve astenere da questo (il significato della vecchia Messa vien infatti parificato a quello della nuova). Seppure infatti il rito di san Pio V, preso materialmente, significhi sempre la fede cattolica, vi vengono uniti ingiustamente dei significati ai quali il cattolico non può aderire, dal momento che ne abbia chiara coscienza. Questo, lo ripetiamo, vale nella misura in cui vi sia professione di questo all’esterno. Se fosse una pura convinzione personale del celebrante o di parte dei fedeli presenti, il discorso potrebbe essere diverso. Teniamo però conto che molte Messe introdotte dai Vescovi diocesani dopo il motu proprio sono celebrate esplicitamente a queste condizioni. Rimane quindi necessaria grande vigilanza e attenzione, essendo la chiara professione di fede un dovere così necessario alla salvezza, come insegna il Santo Vangelo: Qui me confessus fuerit coram homini bus, confitebor et ego eum coram Patre meo, qui in caelis est. Qui autem negaverit me coram hominibus, negabo et ego eum coram Patre meo, qui in caelis est (Mt 10, 32-33).

1. Summa Theologiae, III q.72 art. 6 ad 3um. 2. Cf. ibidem, q. 82 art. 9. 3. Responsa Pii VI 18 maii 1793 ad 11 (cit. in Noldin, Summa theologiae moralis vol. II, Innsbruck 1917). 4. S. C. de Propaganda Fide, 15 dec. 1764. 5. Tutti i canoni citati qui e in seguito si riferiscono al Codice di Diritto di Canonico in vigore cioè quello promulgato nel 1917. 6. Istruzione Universae Ecclesiae, nn. 6-7 e 19.

mercoledì 17 aprile 2024

Vaticano, non luogo a procedere per il blogger del sito Silere non possum: “Difetto di giurisdizione”






di Alex Corlazzoli

“Non luogo a procedere”.
Si è chiuso così, per ora, il procedimento penale nei confronti di Marco Felipe Perfetti, blogger animatore del sito Silere non possum, particolarmente attento agli eventi e affari che avvengono sotto la cupola di San Pietro. Ieri, il presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, Giuseppe Pignatone – dopo una breve camera di consiglio – ha dichiarato il “difetto di giurisdizione”.

In sostanza la Giustizia della Santa Sede ha dichiarato che non ha alcuna competenza perché il reato per il quale Perfetti è accusato (diffamazione) non è stato commesso nel territorio del suolo pontificio. A darne la notizia è lo stesso blogger che aveva saputo dell’udienza fissata venerdì alle 17 dai media senza ricevere – ha spiegato a IlFattoQuotidiano.it – alcuna notifica ufficiale.
In queste ore, intanto, si è saputo che a querelare Perfetti non è stato alcun prelato vicino a Bergoglio ma un politico residente in Italia che lavora con lo Stato del Vaticano. A finire sotto accusa sarebbe un post ritenuto diffamatorio nei confronti di questo noto personaggio. “Questi tentativi di intimidazione – dice Perfetti – non fermeranno l’operato di “Silere non possum” che continuerà a svolgere il proprio servizio nonostante queste operazioni risibili”. Ad essere anomalo è soprattutto il fatto che il tutto – dal momento che la persona offesa è italiana e l’accusato pure così la redazione che ha sede fuori dalla Città Stato – si sarebbe dovuto consumare nelle aule di qualche Tribunale italiano e, invece, si è svolto nella Santa Sede dove ad oggi il blogger entra e esce senza essere considerato “indesiderato” da Gendarmeria e Guardie Svizzere. Non solo. “I presenti in aula hanno riferito – dice Perfetti – che il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, ha dichiarato di aver perfezionato le notifiche ma non è stata effettuata alcuna notifica alla mia residenza. Si è svolto il tutto senza l’imputato e senza che potessi conoscere l’incarto processuale o le accuse che mi sono state mosse. Tutto ciò di cui questa redazione è venuta a conoscenza lo ha recepito dai cronisti in aula. Questo conferma, ancora una volta, la completa inadeguatezza di chi è posto a ricoprire alcuni ruoli sia negli uffici requirenti che quelli giudicanti nel Tribunale Vaticano”.

Ora si tratta di capire se la persona che si ritiene diffamata da Perfetti porterà avanti la sua querela in Italia. Per il blogger è chiaro il tentativo di cercare di mettere il bavaglio al suo sito. Il blogger giorni scorsi aveva detto a ilfattoquotidiano.it: “La tutela della libertà di stampa in Vaticano non c’è; non c’è la possibilità di dire qualcosa fuori dai toni e noi, invece lo facciamo con tanto di documentazione. E’ chiaro che stiamo dando fastidio a qualcuno che vorrebbe che non esistessimo”.

Segui in diretta la cerimonia funebre di Mons. Huonder a Econe.


Il vescovo emerito di Coira ha espresso il desiderio di essere sepolto a Econe. Video del funerale, mercoledì 17 aprile 2024.

https://econe.fsspx.org/fr/events/funerail les-mgr-vitus-huonder-44162

Secondo il suo desiderio, espresso più volte, mons. Vitus Huonder sarà sepolto nel seminario di Écône, “ accanto al vescovo che ha tanto sofferto per la Chiesa ”. La messa pontificale da requiem 
sarà celebrata mercoledì 17 aprile alle ore 9,30, seguita dalla tumulazione nella volta del seminario.

Il 3 aprile 2024, Mercoledì di Pasqua, S.E Mons. Vitus Huonder ha restituito a Dio la sua anima dopo una breve malattia, di cui conosceva con piena lucidità l'esito fatale.

Fu nel giorno della festa di San Giuseppe, il 19 marzo, che entrò in ospedale. E fu proprio il lunedì santo, 25 marzo, giorno dell'Annunciazione, che venne fatta la diagnosi. Da allora in poi, Mons. Huonder si dimostrò perfettamente docile alle vie della Provvidenza, offrendo costantemente le sue sofferenze per la Santa Chiesa. Mostrò inoltre costante gratitudine alla Fraternità Sacerdotale  San Pio X.

martedì 16 aprile 2024

Professione di Fede di Mons. Salvador L. Lazo Indirizzata a Giovanni Paolo II il 21 maggio 1998




Carissimi amici e lettori,
Mons.Salvador Lazo Lazo (nato il 1 maggio 1918; morto l’11 aprile 2000) è stato un prelato filippino della Chiesa Cattolica Romana, svolgendo il compito di Vescovo della Diocesi di San Fernando de La Union, nei pressi di Manila, dal 1981 al 1993.
Fu ordinato sacerdote il 22 marzo 1947. Nel 1950 fondò l’Accademia San Josè. Dal 1951 fu rettore del seminario minore San Jacinto.
Il 1 dicembre 1969 fu incaricato come vescovo ausiliare di Tuguegarao, e venne consacrato vescovo il 3 febbraio 1970. Il 20 febbraio 1981 fu assegnato da Giovanni Paolo II alla Diocesi di San Fernando de La Union.
All’età di 75 anni, il 28 maggio 1993, si ritirò come vescovo titolare. Prese contatto con la Fraternità San Pio X e si dichiarò cattolico tradizionale; celebrando la Santa Messa esclusivamente col Rito Tridentino.
Il 21 maggio 1998 redasse una solenne Professione di Fede, che inviò a Giovanni Paolo II.
Morì a 81 anni. Il suo funerale venne celebrato da Mons. Bernard Fellay.



pubblicata dal sito francese della Fraternità San Pio X


A Sua Santità il Papa Giovanni Paolo II, Vescovo di Roma e Vicario e di Gesù Cristo, Successore di San Pietro, Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Patriarca d’Occidente, primate d’Italia, Arcivescovo Metropolita della Provincia di Roma, Sovrano della Città del Vaticano.

Giovedì dell’Ascensione, 21 maggio 1998

Santissimo Padre,

in questo decimo anniversario della consacrazione di quattro vescovi da parte di Monsignor Marcel Lefebvre, per la sopravvivenza della Fede Cattolica; per grazia di Dio, io dichiaro che sono cattolico romano. La mia religione è stata fondata da Gesù Cristo, quando disse a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa» (Mt. 16, 18).

Santo Padre, il mio Credo è il Credo degli Apostoli. Il Deposito della Fede viene da Gesù Cristo ed è stato completato con la morte dell’ultimo Apostolo. Esso è stato affidato alla Chiesa Cattolica Romana perché serva di guida per la salvezza delle anime fino alla fine dei tempi.

San Paolo ordinò a Timoteo: «O Timòteo, custodisci il deposito» (I Tim. 6, 20), il Deposito della Fede!

Santo Padre, sembra che San Paolo mi dica: “Custodisci il deposito… Un deposito è ciò che si affida, non ciò che uno scopre. Lei lo ha ricevuto, non l’ha tratto da se stesso. Esso non dipende dalla ricerca personale, ma dalla dottrina. Esso non è per il suo uso privato, ma appartiene dalla Tradizione pubblica. Esso non deriva da Lei, ma è giunto a Lei. Nei suoi confronti, Lei non può agire come se fosse il suo autore, ma solo come suo custode. Lei non è l’iniziatore, ma il discepolo. Non le compete regolarlo, ma essere da esso regolato (San Vincenzo di Lerino, Commonitorium, n° 22).

Il Santo Concilio Vaticano I insegna che «La dottrina della Fede che Dio rivelò non è proposta alle menti umane come una invenzione filosofica da perfezionare, ma è stata consegnata alla Sposa di Cristo come divino deposito perché la custodisca fedelmente e la insegni con magistero infallibile. Quindi deve essere approvato in perpetuo quel significato dei sacri dogmi che la Santa Madre Chiesa ha dichiarato, né mai si deve recedere da quel significato con il pretesto o con le apparenze di una più completa intelligenza.» (Costituzione dogmatica Dei Filius, DzS 1800).

«Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede.» (Costituzione dogmatica Pastor Aeternus, DzS 1836).

In più, «il potere del Papa non è illimitato: non solo egli non può cambiare alcunché di ciò che è di istituzione divina, per esempio sopprimere la giurisdizione episcopale, ma, posto per edificare e non per distruggere, egli è tenuto per la legge naturale a non gettare la confusione tra il gregge di Cristo» (Dizionario di teologia cattolica, t. II, coll. 2039-2040).

Anche San Paolo ha confermato la Fede dei suoi convertiti, dicendo: «Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema!» (Gal. 1, 8).

Come vescovo cattolico, ecco brevemente la mia posizione sulle riforme post-conciliari del concilio Vaticano II. Se le riforme conciliari sono conformi alla volontà di Gesù Cristo, allora collaborerò volentieri alla loro realizzazione. Ma se le riforme conciliari sono pianificate per la distruzione della Religione Cattolica fondata da Gesù Cristo, allora mi rifiuterò di dare la mia cooperazione.

Santo Padre, nel 1969, è giunta a San Fernando, nella Diocesi de La Union, una notifica da Roma. Essa diceva che la Messa latina tridentina doveva essere soppressa e che doveva essere usato il Novus Ordo Missae. Non veniva data alcuna ragione. Poiché l’ordine veniva da Roma, si obbedì senza protestare (Roma locuta est, causa finita est).

Io mi sono ritirato in pensione nel 1993, 23 anni dopo la mia consacrazione episcopale. Dopo il mio pensionamento ho scoperto la vera ragione della soppressione illegale della Messa latina tradizionale. La Messa antica era un ostacolo all’introduzione dell’ecumenismo. La Messa cattolica conteneva i dogmi cattolici, che i protestanti negano. Allo scopo di giungere all’unità con le sette protestanti, la Messa latina tridentina doveva essere eliminata e sostituita col Novus Ordo Missae.

Il Novus Ordo Missae fu composto da Mons. Annibale Bugnini, un massone. Egli fu aiutato a fabbricarlo da sei ministri protestanti. I novatori ebbero cura che nelle preghiere non ci fosse più alcun dogma cattolico, che offendeva le orecchie protestanti. Essi hanno soppresso tutto ciò che esprimeva pienamente i dogmi cattolici, rimpiazzandoli con dei testi molto ambigui a tendenza protestante ed eretica. Essi hanno anche cambiato la formula della Consacrazione consegnataci da Gesù Cristo. Con tali modifiche, il nuovo rito della Messa è diventato più protestante che cattolico.

I Protestanti affermano che la Messa è solo un semplice pasto, una semplice comunione, un semplice banchetto, un memoriale. Il Concilio di Trento ha insistito sulla realtà del Sacrificio della Messa, che è il rinnovamento incruento del Sacrificio cruento di Cristo sul Calvario. «Questo Dio e Signore nostro, dunque, anche se una sola volta si sarebbe immolato sull’altare della Croce, attraverso la morte, a Dio Padre, […] nell’ultima cena, la notte in cui fu tradito […] offrì a Dio Padre il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino […] per lasciare alla Chiesa, Sua amata Sposa, un sacrificio visibile (come esige l’umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una sola volta sulla Croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo» (DzS 938).
Quindi, la Messa è solo di conseguenza una comunione al Sacrificio appena celebrato, un banchetto in cui si mangia la Vittima immolata in sacrificio. Ma se prima non vi è il Sacrificio, ne consegue che non vi è comunione con Lui. La Messa è innanzi tutto e prima di tutto un sacrificio e solo secondariamente una comunione o un pasto.

Si deve anche sottolineare che nel Novus Ordo Missae, la Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia è implicitamente negata. Osservazione, questa, che è vera anche riguardo alla dottrina della Chiesa sulla Transustanziazione.

In relazione con questo, il sacerdote, che un tempo era colui che offriva un sacrificio, oggi è stato declassato a presidente dell’assemblea. Per questo ruolo, egli si colloca di fronte al popolo. Nella Messa tradizionale, invece, il sacerdote si collocava di fronte al Tabernacolo e all’Altare in cui si trova Cristo.

Dopo aver preso coscienza di questi cambiamenti, io ho deciso di non dire la Messa con il nuovo rito, cosa che ho fatto per più di 27 anni in obbedienza ai miei superiori ecclesiastici. Sono ritornato alla Messa tridentina, che è la Messa istituita da Gesù Cristo nell’Ultima Cena, il rinnovamento incruento del sacrificio cruento di Gesù Cristo sul Calvario. Questa Messa di sempre nel corso dei secoli ha santificato milioni di cristiani.

Santo Padre, con tutto il rispetto che ho per Lei e per il Santo Soglio di San Pietro, io non posso seguire il suo insegnamento personale sulla “salvezza universale”, esso è in contraddizione con le Sacre Scritture.

Santo Padre, forse che tutti gli uomini saranno salvati? Gesù ha voluto che tutti gli uomini fossero riscattati. Egli infatti è morto per tutti noi. Tuttavia, non tutti gli uomini saranno salvati, perché non tutti gli uomini soddisfano le condizioni necessarie per rientrare nel numero degli eletti da Dio per il Cielo.

Prima di ascendere al Cielo, Gesù Cristo affidò ai suoi Apostoli il dovere di predicare il Vangelo a tutte le creature. Le sue istruzioni indicavano già che non tutte le anime si sarebbero salvate. Egli dice: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc. 16, 15-16).

San Paolo parlava allo stesso modo ai suoi convertiti: «O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (I Cor. 6, 9-10).

Santo Padre, dobbiamo rispettare le false religioni? Gesù Cristo ha fondato una sola Chiesa in seno alla quale si può essere salvati. E questa è la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana. Quand’Egli dà tutte le dottrine e le verità necessarie per essere salvati, non dice: “Rispettate tutte le false religioni”. Infatti, il Figlio di Dio è stato crocifisso sulla Croce perché nei suoi insegnamenti è stato senza compromessi.

Nel 1910, nella sua lettera Notre Charge Apostolique, il Papa San Pio X ha messo in guardia contro lo spirito interconfessionale, poiché esso fa parte del grande movimento di apostasia organizzato in tutti i paesi in vista di una Chiesa Mondiale.
Il Papa Leone XIII ha avvisato che “Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre» (Enciclica Humanum genus).
Il processo va dal cattolicesimo al protestantesimo, dal protestantesimo al modernismo, dal modernismo all’ateismo.

L’ecumenismo, come è praticato oggi, è diametralmente opposto alla dottrina e alla pratica cattoliche tradizionali. Esso confina la sola Religione vera, fondata da Nostro Signore, allo stesso livello delle false religioni, opere degli uomini; cosa che nel corso dei secoli i papi hanno decisamente proibito ai cattolici di fare. «… è chiaro che la Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a siffatti tentativi» (Papa Pio XI, Mortalium animos).

Io sono per la Roma eterna, la Roma di San Pietro e San Paolo. Io non voglio seguire la Roma massonica. Il Papa Leone XIII ha condannato la massoneria nella sua enciclica Humanum genus del 1884.

Io non accetto neanche la Roma modernista. Il Papa San Pio X ha condannato il modernismo nella sua enciclica Pascendi Dominici gregis del1907.

Io non servo la Roma controllata dai massoni, che sono gli agenti di Lucifero, il Principe dei demoni. Io sostengo la Roma che guida fedelmente la Chiesa cattolica per compiere la volontà di Gesù Cristo, la glorificazione di Dio tre volte Santo, Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo.

Io mi ritengo felice per aver ricevuto in questa crisi nella Chiesa cattolica, la grazia di essere ritornato alla Chiesa che aderisce alla Tradizione cattolica.
Grazie a Dio, io dico di nuovo la Messa latina tradizionale, la Messa istituita da Gesù nell’Ultima Cena, la Messa della mia ordinazione.

Si degnino la Beata Vergine Maria, San Giuseppe, Sant’Antonio mio santo protettore, San Michele e il mio angelo custode, di aiutarmi a rimanere fedele alla Chiesa cattolica fondata da Gesù Cristo per la salvezza degli uomini.

Che io possa ottenere la grazia di rimanere fino alla morte nel seno della Santa Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, che aderisce alle antiche tradizioni, e di essere sacerdote e vescovo sempre fedele di Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Molto rispettosamente,

Monsignor Salvatore L. Lazo, DD, Vescovo emerito della Diocesi di San Fernando de La Union.

lunedì 15 aprile 2024

Io sono il Buon Pastore



(di D.Giuseppe R.)
Il Vangelo della seconda domenica dopo la Pasqua ci ripropone il celebre brano del Buon Pastore. Ecco, riaffiorare nella nostra memoria le parole che Gesù ha detto di Sé: Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore. La sua bontà, anche qui, si definisce con eloquio, con virtù che prodigiosamente fanno discendere sino a ognuno di noi il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio fatto Uomo, Gesù, centro dell’umanità.

Presentandosi in tale aspetto, Egli ripete l’invito del Pastore; disegna, cioè, un rapporto che sa di tenerezza e di prodigio. Conosce le sue pecorelle, e le chiama per nome. Poiché noi siamo del gregge suo, è agevole la possibilità di corrispondenza, che antecede il nostro stesso ricorso a Lui. Siamo chiamati uno ad uno. Egli ci conosce e ci nomina, si avvicina a ciascuno di noi e desidera farci pervenire ad una relazione affettuosa, filiale con Lui. La bontà del Signore si palesa qui in maniera sublime, ineffabile. La devozione che la fede, la pietà cristiana tributerà al Salvatore, arriverà con slancio - non solo momentaneo, ma capace di sondare le meraviglie di tanta dilézione - a penetrare nel cuore: e la Chiesa ci presenterà il Cuore di Cristo perché abbiamo a conoscerlo, adorarlo, invocarlo. La devozione al Sacro Cuore di Gesù ben può attribuirsi alla sorgente evangelica oggi rievocata: «Io sono il Buon Pastore».

«MITE ED UMILE DI CUORE»

Noi abbiamo ottime ragioni per non commettere questo errore. Anzitutto perché il ricordo di Lui nell’odierno tratto evangelico è realistico, umile, spoglio di qualsiasi amplificazione, ed ha, intero, il sigillo della fedele realtà. Inoltre, perché rimaniamo coerenti e fedeli alla parola stessa di Gesù. È Lui a indicare e definire la sua missione: il Buon Pastore. Due volte si è chiamato così; e noi ci atteniamo esattamente a questa definizione che Egli si compiacque dare di Sé e ci consegnò, quasi dichiarando: pensatemi così: Io sono il Buon Pastore. Ha voluto perciò consegnare alla nostra anima, alla nostra memoria, al nostro raziocinio, questa sua definizione. E con tale evidenza che la prima e più antica iconografia cristiana, come si sa, ci presenta proprio l’immagine agreste, semplice, paesana del pastore che porta sulle spalle una delle sue pecorelle.

Il Buon Pastore è Gesù.

Adesso si tratta di capire, giacché non basta guardare l’immagine della persona scomparsa, non è sufficiente una rievocazione sensibile, ma occorre comprendere, penetrare quel ch’è rivelato da tali sembianze. Era così Gesù? È proprio Lui che ha voluto essere in tal modo, da Buon Pastore, ricordato e celebrato? Di ciò, infatti, si tratta, e dei caratteri salienti che così delineano Gesù. Ebbene, il Vangelo ce ne informa con parole assolutamente semplici; e, come sempre, con insegnamenti profondi, abissali, che quasi danno le vertigini e fiaccano il nostro potere di comprensione. Nondimeno, siamo invitati dallo stesso Signore - e la liturgia della Chiesa ripete il richiamo - a pensarlo così: una figura estremamente amabile, dolce, vicina; e noi possiamo attribuire soltanto al Signore l’esprimersi con bontà infinita.

IL BUON PASTORE DÀ LA VITA PER IL SUO GREGGE

V’è, poi, un tratto che corregge una delle più comuni ed inesatte interpretazioni della bontà. Noi siamo abituati ad associare il concetto di bontà a quello di debolezza, di non resistenza; a ritenerla incapace di atti forti ed eroici, di manifestazioni in cui trionfino la maestà e la fortezza.

Nella figura di Gesù, semplice e complessa insieme, le qualità, le doti che si direbbero opposte, trovano, invece, una sintesi meravigliosa. Gesù è dolce e forte; semplice e grandioso; umile e a tutti accessibile; una sommità inattingibile di fortezza d’animo, che nessuno potrà giammai eguagliare. Nondimeno, Egli stesso ci introduce in questa sua psicologia, nella penetrazione, diremmo, del suo temperamento, della sua mirabile realtà.

Il Buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle, per il suo gregge. È come dire: l’immagine della bontà si congiunge a quella d’un eroismo che si dona, si sacrifica, s’immola, per cui tale bontà si congiunge ad altezze e visioni dell’atto redentore, talmente elevate da lasciarci sorpresi e attoniti.

Dobbiamo avvicinarci a Gesù, così presentato dal Vangelo, e dobbiamo chiederci se davvero noi cristiani portiamo bene questo nome, se cioè abbiamo un esatto concetto del nostro Divin Salvatore. Certo: molte Vite sono state scritte di Lui; un diffuso catechismo lo concerne e lo presenta; e tante pagine del Vangelo ci sono familiari. Ma una sintesi, come dire?, fotografica, completa, di Lui, la possediamo? Abbiamo un giusto concetto di quel che Egli è stato? Orbene, la cara immagine evangelica e quasi arcadica, offertaci dallo stesso Divino Maestro, lascia riposare, in un incanto di amore, il nostro spirito, e lo dirige e l’aiuta nella ricerca di Dio.Quale stupenda bellezza quella di rispecchiarsi in Gesù e di indovinare come Egli ci conosce! San Paolo lascia vedere tale stupenda realtà come una delle cose future: «Nunc cognosco ex parte; tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum» (1 Cor. 13, 12). Ora conosco in parte; allora poi conoscerò in quel modo stesso ond’io pure sono stato conosciuto. Ma già fin d’ora qualche cosa possiamo percepire, e così diventiamo un po’ diversi dalla ordinaria statura di uomini orgogliosi, o indifferenti o anche talvolta cattivi. Davanti a Gesù, che si denomina Buon Pastore.

sabato 13 aprile 2024

«Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio»



Carissimi amici,

Sembra impossibile contrastare la guerra, vero? Eppure Gesù chiede a ognuno di noi di essere operatori di pace. Anche a te che leggi, non solo ai grandi della terra che detengono le sorti del mondo e della politica.

A volte essere costruttori di pace è scomodo e pesante, sembra di non vedere i frutti del proprio lavoro. Eppure non bisogna arrendersi mai, perché le cose belle richiedono tempo. Nella vita si raccoglie ciò che si è seminato, ma si raccoglie ancora meglio ciò che si è curato. E per ottenere la pace ci vuole una cura grandissima.La pace, quella di Gesù, come dice San Paolo "esige da noi cuore e occhi nuovi per amare e vedere in tutti Cristo Gesù Re di pace".
Occorre iniziare dai piccoli gesti di ogni giorno, tutti possono fare qualcosa, anche i più piccoli. E gesto dopo gesto la pace aumenta, si espande e si allarga a tutto il mondo, lasciare spazio alla pace. La pace inizia proprio qui, dal rapporto che so instaurare con il mio prossimo. "Il male nasce dal cuore dell'uomo", e "per rimuovere il pericolo della guerra occorre rimuovere lo spirito di aggressione e sfruttamento ed dal profondo egoismo dei potenti della terra che causano le guerre tra i popoli: occorre ricostruire una coscienza cristiana nei nostri figli e nei nostri cattivi governanti". «Spesso pensiamo che “fare la pace” richieda qualifiche o doni particolari. Tutti possiamo essere operatori di pace. La vera qualifica è credere in Gesù Re di pace e nel Santo Vangelo Lui ci manda a costruire un mondo di pace, protetto dal male e che i nostri pochi pani e pesci possono sfamare la fame di tutta la folla». Ognuno di noi diventi ambasciatore di pace con chi gli sta accanto.
«In ogni persona il desiderio di pace è aspirazione essenziale», affermava Joseph Ratzinger (Benedetto XVI )ricordando che «la pace è il bene per eccellenza da invocare come dono di Dio e, al tempo stesso, da costruire con ogni sforzo. Nonostante il mondo sia purtroppo ancora segnato da focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualistica espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato, oltre che da diverse forme di terrorismo e di criminalità. Il defunto Pontefice auspicava che le molteplici opere di pace, di cui il mondo era dotato, testimoniassero l’innata vocazione dell’umanità alla pace».Il mondo Muore nell'indifferenza totale di tutti. «La pace interiore che vorremmo avere in mezzo agli eventi a volte tumultuosi e confusi della storia, eventi di cui spesso non cogliamo il senso e che ci sconcertano». Nel libro dei Numeri si legge “Dalla contemplazione del volto di Dio nascono gioia, sicurezza e pace». «Ecco, cari amici e lettori, il fondamento della nostra pace: la certezza di contemplare in Gesù Cristo lo splendore del volto di Dio Padre, di essere figli nel Figlio, e avere così, nel cammino della vita, la stessa sicurezza che il bambino prova nelle braccia di un Padre buono e onnipotente».Gli operatori di pace sono coloro che, giorno per giorno, cercano di vincere il male con il bene, con la forza della verità, con le armi della preghiera e del perdono, con il lavoro onesto e ben fatto, con la ricerca scientifica al servizio della vita, con le opere di misericordia corporale e spirituale. Gli operatori di pace sono tanti, ma non fanno rumore. Come il lievito nella pasta, fanno crescere l’umanità secondo il disegno di Dio».
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